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Valerio Magrelli, ”Leggere e scrivere, l’ossigeno della mia vita”

''Scrivo per scoprire le differenze che separano la poesia dalla prosa''. Sono queste le parole di Valerio Magrelli, poeta, qui in veste di scrittore, con il suo libro ''Geologia di un padre'', con cui è approdato nella cinquina dei finalisti del Premio Campiello...

Lo scrittore, nella cinquina dei finalisti per il Premio Campiello, commenta la candidatura, ci parla del suo libro “Geologia di un padre” e dell’esperienza di autore proveniente dal mondo della poesia

 

MILANO – “Scrivo per scoprire le differenze che separano la poesia dalla prosa”. Sono queste le parole di Valerio Magrelli, poeta, qui in veste di scrittore, con il suo  libro “Geologia di un padre”, con cui è approdato nella cinquina dei finalisti del Premio Campiello. Magrelli, laureato in filosofia ed appassionato di letteratura francese, ha esordito all’età di ventitré anni con una raccolta di versi intitolata “Ora serrata retinae”. La sua carriera è proseguita nel mondo della poesia, sino alla scoperta, quasi casuale, della passione per la prosa. In questa intervista Magrelli commenta la sua candidatura al Premio Campiello, ci parla del suo ultimo libro e della sua esperienza di scrittore, poeta ed amante della letteratura.   

 

E’ un’emozione forte essere tra i cinque finalisti del Campiello? Come ha accolto la notizia?

Con grande piacere, perché è una bella giuria e quindi il fatto che mi abbiano scelto è un riconoscimento. Uno scrittore scrive per essere riconosciuto e letto, e quando questo avviene è una festa. In più, venendo e restando nel mondo della poesia, sono piuttosto lontano dalle dimensioni dei premi letterari narrativi. Non ne ho mai preso parte, ma quando questo accade e le cose vanno bene, sono molto contento. 

 

Quali sono le speranze e le aspettative derivanti da questa candidatura?

Per quanto mi riguarda, entrare in cinquina per me è come una vittoria. Non ho idea di quali possano essere le aspettative, perché io ho scritto soltanto quattro libri di prose, e si tratta di libri un po’ particolari. Le chiamo prose perché spesso non c’è una trama, nel senso che ci sono mille intrecci, ma sono in qualche modo libri di ricerca legati all’idea di poesia da cui provengo. Dunque non so valutare quale possa essere la ricezione del pubblico. Detto questo, sarei ovviamene felicissimo di vincere, ma onestamente sono già molto lieto di essere entrato in questo gruppo.  

 

Come è venuta l’idea di presentare il protagonista del suo romanzo, suo padre, attraverso una tecnica caricaturale?

Fa parte di un lavoro stilistico, ha a che vedere con il tipo di espressività che uno scrittore non può scegliere, perché ce l’ha e basta.  Quando uno legge ed apprezza uno scrittore, vuol dire che ne riconosce la voce. Come dico io stesso in  un capitolo, la caricatura di mio padre è un modo per avvicinarmi di più a lui, per capirlo bene, esagerandone i tratti. A volte c’è il risentimento, come è normale in un rapporto tra padre e figlio. Tuttavia la caricatura è sempre un atto di amore. 

 

Lei nasce come poeta. Da dove viene  l’esigenza di cimentarsi con la scrittura in prosa? Che cosa permette di esprimere in più la prosa rispetto alla poesia, e viceversa?

Posso dire in tutta onestà che scrivo per scoprirlo. Il miei primi due veri racconti in prosa vennero su invito di Gianni Celati, un mio carissimo amico, per me uno dei più grandi scrittori viventi, che mi chiese di scrivere due racconti. Quando gli dissi che non avevo mai scritto racconti in prosa, lui mi disse che ne era ben consapevole, e che me lo chiedeva apposta. Quindi su quella spinta, sull’onda di quell’occasione, ho preparato i primi due racconti. Da lì iniziò un lungo percorso di una decina d’anni che mi portò al mio primissimo libro di prose che si intitolava “Nel condominio di carne” che, come si può intuire dal titolo, era tutto incentrato sulle malattie, sulla crescita, sull’infanzia. La stesura di quel testo mi impegnò per circa dieci anni, e l’ultimo capitolo di quel testo si intitolava proprio “Infanzia di un padre”. 

 

In “Geologia di un padre” confessione, diario, poesia, riflessione, memoir si fondono insieme. Si tratta di una commistione di generi tutti accomunati dal ricordo. Che ruolo e che valenza ha il ricordo all’interno della sua narrazione e della vita?

Qui si tocca un tema centrale. Io insegno letteratura francese da ormai venticinque anni,  All’origine della mia passione c’è Proust con “La ricerca del tempo perduto”, la cattedrale del ricordo. Lo scrittore che conobbi e su cui scrissi successivamente fu Perec, enigmista amatissimo da Calvino, che tra i suoi libri, tutti basati sul ricordo e sulla Shoah, ne ha pubblicato uno dal titolo “Io mi ricordo”, che è un vero e proprio elenco di ricordi. Per me il ricordo è un tema fondamentale, il motore dal quale tutto è partito. 

 

Quando è nata la sua passione per i libri e la lettura? Come descrive la sua esperienza sia di poeta che di scrittore?

Devo dire che io sono uno scrittore, un lettore, uno studioso, un docente, un traduttore. Si tratta di tutte attività che hanno a che fare con i libri. Leggere e scrivere sono l’ossigeno della mia vita. Questa mia grande passione non deve essere indicativa della mia esperienza di poeta e autore, in quanto esistono tantissimi scrittori ignoranti e tantissimi uomini colti che scrivono testi non degni di nota. Non è una garanzia di nulla, anche perché nella letteratura non c’è garanzia di nulla. Non esistono i raccomandati come nella nostra società. Io posso soltanto dire che ad un certo punto, con Proust, scattò un qualcosa che mi spinse ad innamorarmi dei libri e di tutto ciò che gli stava intorno. 

 

22 giugno 2013

 

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