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Su Repubblica, il nuovo libro di Mo Yan contro la politica cinese di controllo delle nascite

LA CRITICA QUOTIDIANA – La grande letteratura sa smuovere le coscienze e mettere davanti agli occhi di tutti le grandi ingiustizie della realtà, preparando un cambiamento. È quello che fa il nuovo libro del premio Nobel per la letteratura Mo Yan, ''Le Rane'', di cui parla Renata Pisu su Repubblica. Il tema qui affrontato è la politica di controllo delle nascite adottata dal potere in Cina...

La giornalista Renata Pisu presenta una lucidissima analisi di “Le Rane”, ultima fatica dello scrittore premio Nobel, che disegna qui una saga epica contro uno dei terribili delitti di cui si è macchiato il potere in Cina

LA CRITICA QUOTIDIANA – La grande letteratura sa smuovere le coscienze e mettere davanti agli occhi di tutti le grandi ingiustizie della realtà, preparando un cambiamento. È quello che fa il nuovo libro del premio Nobel per la letteratura Mo Yan, “Le Rane”, di cui parla Renata Pisu su Repubblica. Il tema qui affrontato è la politica di controllo delle nascite adottata dal potere in Cina, di cui lo scrittore descrive l’orrore con immagini indimenticabili.


REALISMO ALLUCINATORIO
– Lo stile è quello che l’autore sa usare magistralmente e che costituisce il tratto caratterizzante dei suoi libri, il “realismo allucinatorio”. Protagonista della vicenda è la Zia, ostetrica di campagna, che da benevola levatrice si trasforma in mostro al servizio del Partito, braccio esecutore di quella politica del controllo delle nascite che dal 1978 diventa politica del figlio unico. Il suo dovere diventa praticare aborti forzati, e lei lo svolge con instancabile solerzia, perseguitando donne incinte in una lotta contro il tempo per eliminare il nascituro prima che venga al mondo, dovesse essere anche cinque minuti prima del parto. Questo compito la condurrà fino alla follia, alla grande allucinazione che la colpirà a un certo punto, quando si vedrà aggredita da migliaia di rane che le salteranno addosso e le si aggrapperanno ai vestiti. Una scena dal valore altamente allegorico, il cui significato si gioca su una finezza linguistica resa possibile dal cinese: il termine “wa”,  “rana”, significa anche “bambino”. È evidente allora che le rane rappresentano i bambini non nati.

UNA DENUNCIA FORTE E CHIARA – C’è una polemica riguardo a Mo Yan, spiega Renata Pisu, che viene “accusato di essere uomo dell’establishment e complice del regime, non il dissidente da premiare”, una figura di intellettuale del tutto diversa da quello di Jean Paul Sartre, che per evitare qualsiasi compromesso con il sistema rifiutò il Nobel nel 1964.  E la giornalista aggiunge che, se nel libro la Zia dichiara di aver effettuato 2 mila aborti, la donna reale cui questo personaggio si ispira dichiarava in un’intervista alla televisione di Hong Kong di averne praticati 40 mila. Una volontà di edulcorare la realtà? Forse in parte, ma la denuncia lanciata da questo libro resta forte e chiara. La voce narrante è il nipote della Zia, chiamato con il nome “Girino”. È lui a raccontare gli orrendi delitti della donna a uno scrittore giapponese, Sugitani, confidandogli di voler scrivere su di lei “un dramma che stia alla pari con ‘Le Mosche’ o ‘Le mani sporche’ di Jean Paul Sartre”. “Forse in questo suo [di Mo Yan] accenno a Sartre si nasconde un tentativo  di ravvedimento, di rifiuto simbolico del Nobel?” suggerisce Renata Pisu. E poi, la Zia è un personaggio complesso, tormentata dal senso di colpa, che alla fine trova consolazione nel rapporto con il marito, il Maestro dei Bambini di Creta, che l’ha salvata dall’allucinazione delle rane. La donna trova conforto in un’altra allucinazione, in cui lei infonde la vita alle figurine modellate dall’uomo. Ma questo non cancella il passato. “Ad ogni modo il crimine è stato perpetrato, Mo Yan lo denuncia come meglio non si sarebbe potuto fare, tinteggiando a colori forti una saga epica e tragica, familiare e cruenta”. Rendendo onore, insomma, a quello che è il compito della grande letteratura.

31 maggio 2013

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