Gli standard di bellezza sono volubili, variano nel tempo e nel luogo. Stabilito questo assioma possiamo smettere di guardarci allo specchio e rimpiangere un’altra epoca per sviscerarne la ragione.
Qualità di Adone e Venere
Tra labbra rimpolpate dal filler, capelli lisci e lunghi, lineamenti scolpiti come quelli di una statua greca, oggi è difficile trovare la singolarità dell’individuo, che sia esso di sesso maschile o femminile. Guardandosi attorno si nota uno stile omogeneo nel vestirsi e nel truccarsi: mullet, jeans, tute griffate, sneakers che costano un occhio della testa; sopracciglia in microblending, laminazione, crop top ecc. Adone e Venere dei giorni nostri.
Ma da dove nascono? In realtà sono sempre esistiti. I prototipo sono uno specchio culturale che riflette ciò che il popolo considera attraente in un determinato periodo storico grazie all’influenza dei media, dei social e delle celebrità. È la cultura pop, l’industria della moda e della bellezza e guidare lo sguardo della società, ma c’è un solo responsabile dietro: la popolarità — e dunque la società stessa.
Chi sono Adone e Venere?
Il più popolare vince il premio di “perfetto”, di “prototipo”. Un premio che graverà sulle sue spalle fino al prossimo giro, quando qualcuno lo surclasserà nel regno della popolarità.
Spesso i prototipi sono gli attori: è il caso di Angelina Jolie, le cui labbra sono diventate un must have nel mondo del beauty dei primi 2000 per essere poi surclassate dalla “Instagram face” di Megan Fox e Kim Kardashian.
Gli uomini, invece, si sono concentrati sul prototipo mascolino-palestrato in stile Tom Holland, un evergreen che non riescono a lasciarsi alle spalle nemmeno con Jacob Elordi, che punta sulla “dolcezza” e sulla mascolinità al contempo.
La chirurgia plastica
Chi non arriva ai risultati con lo sport e le diete estreme, chi non riesce a essere costante con il face-taping (pratica secondo la quale uno scotch medico ben posizionato potrebbe aiutare a rallentare o ridurre le rughe e pesantezza del tono muscolare), decide di affidarsi alle punturine.
E se prima sono iniezioni di filler, poi si passa al botox e si finisce in Corea, patria della chirurgia plastica.
Alcune testimonianze hanno citato trattamenti davvero curiosi, come quello a base di sperma di salmone; innovativo, certo, ma che l’abbia causato una forte allergia alla temeraria ragazza volata fino in Corea del Sud per testarlo sulla sua pelle.
Tuttavia, questo non invalida i trattamenti e le operazioni coreane, giacché si tratta di un popolo più che influenzato dalle mode e incline ai cambiamenti corporei. Trai tanti, l’intervento più eseguito nel Paese è la blefaroplastica.
Corea del Sud
I canoni estetici in Corea del Sud sono davvero rigidi, forse ancora più che in Occidente. Lì non si è belli se non si è truccati, magri, con gli occhi grandi e la pelle chiara. Avere tratti orientali, per assurdo, è visto come segno d’inferiorità, motivo per il quale gli interventi di chirurgia plastica sono all’ordine del giorno.
Tra prodotti dimagranti, make-up e pulizia del viso, l’industria della bellezza è in continua espansione, così come l’ossessione che ne deriva.
Beauty routine coreana
Sui social impazza la beauty routine, e la più famosa, ormai, è quella coreana in dieci step. “Beauty secrets. Dalla Corea il rituale in 10 step per una pelle luminosa e perfetta” approfondisce proprio questo argomento: la skincare in dieci step come rituale e perfino la K-beauty.
Cosmeticoressia
Questo mettersi di fronte allo specchio con saponi, lozioni, maschere e patch non è ad appannaggio coreano. La tradizione è scivolata anche oltreoceano e, raggiunta l’America, ha fatto un danno enorme creando la “cosmeticoressia”, o più banalmente le “Sephora Kids”.
Ma di cosa si tratta? Molto semplice, banale e terribile: un modo per sentirsi parte del mondo adulto, l’ossessione delle bambine di usare cosmetici per la cura della pelle sotto i 10 anni — portando all’invecchiamento precoce e a danni cellulari.
Cosa c’entra tutto questo con la Corea?
