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Vladimir Di Prima, ”un allenatore di parole” e la vulnerabilità del ricordo nell’epoca della digitalizzazione globale

Vladimir Di Prima, siciliano, è autore dei romanzi Gli Ansiatici (Prova d’Autore, 2002), Facciamo silenzio (Azimut, 2007), Le incompiute smorfie (Priamo edizioni, 2014) e di Pensieri in faccia (Algra, 2015)...

Vladimir Di Prima, siciliano, è autore dei romanzi Gli Ansiatici (Prova d’Autore, 2002), Facciamo silenzio (Azimut, 2007), Le incompiute smorfie (Priamo edizioni, 2014) e di Pensieri in faccia (Algra, 2015).

 

Vladimir, la tua produzione letteraria si caratterizza per un particolare uso della lingua, cioè per le immagini non convenzionali, che spiazzano e affabulano. Quali sono le ragioni della tua scelta, sempre che si tratti di una scelta e non di una tua naturale tendenza a usare le parole come colori e pennelli?

Non posso pensare a una scelta nell’uso della lingua, semmai, come dici tu, a una naturale tendenza che mi porta a utilizzare quelle parole che più si prestano ad essere accostate a concetti quali la musica e l’armonia. Ritengo la scrittura un fatto derivante da tensioni interne, a volte incomprensibili, dove la scelta e il registro espressivo, e così la ragione, sottostanno a un piano di assoluta istintività.

 

La tua ultima opera, Pensieri in faccia, non è un romanzo. È un libro provocatorio, una summa di esternazioni su Facebook. Te lo chiedo con semplicità e senza tanti giri di parole: cosa vuole dire ai lettori questo tuo libro?

Non vuole dire nulla che non sia già ampiamente sedimentato nell’inconscio del lettore. Mi spiego meglio: quella che viviamo è un’epoca sottesa a un grande inganno. Il grande inganno è rappresentato dal fatto che non resterà niente o resterà poco della memoria collettiva dei nostri giorni. La totale conversione al mondo digitale rende estremamente vulnerabile il ricordo. Si pensi al fatto che si stampano sempre meno foto e che tutta la nostra vita, i nostri rapporti sociali, siano all’interno di un contenitore virtuale di cui non vi è alcuna garanzia di mantenimento. Pensieri in faccia allora vuole essere una testimonianza fisica dei nostri tempi, una moderna cartolina di parole con le caratteristiche di un souvenir novecentesco.

 

Hai pubblicato con diverse case editrici. Ti va di dire qualcosa sul rapporto con gli editori nella tua esperienza, luci e ombre insomma?

Quella di aver pubblicato con diverse case editrici mi fa subito pensare a un accostamento di natura calcistica e più precisamente a Bora Milutinovic, un allenatore di calcio che chiamavano “lo zingaro” perché ogni volta si presentava al mondiale alla guida di una squadra diversa. Ecco, io mi sento un allenatore di parole e in base a quello che devo raccontare mi propongo di utilizzare moduli diversi (e sembrerebbe anche squadre diverse). Insomma, non sono un integralista. Ho avuto la fortuna di incontrare ottime persone prima che editori, e questo mi ha portato a conservare rapporti veri e autentici. Un consiglio a tutti gli esordienti e non: diffidate da chi vi chiede denaro per pubblicare. Un editore, se crede nella vostra opera, investe con risorse proprie. Sempre. E così deve essere. Passi in questo modo – una volta per tutte – il concetto che non si paga per pubblicare. Avete mai sentito di un panettiere che, oltre al suo pane, vi offre denaro affinché lo prendiate?  

 

Che lettore sei? Hai predilezioni o idiosincrasie per autori o generi letterari?

Sono un lettore onnivoro che detesta i libri noiosi. Dirai: quali sono i libri noiosi? Sono quelli costruiti a tavolino, fabbricati in serie, piegati a logiche di mercato che nulla hanno a che vedere con l’anima della letteratura. Ragion per cui il rifugio consiste nei classici, ovvero in quei libri che, sopravvissuti alla falce del tempo, si stagliano su un orizzonte di costante attualità.

 

Che progetti di scrittura hai per il futuro?

Dico sempre che, per la natura della stessa, la scrittura non può e non deve avere una progettualità. Prima di ogni nuovo libro occorrono grandi espiazioni che possono avere una durata più o meno lunga. E poi, naturalmente, bisogna stare con la testa rivolta al cielo in attesa di scorgere l’apertura di una piccola porta: quella si chiama idea.

 

Grazie, Vladimir, per il tuo tempo e le tue risposte.

 

Rosalia Messina

 

23 maggio 2015

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