Schwab reinventa il vampiro e finisce tra i migliori 100 libri del NYT

29 Novembre 2025

Un gotico queer che trasforma il mito del vampiro: “Seppellisci le mie ossa nel suolo a mezzanotte” di Schwab è tra i migliori 100 libri del New York Times.

Schwab reinventa il vampiro e finisce tra i migliori 100 libri del NYT

Con “Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte”, V.E. Schwab costruisce un romanzo adulto e autonomo. Niente cicli fantasy, vampiri come gadget pop; questa volta è un ragionamento su desiderio, colpa, memoria e libertà: una metafora che attraversa i secoli.

L’edizione italiana (edita Mondadori, traduzione di Chiara Brovelli) rende accessibile un testo dalla struttura a tre tempi: 1532, Santo Domingo; 1827, Londra; 2019, Boston. Non è un vezzo: è il modo in cui il libro mostra che la fame — d’amore, di potere, di riconoscimento — cambia maschera ma non sostanza.

L’uscita ha generato attenzione internazionale: People ha avuto la cover reveal e un’intervista in cui l’autrice definisce il romanzo “un regolamento di conti” con sé stessa e con i temi che l’hanno fatta scrivere; ha anche annunciato la firma di 300.000 copie della prima tiratura americana.

A monte, la stessa operazione nasce da un accordo milionario con Tor/Macmillan (si parla di “sette cifre”): un segnale di fiducia editoriale raro per un’opera stand-alone e non seriale.

Perché se ne parla?

Ricezione critica e posizione nel panorama 2025

Se ci si chiede perché il libro è finito ovunque nelle conversazioni di fine anno, la risposta non è solo “perché l’ha scritto l’autrice di Addie LaRue”. I segnali critici sono stati precoci e convergenti. Il Chicago Review of Books ha insistito sull’ambizione strutturale del romanzo — “una storia di vampiri lesbiche che piega i tropi gotici per interrogare il potere e l’intimità” — sottolineando come la molteplicità di voci sia al servizio del tema, non un puro esercizio di stile.

Nei round-up di fine stagione del Guardian la definizione ricorrente è stata quella di macabre delight, una delizia macabra: un modo per dire che la parte “nera” non schiaccia mai la leggibilità, e che l’intrattenimento qui è nervoso, tagliente.

Vale un dato collaterale ma eloquente: Schwab è rimasta al centro delle pagine cultura anche quando non parlavano solo del libro; basti guardare i resoconti del Washington Post sulle classifiche bestseller, dove l’autrice compare con regolarità e viene spesso usata come cartina al tornasole del “nuovo gotico commerciale” capace di parlarsi con la critica.

È il contesto dentro cui leggere Seppellisci le mie ossa: non una meteora, ma il tassello di una traiettoria già sorvegliata dai media generalisti.

Tre epoche, tre donne, una stessa “fame”

Se si chiede “che succede nel libro?”, la risposta breve è: ci sono tre linee narrative, tre protagoniste, ma un nucleo in comune; tuttavia bisogna approfondire per capire davvero questo libro.

1532, Santo Domingo: María (una fuga in anticipo sul proprio destino)

Il primo movimento sta ai margini del mondo coloniale, Santo Domingo 1532, dove María capisce in fretta che il suo valore nell’economia maschile è una somma di bellezza e docilità. La tentazione di sparire dalla propria vita arriva in forma di sconosciuta affascinante: la promessa non è semplicemente amore, è un’altra possibilità di esistere, anche a costo di rinunciare alla luce.

È un capitolo che legge le dinamiche di predazione (economica, sessuale, politica) prima che quelle soprannaturali: il vampirismo, qui, è una lingua seconda per raccontare l’assorbimento di una vita da parte di un’altra. I materiali di trama su epoche e luoghi coincidono con quelli della sinossi ufficiale (e con la pagina bibliografica di Google Books, utile anche per dati d’edizione).

1827, Londra: Charlotte (il prezzo della libertà)

A Londra, quasi tre secoli dopo, Charlotte vive nel guscio di una proprietà di campagna: educazione, regole, una vita “pulita”. L’incontro che le cambia l’orbita non è tanto con una donna magnetica quanto con l’idea di libertà che quella donna incarna. Schwab mette in scena lo scarto tra desiderio e rispettabilità, e lo fa senza scorciatoie: la Londra pre-vittoriana è una città che punisce chi sgarra e sa punire le donne con più efficienza degli uomini.

