Shakespeare e Wordsworth aiutano più della psicanalisi

Proprio Wordsworth ha scritto che la ''mente umana è in grado di eccitarsi, senza l'impiego di stimolanti grossolani e violenti''. La ricerca inglese conferma la sua intuizione: leggere le opere impegnative dei più grandi scrittori, come il ''Re Lear'' di Shakespeare o la poesia di Philip Larkin fa scattare una ''molla'' al cervello...
Dal Daily Mail Reporter una recente ricerca sostiene che leggere poesie e grandi classici stimola l’attività cerebrale e costituisce una valida terapia psicanalitica

 
MILANO – Proprio Wordsworth ha scritto che la “mente umana è in grado di eccitarsi, senza l’impiego di stimolanti grossolani e violenti”. La ricerca inglese, ripresa dal Daily Mail Reporter, conferma la sua intuizione: leggere le opere impegnative dei più grandi scrittori, come il “Re Lear” di  Shakespeare o la poesia di Philip Larkin fa scattare una “molla” al cervello che non può essere paragonata all’effetto suscitato dai libri moderni, più facili da leggersi, o dai manuali di auto-aiuto.

LA RICERCA – I ricercatori hanno utilizzato scansioni del cervello per studiare quali aree erano attive quando i volontari leggevano passaggi complessi da Shakespeare, Larkin e altri grandi scrittori, per poi monitorare cosa accadeva quando si passava a leggere versioni semplificate degli stessi testi. Gli studiosi hanno monitorato l’attività cerebrale, in particolare, attraverso le risposte che i lettori hanno fornito a ogni singola parola, notando come e quali aree si sono illuminate incontrando parole insolite, frasi sorprendenti o complesse strutture delle frasi. La ricerca ha anche scoperto che la poesia, in particolare, suscita una maggiore attività nell’emisfero destro del cervello, una zona dove ha sede la ‘memoria autobiografica’, che ha aiutato e portato i lettori a riflettere e rivalutare le proprie esperienze alla luce di ciò che avevano letto. Stando a quanto dichiarato dagli studiosi, questo implica che i classici sono più utili dei libri di auto-aiuto. Philip Davis, un professore inglese dell’Università di Liverpool che ha lavorato allo studio con risonanza magnetica ha detto: “La letteratura seria agisce come una molla sul cervello”. La ricerca mostra la potenza della letteratura, capace di indirizzare e “spostare” i percorsi mentali, di creare nuovi pensieri, forme e connessioni, nei giovani e meno giovani allo stesso modo.

PRIMA FASE: MAGGIOR ATTIVAZIONI CEREBRALI
– Nella prima fase della ricerca si è analizzata l’attività cerebrale di 30 volontari mentre leggevano Shakespeare prima nella versione originale e successivamente in quella “moderna”, ad esempio,  hanno letto una riga da Re Lear, “Un padre e un vecchio pieno di bontà: voi l’avete reso pazzo” prima nella versione originale ”A father and a gracious aged man: him have you madded’’, successivamente nella forma modernizzata “A father and a gracious aged man: him you have enraged”. Si è notato che la lettura del termine “madded”, termine usato in funzione verbale dall’aggettivo “mad”, ha innescato un più alto livello di attività cerebrale rispetto al registro quotidiano. Lo studio è proseguito verificando per quanto tempo questo effetto è durato. È stato osservato che il picco scatenato dalla parola sconosciuta si è protratto anche nella lettura successiva, “accendendo” e stimolando ulteriormente l’attenzione dei lettori.

SECONDA FASE: RIVIVERE IL VISSUTO
– La fase successiva della ricerca si è concentrata sulla misura in cui la poesia può influenzare la psicologia e fornire un beneficio terapeutico attraverso le opere dei grandi Wordsworth, Henry Vaughan, John Donne, Elizabeth Barrett Browning, Eliot, Philip Larkin e Ted Hughes. I cervelli dei volontari sono stati esaminati durante la lettura di quattro versi di Wordsworth: “She lived unknown and few could know, when Lucy ceased to be. But she is in her grave and oh, the difference to me”, sempre nella versione originale e versione parafrasata. La lettura della prima ha causato un maggior grado di attività cerebrale, illuminando non solo la parte sinistra del cervello collegato al linguaggio, ma anche l’emisfero destro che si riferisce alla memoria autobiografica e alle emozioni. L’attività e la zona del cervello suggeriscono che la poesia innesca meccanismi di “rimemorazione”, portando il lettore a riflettere e ripensare le proprie esperienze, uno dei più diffusi metodi utilizzati dalle terapie psicanalitiche. “’La poesia non è solo una questione di stile. Si tratta di stratificazioni profonde di vissuti che riguardano la sfera emotiva, biografica e cognitiva” -ha detto il Prof. Davis, che ha presentato i risultati alla North of England Education Conference di Sheffield-“questa è la prova che il linguaggio elevato della letteratura, a proposito di situazioni umane, può dare un aiuto maggiore libri di auto-aiuto o delle semplici letture che confermano opinioni prevedibili, immagini convenzionali, e rappresentazioni”. Davis sta collaborando inoltre con l’associazione “The Reader Organisation” per stabilire gruppi di lettura ad alta voce in case di cura, biblioteche, centri per disabili, scuole e librerie.

1 febbraio 2013

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