Tim Parks, ”Leggere è una sfida”

Dopo una serie di disavventure sentimentali Beth, la leader di una band di successo, decide di lasciare tutto e chiudersi in un ritiro buddista nella profonda campagna inglese...

Il giornalista inglese, che vive nel nostro paese da oltre trent’anni, torna in libreria con “Il sesso è vietato”, un romanzo che racconta la nuova vita di una cantante pop in un ritiro buddista

TORINO – Dopo una serie di disavventure sentimentali Beth, la leader di una band di successo, decide di lasciare tutto e chiudersi in un ritiro buddista nella profonda campagna inglese. Inizia poi a raccontare la vita nella comunità e le sue conquiste con uno stile che è quello del diario intimo a cui non mancano punte di ironia e umorismo. Tim Parks presenta oggi alle 18 al Circolo dei Lettori di Torino il suo nuovo libro, “Il sesso è vietato”. Abbiamo parlato con lui di scrittura, giornalismo e stile.

Quello che colpisce del suo nuovo libro, ancora prima di aprirlo, è il fatto di essere scritto in prima persona femminile. Com’è stato, da uomo, scrivere dal punto di vista di una donna? Perché ha fatto questa scelta?

In realtà, per me, non era la prima volta. Lo avevo già fatto molti anni fa in un libro che non è stato pubblicato in Italia. Sinceramente mi è sembrata una cosa normalissima. Ho passato tutta la vita in compagnia femminile e parlare di donne, da donna, mi è venuto naturale. Ovviamente c’è sempre uno spostamento quando si scrive in prima persona immaginandosi di essere qualcun altro. Ma io mi appello a tutte le conoscenze che ho e lo trovo divertente. I personaggi di cui scrivo sono quasi sempre composti da persone che conosco, con cui ho parlato, con cui ho scambiato mail. Non è difficile trovare la voce giusta con tutto questo bagaglio sulle spalle.

Insomma passare per una donna non è stato così difficile…

Direi di no. Sono certo che se in copertina non ci fosse il mio nome il libro potrebbe benissimo passare per un romanzo scritto da una donna. Credo che il problema del passaggio tra voce maschile e voce femminile sia molto sopravvalutato. A mio avviso ci sono salti molto più complicati da fare, come quelli di classe, quelli verso ambienti di cui si sa poco. Scrivere in prima persona come un immigrato, ecco, quello sarebbe difficile. Senza conoscere la gamma di esperienze che queste persone si portano dietro uno ci penserebbe due volte prima di gettarsi nell’impresa.

Parliamo del libro. Cosa ti ha spinto a raccontare proprio questa storia? Da cosa hai tratto ispirazione?
Avevo già scritto prima un libro personale, “Insegnaci la quiete” pubblicato da Mondadori, che raccontava il mio avvicinamento a questi ritiri dove ero andato per via di dolori cronici e contro voglia. Ho fatto cinque o sei ritiri di questo tipo e in un in particolare ho lavorato in cucina. I ritiri sono gratis, funzionano grazie ai volontari. Dopo due o tre esperienze ho pensato che fosse il caso di offrirmi di aiutare, anche per pura curiosità. Insomma, ho lavorato in cucina come la protagonista del libro. E proprio in cucina, rendendomi conto di certe realtà e conoscendo persone che restano oltre un anno in questi ritiri, è nata l’idea di farne la cornice della storia. È stata una bella sfida, scegliere come cornice un ritiro, che per costituzione è un luogo dove non deve succedere niente, dove tutto è vietato e direzionato ad apprendere la disciplina. Soprattutto incontrando persone molto giovani ci si chiede spesso se è una scelta sensata o no. E so che è anche quello che pensa subito il lettore: “Questa ragazza deve andarsene al più presto”. Una giovane così attraente e piena di vita, chiusa in un posto così severo, colpisce chi legge.

Parliamo delle sue molte professioni, delle sfumature del lavoro di Tim Parks. L’essere giornalista influenza il suo modo di scrivere? Riesci a tenere distinti i due piani oppure le cose si influenzano reciprocamente?

Io onestamente nasco come scrittore, non come giornalista. Ho iniziato a scrivere pezzi quando mi è stato chiesto. Comunque non scrivo mai di cronaca e molto raramente di opinione politica, forse uno o due articoli all’anno per i giornali americani. Il giornalismo che faccio è legato alla letteratura, come i pezzi per il Sole24ore. C’è un ritmo molto diverso nella stesura di un romanzo o anche di un libro di non fiction e di un articolo. Una delle difficoltà oggi è proprio trovare gli spazi lunghi che servono per lavorare su qualcosa di più grande. Ma alla fine si tratta di imparare solo a gestire i tempi. Devo dire che credo che iniziare come giornalista, se uno vuole scrivere, non sia una buona soluzione. Meglio fare qualcosa come l’insegnamento, se c’è bisogno di pagarsi le bollette. Perché iniziando come giornalista uno rischia di sviluppare uno stile molto diverso da quello dei romanzi, più asciutto.

In Italia si legge poco, lo dicono le statistiche. Quando scrive pensa al pubblico? Alle strategie da mettere in atto per farsi leggere?
Da questo punto di vista penso ci sia tutta una gamma di sfumature e posizioni. Ovviamente oggi va di moda tra gli scrittori dire: “No, io non penso mai al pubblico”, anche perché altrimenti ti danno subito del mercenario. Altri invece sono contenti di vedersi come scrittori commerciali e dicono: “Sì, io voglio far divertire”. Quello che penso io quando costruisco una storia, invece, è come poi questa sarà letta. Io scrivo il libro che vorrei leggere se fossi un lettore, diverso da me. Il libro deve essere costruito in modo che il lettore capisca e ne goda, ma il tipo di lettore a cui miro è uno come me. Uno scrive il libro migliore che vorrebbe esistesse già.
Adesso poi la situazione è stata complicata ulteriormente dalla rapida internazionalizzazione del romanzo, dall’importanza di farsi tradurre. Oggi ci sono scrittori che mirano a un pubblico non solo nazionale e questo vuol dire un uso diverso dei dettagli locali e anche della lingua. Credo che molte di queste cose siano subliminali, inconsce. È difficile per uno scrittore sapere esattamente cosa sta facendo né mi sembra tanto utile che lui indaghi più di tanto.

Per finire se le dicessero di promuovere la lettura con una sola frase, una sorta di spot…

È una bella domanda. Direi che il piacere della mente accesa dalla parola è un grande piacere. E anche che la scrittura è più viva e pericolosa di quanto non si creda. Leggere è anche una grande sfida.

 

Roberta Turillazzi

 

6 giugno 2013

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