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Silvia Vitrò, ”Nel mio libro dimostro come l’uomo progredisca lentamente verso il bene”

Un uomo, sempre diverso, ma sempre uguale, alla ricerca non solo dell’assassino, ma anche di sé stesso, della sua libertà, per non rimanere prigioniero di un destino immutabile e per capire che cosa significhi essere felice. Sono queste le caratteristiche del protagonista del “Prigionieri dei secoli”...

La scrittrice e giudice presso il Tribunale di Torino presenta la sua ultima opera “Prigionieri dei secoli”e spiega come la sua attività sia stata fonte di ispirazione all’interno dei suoi libri

 

MILANO – Un uomo, sempre diverso, ma sempre uguale, alla ricerca non solo dell’assassino, ma anche di sé stesso, della sua libertà, per non rimanere prigioniero di un destino immutabile e per capire che cosa significhi essere felice. Sono queste le caratteristiche del protagonista del “Prigionieri dei secoli”, l’ultimo libro di Silvia Vitrò, scrittrice e giudice presso il Tribunale di Torino. L’autrice illustra il tema centrale dell’opera e spiega come la sua attività sia stata fonte di ispirazione all’interno dei suoi libri.

 

Da cosa nasce l’idea del suo libro?

L’idea di questo libro nasce dall’intenzione di dimostrare che l’umanità non è statica e chiusa nei suoi errori, ma progredisce, sia pure lentamente, verso il bene.

 

Cosa accomuna i personaggi protagonisti del libro, che portano avanti le loro indagini in differenti fasi storiche?

In realtà il protagonista è sempre lo stesso, il procuratore romano Iacopus, che diventa nelle situazioni storiche successive lo sceriffo sassone Jack, il maggiore tedesco Jakob, ecc.

Questo perché la vicenda, che inizia alla fine del 1° secolo d.c. nella Germania occupata dai romani, poi prosegue, ma in ambientazioni via via diverse (dopo la Germania occupata dai romani vi è la Britannia occupata dai Sassoni verso il 900 d.c., poi la Cina occupata dai Mongoli verso il 1.300 d.c., le colonie americane nella lotta di indipendenza dall’Inghilterra nel 1775 d.c., la Francia occupata dai nazisti nel 1944, infine la Cecenia ai giorni nostri, sotto l’influenza dei russi).

 La storia è sempre la stessa, così i personaggi; è come se, a teatro, ad ogni riapertura del sipario i soliti personaggi ricomparissero, portando avanti la storia, con tutti i nuovi avvenimenti, però ogni volta vestiti con gli abiti di un’epoca diversa.

Ciò a sottolineare che l’uomo è sempre lo stesso, le sue passioni, il suo tormento, i suoi sentimenti sono sempre i medesimi, e che questa storia avrebbe potuto essere ambientata e svolgersi in qualunque epoca.

 

Quali sono i punti in comune e le novità rispetto ai suoi precedenti romanzi gialli, entrambi ambientati presso il tribunale di Torino?

Non vi è quasi alcun punto in comune con i precedenti romanzi.

E’ vero che anche in questo caso vi è un filo giallo (l’indagine sull’omicidio di una donna), tuttavia il tema principale del libro è costituito dall’evoluzione della coscienza del protagonista (il procuratore romano Jacopo, che poi diventa lo sceriffo sassone Jack, il maggiore tedesco Jakob, ecc.), il quale prende sempre più consapevolezza di se stesso, della sua aspirazione alla libertà, per non rimanere prigioniero di un destino immutabile e per capire che cosa significhi essere felice.

 

Quanto la sua esperienza di giudice è fonte di ispirazione all’interno dei suoi libri?

Mentre nei precedenti romanzi l’esperienza di giudice è stata fonte di ispirazione, nel libro “Prigionieri dei secoli” la fonte è da ricercare nell’interesse verso l’evoluzione storica della coscienza dell’uomo.

 

Ha già pensato al suo prossimo romanzo? Pensa di poter trovare ispirazione dall’attualità di oggi?

Sono quasi al termine di un nuovo romanzo, che è strettamente legato all’attualità, in particolare al tema dell’immigrazione. Qui ritorna la mia esperienza di giudice (mi occupo anche di protezione internazionale degli immigrati) e si manifesta il mio desiderio di descrivere la vita di chi ha avuto la sfortuna di nascere nella parte “sbagliata” del mondo.


29 marzo 2013

 

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