Claudio Marazzini, ”Quattrocento anni fa nasceva il Vocabolario della Crusca: un’eccellenza europea oltre che italiana”

Nato nel 1612, il Vocabolario della Crusca compie ben quattrocento anni, compleanno festeggiato martedì e mercoledì con due giorni di celebrazioni e incontri nella Villa Medicea di Castello a Firenze. Claudio Marazzini, membro del Consiglio Direttivo dell'Accademia della Crusca, illustra l'eccellenza di quest'opera e del nostro Paese nel campo degli studi linguistici...

In occasione delle celebrazioni per i quattrocento anni del dizionario, il membro del Consiglio Direttivo della Crusca ci racconta come è nato il primo vocabolario europeo e ci parla dell’attività dell’Accademia  

MILANO – Nato nel 1612, il Vocabolario della Crusca compie ben quattrocento anni, compleanno festeggiato martedì e mercoledì con due giorni di celebrazioni e incontri nella Villa Medicea di Castello a Firenze, sede dell’Accademia. Per l’occasione, la Crusca ha insignito oggi a Roma al Presidente Giorgio Napolitano il titolo di Accademico Onorario. Claudio Marazzini, docente di Storia della lingua italiana dell’Università del Piemonte Orientale e membro del Consiglio Direttivo dell’Accademia della Crusca, illustra l’eccellenza di quest’opera e del nostro Paese nel campo degli studi linguistici.

Come sottolineato da Cesare Segre in un articolo dedicato a questo anniversario e apparso martedì sul Corriere della Sera, la nostra lingua nazionale è nata molto prima dell’Unità d’Italia. È corretto dire che proprio la lingua costituisce il primo elemento della nostra identità nazionale?
Sì, è senz’altro giusto. Gli italiani, che non avevano unità politica, hanno trovato la loro unità nella cultura, e soprattutto in quel miracolo letterario rappresentato dai grandi capolavori trecenteschi di Dante, Petrarca e Boccaccio, che erano tutti e tre di origini fiorentine – nonostante le vicende della vita e gli esili li abbiano portati lontano da questa città – e condividevano il medesimo idioma, con cui composero le loro opere.
La lingua del Vocabolario della Crusca, redatto quattrocento anni fa, è basata sul canone di questi tre grandi e della letteratura cinquecentesca. La realizzazione del Vocabolario della Crusca nel 1612 si pone e a completamento di un processo, iniziato con i tre maestri fiorentini e proseguito nel Cinquecento, quando Pietro Bembo si fece fautore della teoria del primato letterario del Trecento e prese l’idioma toscano letterario come modello su cui ricalcare le norme della lingua italiana, indicando ai suoi contemporanei nel Petrarca il massimo esempio di purezza poetica da imitare.
Il “Vocabolario della Crusca” rappresenta inoltre un’eccellenza europea oltre che italiana: è stato il primo vocabolario d’Europa. Per questo è tanto più significativo celebrarne il quattrocentesimo anniversario.

L’Italia ha conservato questa sua eccellenza nel campo degli studi filologici?
Martedì, nel corso delle celebrazioni per i quattrocento anni del vocabolario, si è tenuto un incontro tra i più grandi redattori di dizionari europei. Quel che ne è emerso è che francesi, inglesi e tedeschi sono senz’altro più pronti di noi al salto nell’informatica, più avanti nell’utilizzo dei nuovi strumenti informatici per i vocabolari. A livello di produzione lessicografica però, nel corso di tutto il Novecento fino anche al nuovo millennio, l’Italia non è stata seconda a nessuno.
Ci sono dizionari italiani che sono dei gioielli: il Grande Dizionario della Lingua Italiana fondato e diretto da Salvatore Battaglia dell’Utet, il Dizionario della Lingua Italiana diretto da Tullio De Mauro ed edito da Paravia, il GRADIT, o Grande Dizionario Italiano dell’Uso, sempre diretto da De Mauro ed edito dall’Utet, il Vocabolario Treccani. E ancora il Grande Dizionario Analogico della Lingua Italiana di Raffaele Simone pubblicato dall’Utet  – un dizionario, quello analogico, che si propone un’impresa impossibile: permettere di rintracciare una parola a partire dai significati e dagli usi a questa associati, secondo un procedimento di consultazione inverso a quello del normale vocabolario – o il Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari, anche questo progettato e diretto da Raffaele Simone, della Treccani.
Ci sono poi strumenti incredibili di cui il pubblico non conosce l’esistenza: il GRADIT è stato il primo a essere messo in commercio in chiavetta USB, chiavetta che contiene ben sei volumi. L’editore di questo tesoro però non ne ha fatto la dovuta pubblicità.

Qual è il ruolo dell’Accademia della Crusca oggi?
L’Accademia della Crusca è un centro di studi linguistici che dà indicazioni normative riguardo agli usi corretti della lingua italiana: quando ci sono delle dispute linguistiche ci si rivolge all’Accademia come ultimo appello. A questo scopo il nostro portale offre anche un servizio on line di consultazione linguistica, dove si possono esaminare le soluzioni fornite in passato alle più svariate questioni e avanzare le proprie domande. Tra l’altro il fatto di pubblicare le risposte in rete, senza avere limiti di spazio, consente agli accademici di dare ampie spiegazioni, documentate e articolatamente argomentate.
Questo di svolgere una funzione di controllo sulle regole della lingua italiana non è un compito di cui l’Accademia della Crusca è stata investita ufficialmente: sono gli italiani che l’hanno ufficiosamente eletta a questo ruolo. I primi accademici, quelli che ebbero l’idea di pubblicare il dizionario, erano mercanti, proprietari terrieri, dilettanti che si cimentavano in studi linguistici e decisero di redigere il vocabolario per risolvere questioni di uso pratico della lingua. Il dizionario difatti si chiamava in origine “Vocabolario degli Accademici della Crusca”, a sottolineare che si trattava dell’opera di singoli individui che si autofinanziavano, e non di un organismo ufficiale come nel caso dell’Académie Française.

Considerando il panorama attuale delle lettere, c’è ancora quella  ricchezza linguistica che ha reso possibile la grandezza trecentesca e cinquecentesca, oppure la nostra lingua è andata incontro a un progressivo imbarbarimento?
Dal punto di vista letterario, il nostro Paese non ha più quella funzione di faro che aveva un tempo, ma del resto ha perso questo ruolo secoli fa: l’ultimo periodo di splendore da questo punto di vista è stato il Cinquecento. Questo tuttavia non vuol dire che l’italiano non sia una grande lingua di cultura. L’Italia è anzi la nazione d’Europa con più vitalità linguistica, basti pensare alla miriade di dialetti locali parlati nella nostra terra: la ricchezza antica è ancora presente. E quello che si può chiamare “imbarbarimento”, che consiste sostanzialmente nella penetrazione del lessico inglese, è un fenomeno che c’è dappertutto, un po’ inevitabile.
Da noi però si paga come scotto che c’è un livello di cultura medio più basso che nel resto d’Europa. Anche questa comunque non è una novità: la cultura italiana è sempre stata d’élite, oggi non si sta peggio che in passato. Se si nota una povertà nel linguaggio d’uso comune, non se ne può insomma imputare la colpa ai cellulari o ai nuovi media che stanno cambiando le regole della comunicazione.

 

8 novembre 2012

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