Ancora una volta, il vampiro come figura non tanto del male “gotico”, quanto del prezzo: libertà che si paga con la metamorfosi, con la perdita di un nome, con la necessità di nutrirsi.

2019, Boston: Alice (la fame come identità)

Nel presente dilatato di Boston 2019, Alice sposta il baricentro su identità e rabbia. È un personaggio con cui molte lettrici e molti lettori contemporanei hanno familiarità: non per i canini, ma per l’insoddisfazione cronica e per il bisogno di riscrivere il proprio corpo sociale. Qui il vampirismo diventa il modo per parlare di appartenenza e di comunità queer: quanto c’è di politico negli appetiti?

Quanto la sete di un corpo è sete di riconoscimento? Nel racconto pubblico del libro, Schwab ha parlato di “reckoning”, di un «farla finita con certi automatismi» del genere, compresi quelli legati alle figure lesbiche mostruose: «Questo romanzo è un regolamento di conti», ha detto a People.

Cosa fa Schwab al mito del vampiro

Chi cerca il brivido alla Anne Rice lo trova — la sensualità dell’ombra, la lentezza del sangue —, ma Schwab compie un’operazione diversa. Nelle interviste e nel materiale stampa, l’autrice ha insistito su due parole: identità e fame. La prima riguarda i ruoli (chi sei, chi puoi essere, chi ti è concesso essere); la seconda riguarda la spinta (che cosa desideri, quanto è negoziabile, quanta violenza produce se non la sai nominare). Nel profilo-anteprima di People queste linee sono chiare: la storia “segue tre donne, dal Cinquecento a oggi, i cui destini sono legati dal suolo stesso su cui camminano” — il che introduce un motivo terrestre, quasi “geologico”: le vite non sono solo biografie, sono sedimenti.

Anche l’AP, al momento dell’accordo con l’editore, ha messo l’accento su questo impianto corale e sul legame tematico tra i secoli.

In questo senso il romanzo è gotico ma è anche realista: non perché si appoggi alla verosimiglianza storica (che pure lavora con cura), bensì perché usa il soprannaturale per rendere visibile ciò che spesso resta indicibile: la violenza delle norme, la persistenza del trauma, il costo dell’autodeterminazione. Il risultato, come ha notato il Guardian nei consigli di genere, è un libro che “diverte mentre punge”, capace di convivere con i codici del mystery e insieme di farli saltare quando serve.

Struttura, ritmo, montaggio: un romanzo “a incastro” che chiede fiducia

Chi arriva da Addie LaRue si aspetta un respiro ampio, un’estetica riconoscibile, un uso musicale della ripetizione. Qui Schwab alza la difficoltà: incastra tre linee e diverse focalizzazioni, alterna prima e terza persona, cambia registro lessicale tra i secoli, e orchestra il tutto con capitoli corti che si richiamano.

L’effetto non è un patchwork gratuito: è, di nuovo, tema-in-forma. Il Chicago Review of Books nota che la polifonia “regge perché ogni voce porta una variante del medesimo nucleo” e che la suspense non è solo “chi muore o chi si salva” ma “chi diventa cosa”.

Questo montaggio ha un costo: nei primi capitoli c’è il rischio di sentire l’inerzia da pilota d’aereo (“decolliamo?”). Ma trascorse poche sezioni il libro prende quota: si capisce che gli echi tra le epoche sono programmati, che certe immagini (il terriccio, la sete alla gola, le porte da varcare) lavorano in diagonale. È il tipo di costruzione che, una volta finito il romanzo, spinge alla rilettura retrospettiva per vedere dove — in filigrana — la storia aveva già fatto il suo primo giro di chiave.

Lingua e atmosfere: dal velluto all’asfalto

Una parte del piacere sta nelle atmosfere. Il Cinquecento caraibico è solare e febbrile, con echi di cronache coloniali; la Londra del 1827 sa di candele, fumo, ribotti (ci si muove tra salotti, convitti, quartieri “sani” e strade nere); la Boston contemporanea taglia, parla sintetico, alterna bar, campus, appartamenti temporanei.

La traduzione italiana di Chiara Brovelli sceglie una strada difficile ma efficace: non uniforma. Accetta di cambiare temperatura lessicale da un’epoca all’altra, senza mai scadere nel “parlato finto antico” o nel gergo patinato.

Per capire quanto questo lavoro sia aderente alle intenzioni autoriali basta tornare alle fonti: la sinossi editoriale spiega la differenza di campi semantici (amore, libertà, rabbia) e rivela come ogni epoca “battezzi” il romanzo con un tema tonale.

