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Vittorio Sgarbi, ”Tutte le grandi creazioni artistiche e letterarie si realizzano ‘Nel nome del Figlio”’

La figura di Cristo, eroe, rivoluzionario, uomo che realizza la volontà di Dio, è consustanziale all'arte occidentale: qualunque libro di storia dell'arte si deve confrontare con questo tema. Sono parole di Vittorio Sgarbi. Il grande critico d'arte parla del suo nuovo lavoro, ''Nel nome del Figlio'', edito da Bompiani. Al termine dell'articolo è possibile leggere un estratto del libro in anteprima...

Il più illustre critico d’arte italiano presenta il suo nuovo libro, “Nel nome del Figlio”, e discute delle priorità politiche e culturali del nostro Paese

 

MILANO – La figura di Cristo, eroe, rivoluzionario, uomo che realizza la volontà di Dio, è consustanziale all’arte occidentale: qualunque libro di storia dell’arte si deve confrontare con questo tema. Sono parole di Vittorio Sgarbi. Il grande critico d’arte parla del suo nuovo libro, “Nel nome del Figlio”, edito da Bompiani, delle politiche di conservazione del patrimonio culturale e artistico italiano e delle priorità politiche e culturali del nostro Paese.

 

Il suo nuovo libro, “Nel nome del figlio”, ripercorre il tema della vita di Gesù così come viene rappresentato nella storia dell’arte figurativa. Può riassumerci il percorso critico del testo?

Il libro si concentra su un aspetto assolutamente essenziale, consustanziale alla storia dell’arte occidentale: la religione cristiana. Tutte le principali architetture, opere liriche, poetiche, pittoriche o scultoree – da Notre Dame alla Basilica di San Pietro, da Giotto a Michelangelo, da Dante a Parini o Manzoni –, tutto quello che noi consideriamo grande creazione letteraria o artistica è determinato dalla religione cristiana e in grande misura dalla figura del Cristo. Qualunque libro si possa scrivere sulla storia dell’arte – ipotizziamo, per esempio, un libro sulla storia della pittura del Trecento – sarà interamente costituito da immagini religiose e da evidenti riferimenti al tema prevalente, che è quello di Cristo, nella Natività, nella Passione, nella fuga in Egitto.
La figura di Cristo è la figura di un grande eroe, di un rivoluzionario e di un uomo che rappresenta e realizza la volontà di Dio, Dio che esiste in quanto è e ha creato il mondo, ma tolto questo è una figura immobile. Tutto quello che è venuto dopo è del Figlio: sono i figli che fanno la rivoluzione, che cambiano il corso della storia. Per chi crede in Dio c’è da chiedersi perché, se Dio è di sempre, sia stato fino a duemila anni fa sostanzialmente fermo. Il Dio cristiano si realizza nella figura di un uomo, che è quella del Figlio. Nel nome del Figlio c’è la storia, nel nome del Figlio c’è la religione, nel nome del Figlio c’è un mondo che cambia prospettiva e posizione sentimentale, amorosa. Il Figlio ha fatto tutto.

 

Il libro è uscito anche in versione digitale: quali potenzialità offre per un testo di critica d’arte questo nuovo formato? L’interattività, le didascalie, gli indici ipertestuali pensa siano un modo accattivante per incuriosire e coinvolgere anche il lettore più profano e non soltanto gli esperti e appassionati del settore?

È evidente che la traduzione di un libro su un altro sistema informatico non cambia la sostanza delle cose dette, ma cambia il modo in cui vengono comunicate. Qualunque applicazione, soprattutto se integrata con ulteriori immagini, non può che essere positiva. Il libro è un oggetto manuale, qualcosa che appartiene al corpo fisico dell’uomo, qualcosa che a che fare con la mano. Anche il web ha a che fare con la mano, ma in una navigazione che è estranea al corpo. Non precludo nessuna possibilità che il web trasformi, elabori il libro. D’altra parte questo avviene, senza chiamare in causa il web, anche nell’opera lirica, che è racconto, teatro, musica, parola, il tutto racchiuso in un libretto in cui la storia viene raccontata: il libretto acquista però un diverso significato quando l’opera viene messa in scena. Qualunque sviluppo di un testo, e dunque il testo inteso come libretto per una rappresentazione visiva, è un’ipotesi lecita e già tra l’altro verificata.

