All’inizio di ogni anno si rinnova un rito silenzioso: quello dei buoni propositi. Gennaio è il momento in cui tutti avvertiamo il bisogno di “fare l’ammenda”, di presentarci al nuovo ciclo della vita con una veste pulita. Spesso, però, dietro questo slancio verso il bene si cela una fragilità tutta umana. Si celebra un rito propiziatorio per cercare di conquistare la buona sorte, sperando che mostrandoci più buoni il destino sia generoso con noi.
A cogliere questa sfumatura con straordinaria sensibilità fu Camillo Sbarbaro. Per lungo tempo la critica lo ha tenuto ai margini, trascurandolo come un poeta “provinciale” che non ha fatto scuola. Eppure, proprio questa sua posizione defilata gli ha permesso di osservare con occhi limpidi i piccoli compromessi dell’anima, rendendolo oggi un autore da riscoprire nella sua intera statura.
Gennaio è il titolo della poesia di Camillo Sbarbaro, che fa parte della raccolta di poesie Resine, pubblicata da Caimo a Genova nel 1911.
Leggiamo questa geniale poesia di Camillo Sbarbaro per comprenderne il significato.
Gennaio di Camillo Sbarbaro
Ormai passò la rosea cavalcata
dei giovinetti mesi ingannatori,
che vestita l’avean tutta di fiori
e di sole e d’azzurro incappucciata.Or ripensa la grande traviata
d’Aprile i ricci e i facili rossori;
e derelitta guarda i suoi squallori
e fa l’ammenda delle sue peccata.E viene per perdono a fra’ Gennaio,
dicendo l’atto di contrizione,
e s’umilia e gli bacia il vecchio saio.«Padre – gli dice – voglio farmi monaca.»
E quei sorride incredulo e le impone
di neve fugacissima una tonaca.
La “farsa” del pentimento e i buoni propositi
In Gennaio, Camillo Sbarbaro esplora una dinamica psicologica sottile: l’opportunismo spirituale inteso come meccanismo di difesa. Il testo suggerisce che il bisogno di “diventare buoni”, come accade ciclicamente ad ogni inizio anno, nasca da una paura profonda.
L’essere umano si mostra umile e pentito non per una reale conversione, ma perché spera, attraverso questo rito di purezza, di riconciliarsi con il destino. È un patto silenzioso. Si offre al nuovo anno un’immagine casta di se stessi per neutralizzare i timori per il futuro e attirare la buona sorte.
L’ipocrisia del senso di colpa e la paura della fine
Il cuore della lirica risiede nel senso di colpa tipico che affiora nei momenti di transizione. Per Sbarbaro, questo sentimento emerge quando la vitalità viene meno e l’anima si sente vulnerabile.
La Terra, che poi è la trasposizione dell’animo umano, è descritta come una “grande traviata” che ha vissuto nel piacere finché ha avuto il vigore per farlo. Ora che vede i suoi “squallori”, metafora del declino e della fine, prova un rimorso dettato dalla paura.
Il pentimento diventa così un buon proposito spinto dall’istinto di conservazione: l’anima cerca di “farsi monaca” perché teme che, restando peccatrice di fronte all’ignoto del nuovo anno (o della fine), la sorte possa essere più crudele. È l’ipocrisia di chi cerca di “comprare” la salvezza mostrandosi puro proprio quando non ha più la forza per essere altrimenti.
Fra’ Gennaio e il “sorriso Incredulo” della verità
L’incontro con Fra’ Gennaio rappresenta il confronto dell’uomo con la realtà nuda. L’anima s’umilia e bacia il saio del tempo, implorando di essere accolta in una vita diversa: “voglio farmi monaca”.
Tuttavia, il frate “sorride incredulo“. In quel sorriso risiede la forza rivoluzionaria di Sbarbaro: la consapevolezza che la natura umana non cambia per atto di volontà. Il frate conosce bene l’ipocrisia del senso di colpa; sa che quella richiesta di santità è un’impostura dettata dal timore.
Egli è consapevole che il pentimento, per quanto urlato con forza, non durerà a lungo. È un rito compiuto per tranquillizzare la coscienza mentre il gelo morde, un travestimento necessario per attraversare il momento di passaggio.
La tonaca di neve: una purezza “a scadenza”
Il finale chiude la riflessione con l’immagine della “neve fugacissima“. Il frate non rifiuta il pentimento, ma concede alla Terra una veste che rispecchia la reale consistenza della sua promessa.
Un velo per la paura, ovvero la neve è la risposta al bisogno di sentirsi “puliti” mentre si aspetta che l’incertezza del nuovo anno passi.
Sbarbaro sa che appena la buona sorte tornerà a splendere e il “sole” delle tentazioni risveglierà i sensi, quella tonaca si scioglierà. L’anima tornerà a essere “traviata”, perché la vita e il desiderio sono più forti di qualunque paura della morte o proposito di gennaio.
Oltre il calendario: i momenti di passaggio dell’anima
L’interpretazione della poesia di Sbarbaro trascende il semplice dato cronologico del primo gennaio. Il “Gennaio” descritto è un archetipo dei momenti di passaggio della vita umana. Rappresenta quelle fasi in cui, messi alle strette da una crisi o dal timore del tempo che fugge, si cerca rifugio in un rito di purificazione.
Riscoprire Camillo Sbarbaro oggi significa imparare a guardare i propri buoni propositi con un’onestà nuova. Non si tratta di una condanna morale, ma della presa d’atto che il pentimento nato dalla paura è una strategia di sopravvivenza.
Il vero insegnamento di questo poeta, rimasto troppo a lungo nell’ombra, risiede proprio in quel sorriso incredulo. La capacità di accettare la propria fragile ipocrisia, sapendo che sotto ogni tonaca di neve resta un’umanità irrimediabilmente affamata di vita.