Politica del corpo: potere, intimità e comunità queer

Parlare di vampiri lesbiche rischia il cliché se non si precisa “in che senso”. Qui la “mostruosità” non è un’etichetta, ma un campo di forze; non c’è compiacimento nel dolore, e non c’è “redenzione rosa” finale. Schwab lavora su tre assi:

  1. Il corpo come contratto: chi possiede il tuo tempo, il tuo nome, la tua fame?
  2. L’intimità come conflitto: quanta violenza fa un amore che pretende rimozioni?
  3. La comunità come scelta: chi ti protegge quando il mondo ti reputa “sbagliata”?

In più di un passaggio, la narrazione mostra che il potere desidera addomesticare ciò che non sa leggere: le donne che scappano dal ruolo e le queer che rifiutano lo specchio altrui. Questo la critica lo ha colto presto: i pezzi migliori — Chicago Review of Books e alcuni blog specializzati in narrativa sapphic — insistono sul fatto che il romanzo non giustifica la violenza delle protagoniste, ma nemmeno la moralizza: la interroga.

Dal trope al gesto: come il romanzo disinnesca “la lesbica mostro”

Schwab ha dichiarato di voler fare i conti con alcuni tropi tossici del gotico femminile. In parole sue: questo libro è “un reckoning”, un “processo” ai propri automatismi. Il modo in cui lo fa è semplice e radicale insieme: sposta il focus. Non c’è il buono/il cattivo; c’è il danno che si tramanda e si trasforma.

La “lesbica mostro” delle narrazioni ottocentesche — seduttrice, predatrice, punita — qui parla e decide, ma non si salva perché diventa “normale”: si salva, quando succede, perché definisce la propria fame e le dà misura.

Il vampiro smette di essere un moraletto sulla castità o sull’istinto; diventa crisi politica (quali vite meritano protezione?) e crisi etica (quali limiti accettiamo come nostri e non come imposti?).

Storia, archivio, invenzione: quanto pesa la documentazione

Una domanda legittima: quanta ricerca storica c’è? La risposta — dove il romanzo mostra e non spiega — sta nell’uso del lessico sociale di ogni epoca e dei vincoli giuridici impliciti. Schwab non infila apparati o note; preferisce il dettaglio rivelatore (un permesso negato, un gesto di controllo, un luogo che ammette o esclude). La scelta è coerente con la sospensione soprannaturale: l’aderenza storica c’è, ma non è un romanzo d’archivio.

Anche su questo punto il riscontro esterno è limpido: nelle presentazioni stampa, la comunicazione ha scelto di insistere sui temi — identità e fame — più che sulla filologia, ed è la stessa rotta che la critica ha premiato.

Che lettura offre al pubblico italiano

Per chi legge in italiano, “Seppellisci le mie ossa” arriva come un oggetto un po’ “anfibio”: parla al pubblico pop (c’è mystery, c’è tensione, ci sono colpi di scena) e insieme sollecita una lettura adulta su traumi, desiderio e potere. L’edizione Mondadori, nelle informazioni censite da Google Books, presenta un tomo ampio (oltre 600 pagine), segnale di una narrazione che non ha paura del respiro lungo.

È anche un libro “di conversazione”: funziona nei gruppi di lettura che amano discutere di personaggi moralmente ambigui, e funziona per chi vuole ragionare su come il gotico queer possa essere oggi uno strumento critico — non un effetto estetico.

Il confronto con “Addie LaRue”: continuità e differenze

È inevitabile il paragone con “La vita invisibile di Addie LaRue” (2020), il romanzo che ha trasformato Schwab in un fenomeno cross-over. Addie era la storia di un patto e di un nome cancellato dal mondo; “Seppellisci le mie ossa” è la storia di tre scelte che riconducono a un’unica parola: fame. In entrambi i casi l’autrice lavora con icone molto leggibili (il diavolo, il vampiro), ma qui la molteplicità cambia il baricentro: la voce narrante non è una, e soprattutto non chiede simpatia — chiede attenzione.

Non è più la parabola di una sola invisibilità; è la mappa di come il potere tenta, in secoli diversi, di addomesticare donne “fuori riga” e desideri non allineati.

