Di sera di Costantino Kavafis è una poesia che offre il resoconto del piacere di un ricordo. Il desiderio dell’amante che non c’è più, per il poeta greco ,non è un momento nostalgico in cui emerge la sofferenza della mancanza. La memoria permette di dare vita a tutta la bellezza di un incontro che non poteva durare per sempre.
Molte storie anche importanti sono destinate a finire presto, non possono avere il dono dell’eternità. ma meritano di essere vissute perché riescono a lasciare dentro delle emozioni immense.
Di sera è stata scritta nel 1917 ed è inclusa nel Canone delle poesie riconosciute di Costantino Kavafis. La traduzione italiana della lirica è curata da Paola Maria Minicci fa parte della raccolta Tutte le poesie, pubblicata a Roma da Donzelli editore nel 2019.
Leggiamo questa meravigliosa poesia di Costantino Kavafis per viverne la bellezza e scoprirne il significato.
Di sera di Costantino Kavafis
Non poteva comunque durare a lungo. L’esperienza
di anni me lo insegna. Ma troppo presto
intervenne il Destino a porvi fine.
Fu breve quella vita bella.
Ma come furono intensi i profumi,
e in quali straordinari letti giacemmo,
e a quale piacere concedemmo i corpi.Un’eco di quei giorni di piacere,
un’eco di quei giorni mi raggiunse,
qualcosa del fuoco della nostra giovinezza:
ripresi in mano una lettera,
più e più volte la rilessi finché mancò la luce.Poi per cambiare pensieri mi affacciai
malinconico al balcone – guardando almeno
un po’ della città amata,
un po’ di movimento nella strada e nei negozi.
Il ricordo di un attimo che accende i sensi
Di sera è una poesia di Costantino Kavafis in si intrecciano alcuni dei pilastri fondamentali della sua poetica. Nonostante la brevità dei versi, il poeta riesce a condensare una riflessione universale che attraversa i grandi nodi dell’esperienza umana: il tempo, l’amore, la memoria, il desiderio, la perdita.
Il primo tema che emerge è quello della brevità della bellezza e dell’inevitabilità del Destino. Kavafis parte da una consapevolezza lucida: le esperienze più intense sono, per loro natura, destinate a consumarsi rapidamente. L’amore non è pensato come promessa di eternità, ma come stagione assoluta, tanto più preziosa quanto più fragile. Proprio perché destinata a finire, quella vita “bella” acquista un valore ancora più alto, quasi sacro.
A questo si lega il tema centrale della memoria come “fiamma del desiderio”. Il ricordo non è una semplice contemplazione passiva del passato, ma un gesto attivo che riaccende il “fuoco” di ciò che è stato. La memoria diventa il luogo in cui l’amore continua a vivere, una stanza interiore in cui il desiderio non si spegne, ma si trasforma in presenza.
Un altro nucleo fondamentale della poesia è l’erotismo estetico. Kavafis celebra i corpi e il piacere fisico con una sacralità quasi religiosa. L’eros non è mai volgare né occasionale: è conoscenza, verità, rivelazione. Attraverso il corpo, l’amore diventa esperienza totale, capace di dare forma e senso alla vita.
Infine, la poesia è attraversata dal contrasto tra interno ed esterno, tra lo spazio privato del ricordo (la stanza, la lettera, la luce che si spegne) e lo spazio pubblico della realtà, ovvero il balcone, la città, il movimento delle strade. È il dialogo costante tra interiorità e mondo esterno, tra passato e presente, tra la dimensione intima dell’amore vissuto e il flusso continuo della vita che va avanti.
In questo equilibrio delicato tra memoria e realtà, Kavafis costruisce una poesia che non parla solo di un amore finito, ma di una condizione universale: quella di chi ha vissuto qualcosa di straordinario e porta dentro di sé il privilegio di poterlo ricordare.
L’accettazione del limite: l’amore come stagione della vita
La poesia si apre con una dichiarazione di lucidità assoluta. Kavafis non si ribella alla fine dell’amore, non la vive come un’ingiustizia, ma la riconosce come una legge naturale dell’esistenza.
Non poteva comunque durare a lungo. L’esperienza
di anni me lo insegna.