Il packaging, i colori invitanti, il modo in cui vengono proposti su TikTok i video di Get Ready With Me (ragazze che si truccano e struccano di fronte alla telecamera mentre chiacchierano con il pubblico del più e del meno) portano i più giovani a invogliarsi verso un mondo che avrebbero altrimenti ignorato; e l’industria della bellezza coreana è maestra in fatto di presentazione marketing.
Gli standard coreani
Il tema della bellezza è davvero molto sentito in Corea e spesso associato a forti pressioni sociali. La cultura dell’immagine è molto potente: c’è un grande enfasi sull’aspetto fisico e sul conformarsi a determinati standard estetici, che riguardano sia le donne che gli uomini, ma in modo particolare le donne.
Come già detto, la Corea del Sud è patria della chirurgia plastica tant’è vero che a Seoul ci sono interi quartieri dedicati alle cliniche private di chirurgia estetica.
Quest’accento sulla bellezza è radicato anche nella cultura pop e nei media: le celebrità e gli idol del K-pop spesso rappresentano modelli di bellezza quasi irraggiungibili, perché già passati sotto i bisturi prima che sul palco, e chi ne è fan desidera terribilmente assomigliargli o attirarne l’attenzione. Sennonché non sono rari i casi in cui perfino gli idol stessi sono letteralmente crollati per il rigido regime a cui vengono sottoposti pur di mantenere le apparenze — e in tal caso ci riferiamo alla magrezza.
Il digiuno
Ricordiamo di HyunA, star coreana che nel novembre 2025 ha avuto un collasso perché gravemente sottopeso. O Ailee, a dieta come lui, che ha confessato in tv di mangiare solo 500 calorie al giorno e di non riuscire a dare il massimo perché ormai depressa.
Questo mito del magro è bello è nato e cresciuto anche in risposta a una società molto competitiva, dove l’apparenza può influire su opportunità lavorative e sociali a scapito della salute altrui.
Addirittura troviamo scarse per il Paese iniziative come i contatori di calorie sulle scale, che servono per incoraggiare l’attività fisica.
“La bellezza delle altre”
Frances Cha si posiziona proprio qui, al centro di questo clima folle e tormentato, con un libro che funzionando un po’ da saggio e un po’ da monito, raccontando l’esperienza di personaggi femminili chiarissimi e realistici: donne che affrontano l’idea di bellezza in un mondo tagliato su misura di un modello inarrivabile.
È una scrittrice che osserva Seoul da dentro, da quelle vie “di plastica” che per anni si sono nascoste dietro una bellezza tutta uguale e che in realtà hanno ignorato scandali come quello della “settimana dei cubetti di ghiaccio” di Momo finito sul Corea Times (un’idol che per dimagrire ha mangiato solo cubetti di ghiaccio per una settimana).
Ne “La bellezza delle altre” si scopre quanto la bellezza sia necessaria per “avere un futuro” nella società Coreana, ma anche quanto essa venga sfruttata per ritagliarsi un gradino sociale; la propria e quella altrui, come nel caso delle donne che lavorano nei room salon — come nel caso di Kyuri, donna bellissima, che “ha tutto” e lavora in un locale d’élite.
E si chiede anche cosa succede quando il corpo, non più solo della donna, diventa “di qualcun altro” a causa della maternità. Il personaggio di Wonna è un altro focus sulla crescita femminile, quello che sposta il romanzo dal “voglio brillare” al “voglio resistere”, che sa fin troppo bene quanto l’estetica sia garanzia sociale e “polizza assicurativa”.
Ma ci sono altri personaggi, altre facce di questa femminilità che affronta la piaga della bellezza.
Critica estera
Il Guardian lo definisce un racconto “fizzing” e “grisly”, insistendo sul carattere seducente e insieme disturbante del mondo che descrive, e sul fatto che non si limita a “denunciare” la consumer culture: la mette in scena come un sistema totale.
La critica anglofona, d’altro canto, non ha letto “La bellezza delle altre” come un semplice “romanzo sulla Corea” per un pubblico curioso, ma come un romanzo sul presente, usando Seoul come epicentro di dinamiche globali: il culto della performance, l’ansia di status, la trasformazione del corpo in progetto; e, dopotutto, è un po’ quello che abbiamo fatto noi.