 

In un’intervista di qualche anno fa, interrogato a proposito dello stato della cultura italiana ha detto, con un riferimento al mondo femminile: “Un’attrice valorizza la sua bellezza altrimenti la umilia. Le bellezze vanno curate e trascurarle vuol dire mortificarle. Quando una persona ha delle doti le cura e le valorizza. Così dovrebbe essere anche per il nostro patrimonio artistico”. La realtà invece qual è? Ritiene che ci sia un adeguato impegno delle nostre istituzioni nella preservazione e promozione del nostro patrimonio culturale e artistico?

Assolutamente no, c’è una totale mancanza di conoscenze del patrimonio e di misure necessarie alla sua tutela.  Ne è prova il fatto che sono stati stanziati 6 milioni di euro per trasferire la Pietà di Michelangelo dalla sua attuale collocazione, che è perfetta per l’opera, al Castello Sforzesco e al carcere di San Vittore. Chi pensi di utilizzare il denaro in un modo come questo dimostra di non avere minimamente idea delle priorità, di come molte opere abbiano bisogno che questi soldi vengano impiegati per tenerle in vita o per tenerle in buone condizioni. Torri, ville, edifici, palazzi –del Trecento, del Quattrocento – sono spesso lasciati in abbandono. Un eccesso di denaro viene buttato in imprese inutili, mentre altre cose più importanti avrebbero bisogno come il pane di quei soldi.

 

Lei aveva avanzato la sua candidatura alle primarie del Pdl, successivamente ritirata. Quali sarebbero i punti prioritari che secondo lei andrebbero inseriti in programma?

Per prima cosa far coincidere il Ministero dell’Economia con quello dei Beni Culturali in un’unica istituzione denominata ministero del Tesoro e dei Beni Culturali, in maniera tale che il ministro dell’Economia possa intervenire direttamente per tutelare l’integrità del patrimonio, che ne conferma e ne aumenta il valore materiale, a vantaggio di chi verrà dopo di noi.
In secondo luogo l’abolizione delle regioni, nate per una falsa volontà di decentramento. Verrebbero così tagliati inutili consiglieri e assessori di cui non si capisce quale sia la necessità legislativa. Occorrerebbe semmai immaginare che le regioni avessero un loro consiglio mensile in Parlamento, attraverso dei deputati espressi dalle singole regioni che assumerebbero l’incarico di commissari – ci sarebbero una commissione Lombardia, una commissione Piemonte e così via. Chi sta al Governo o al Parlamento potrebbe anche, una volta al mese, svolgere la funzione di consigliere o assessore della sua regione. Questo significherebbe un netto risparmio sui consigli e le assemblee regionali.
Avevo proposto anche una tassazione che fosse a scalare: chi guadagna di più non deve per forza pagare di più, si tratta di vedere quale sia il margine di guadagno su cui imporre il regime fiscale.

 

Secondo lei che ruolo hanno gli intellettuali oggi nella società italiana?

Hanno un ruolo piuttosto cospicuo, come è sempre stato. La parola “intellettuale” fu però ricusata da Sciascia, il quale diceva di riconoscersi nelle qualifiche di “dottore” o “ingegnere”, ma non in quella di “intellettuale”, termine che vorrebbe identificare una categoria con delle caratteristiche in comune: gli intellettuali invece hanno competenze completamente diverse gli uni dagli altri.

 

C’è sufficiente attenzione e interesse da parte degli italiani per la cultura?

L’interesse in astratto c’è, poi per realizzarlo occorre consapevolezza di cos’è la cultura, che non è solo una parola: tutti ne parlano, ma nessuno alza il “culo” per andare a vedere dei tesori meravigliosi che ci sono nelle città italiane.

 

26 novembre 2012

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