Parla un uomo che ha attraversato il tempo, che ha conosciuto molte stagioni della vita e dell’amore. Il sentimento non viene raccontato come una promessa di eternità, ma come una stagione intensa, destinata a spegnersi proprio perché vissuta con pienezza.
Il “Destino” non assume qui un valore tragico, ma rappresenta semplicemente il fluire del tempo, la forza che governa ogni esperienza umana. Definire quella trascorsa come una “vita bella” significa riconoscere che l’amore ha avuto un valore assoluto, indipendente dalla sua durata.
Nel cuore della poesia esplode il ricordo sensoriale. Kavafis affida alla memoria del corpo la verità dell’amore.
Ma come furono intensi i profumi,
e in quali straordinari letti giacemmo,
e a quale piacere concedemmo i corpi.
L’amore viene raccontato attraverso i sensi: l’olfatto, il tatto, la fisicità. Non c’è idealizzazione, non c’è sublimazione spirituale. Il corpo è il luogo in cui l’amore ha preso forma, dove il desiderio è diventato esperienza.
In Kavafis l’eros non è mai separato dalla memoria. Il piacere non appartiene solo al passato, ma continua a vivere nella coscienza del poeta come traccia incancellabile.
La memoria come luogo della presenza
Uno degli elementi più raffinati della lirica è il modo in cui la memoria viene trasformata in una forma di presenza viva. Il passato non ritorna come ferita, ma come eco.
Un’eco di quei giorni di piacere,
un’eco di quei giorni mi raggiunse,
qualcosa del fuoco della nostra giovinezza.
Il poeta non subisce il ricordo: lo evoca. Riprende in mano una lettera, la rilegge più volte, fino a quando la luce viene meno. Il gesto della lettura diventa un rito, un atto di rievocazione che permette al passato di tornare a vibrare nel presente.
La memoria, in Kavafis, è una forza creativa. Non conserva soltanto: rigenera.
Il momento in cui la luce si spegne ha un valore simbolico profondo. Il calare dell’oscurità interrompe la lettura, ma non spegne il ricordo. Al contrario, è proprio nel crepuscolo che l’eco dei giorni di piacere si fa più intensa.
Il buio non è negazione, ma soglia. È il tempo sospeso in cui il passato e il presente si incontrano, in cui il fuoco della giovinezza continua a riscaldare l’animo del poeta ormai maturo. Kavafis sceglie la sera come spazio poetico perché è il momento in cui la memoria si accende.
Il balcone e la città: il ritorno alla vita
Nel finale della poesia lo sguardo si sposta dalla stanza interiore verso l’esterno. Il poeta si affaccia al balcone e guarda la città.
Poi per cambiare pensieri mi affacciai
malinconico al balcone…
Il balcone è una soglia simbolica: separa l’interiorità dal mondo, il passato dal presente. Affacciarsi non è un gesto di fuga, ma un atto di equilibrio. Dopo l’intensità del ricordo, il poeta sente il bisogno di tornare alla vita che continua.
La città, con il movimento delle strade e delle vetrine, rappresenta il flusso del tempo che non si arresta. È la realtà che chiama, che invita a rientrare nel presente senza rinnegare ciò che è stato.
Per Kavafis la città, Alessandria d’Egitto, dove viveva in esilio, non è solo uno sfondo, ma un personaggio vivo. La città è il luogo dove il piacere è avvenuto e dove altri giovani, oggi, stanno vivendo le stesse passioni che lui viveva allora.
Quell’atmosfera che arriva dallo sguardo riesce a riempire il vuoto della mancanza, della solitudine emotiva. Il poeta greco guarda la città perché sa che la bellezza continua a circolare nelle strade, anche se i protagonisti cambiano.
Di sera è una poesia sulla maturità emotiva. Racconta un amore finito senza rancore, senza rimpianto, senza disperazione. Racconta la bellezza di ciò che è stato e il privilegio di poterlo ricordare.
Costantino Kavafis ci insegna che la grandezza dell’amore non sta nella sua durata, ma nella sua intensità. Che il piacere non muore con il corpo, ma continua a vivere nella memoria. Che alcune stagioni della vita, pur brevi, bastano a dare senso a un’esistenza intera.
È una poesia sulla gratitudine e sulla forza luminosa del ricordo.