Questo spiega perché il romanzo parla al presente: la questione della norma — chi decide che cosa è “giusto” per il tuo corpo — è il vero nervo. Qui le recensioni generaliste hanno allargato il cerchio: la definizione del Guardian, macabre delight, dice molto sul posizionamento culturale: non un libro di nicchia, ma un libro che espone i suoi conflitti al grande pubblico.

Dove il libro mette alla prova

È onesto dirlo: chi ama i romanzi lineari potrebbe urtare contro il continua a saltare. Ma è un ostacolo apparente. La forma chiede fiducia e la ripaga con risonanze che si sentono a metà testo e si capiscono del tutto solo alla fine. Alcune svolte morali — soprattutto nella linea contemporanea — sono spigolose: Schwab non abbellisce gli atti, e non sempre offre assoluzioni.

È una scelta: se il tema è la fame, l’autrice evita il rischio più facile, cioè trasformarla in “sete di romanticismo”. La fame qui è politica e relazionale prima che sentimentale. È la cosa che — quando non la guardi — torna a mordere.

Un romanzo da discutere e da amare

In un’annata in cui il gotico è stato spesso un vestito (citazioni, atmosfere, candele), “Seppellisci le mie ossa” usa il gotico come scalpello. Costruisce una riflessione non predicatoria sul rapporto tra potere e intimità, e mette la comunità queer nel punto in cui la narrativa mainstream spesso sorvola: non come contesto ornamentale, ma come relazione che ti salva o ti ferisce.

Il fatto che la macchina mediatica abbia accompagnato il libro con interviste e presentazioni concentrate sul processo creativo — sulla parola “reckoning”, sull’idea di firmare fisicamente ogni copia della prima edizione per ribadire un rapporto diretto con le lettrici e i lettori — dice qualcosa sul patto proposto: non “vi vendo un culto”, ma “vi propongo un lavoro sul desiderio e sulla memoria”.

Come e perché leggerlo

Il libro è uscito in un anno affollato di “riletture del vampiro”: molte di esse puntano sull’empatia, sul trauma consolato. Schwab compie una scelta diversa: non consola, non assolve, non punisce per morale esterna. Chiede al lettore di accettare l’inquietudine come parte della verità dei personaggi. È un gesto di fiducia che il pubblico ha ricambiato — basta guardare la visibilità mediatica che ha accompagnato l’uscita, da People all’AP — e che la critica ha riconosciuto nella sua ambizione formale (CHIRB) e nella sua forza di intrattenimento (Guardian).

Se si volesse ridurre a una formula il suo “messaggio”, si potrebbe dire così: la fame non è il nostro nemico, lo è il silenzio che le facciamo attorno. E ogni epoca inventa i suoi modi per non ascoltarla — religioni, patriarcati, burocrazie, romanticismi di comodo. È questo che rende Seppellisci le mie ossa più di un romanzo gotico: è una storia politica dell’intimità travestita da mystery soprannaturale.

Chi cerca un page-turner gotico troverà una storia tesa, carnale, a tratti spietata. Chi cerca un romanzo d’idee troverà un laboratorio su come la forma (tre tempi, tre voci, tre ferite) possa aiutare a pensare il presente. Chi cerca rappresentazioni queer non cosmetiche troverà personaggi che non chiedono permesso — e per questo fanno discutere.

Le recensioni più attente (CHIRB) e i consigli di lettura mainstream (Guardian) convergono su un punto: non si tratta solo di “un’altra storia di vampiri”, ma di un romanzo che usa il mito per fare politica dell’intimità.

Temi e metafore

Il suolo come archivio

Il titolo non è poetico per caso. Il suolo custodisce, connette, ricicla: i corpi passano, restano le tracce. È l’idea che salda i tre secoli.

La fame come grammatica del desiderio

La fame è insieme metafora (potere, riconoscimento) e fisiologia (sangue). Dare un nome alla propria fame significa decidere chi sei — e che cosa non sei più disposto a lasciare agli altri.

La metamorfosi come prezzo

Diventare qualcosa d’altro qui non è glamour; è costo: libertà comprata con nuove dipendenze, identità pagata con ulteriori rischi.

Pubblico pop e lettura “alta” non si escludono

Il romanzo entra con agio nelle classifiche e nei consigli mainstream, ma regge una conversazione da reading group universitario. Lo testimoniano sia la sua circolazione mediatica (People, AP) sia l’attenzione della critica di settore (CHIRB) e dei round-up anglosassoni (Guardian). È precisamente qui la sua utilità: abbassa la soglia d’ingresso senza abbassare la posta in gioco.

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