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Saverio Lodato, ”I libri e le letture di oggi non offrono un’analisi profonda della società”

Tante cose sono cambiate negli ultimi anni, una su tutte il volto della mafia e le modalità che lo Stato ha adottato per combatterla. Effimera sembra diventata anche la partecipazione degli intellettuali nel cambiare le brutture della realtà italiana, coinvolgendo la società in riflessioni di più ampio respiro, secondo la tradizione letteraria degli ''intellectuels engagés''...
L’autore, giornalista de “L’Unità”, nell’ultima versione del suo saggio “Quarant’anni di mafia” svela le contraddizioni persistenti nella lotta contro la mafia e la necessità di un maggior impegno sociale

MILANO – Tante cose sono cambiate negli ultimi anni, una su tutte il volto della mafia e le modalità che lo Stato ha adottato per combatterla. Effimera sembra diventata anche la partecipazione degli intellettuali nel cambiare le brutture della realtà italiana, coinvolgendo la società in riflessioni di più ampio respiro, secondo la tradizione letteraria degli "intellectuels engagés". Saverio Lodato, a soli quattro anni dall’ultima pubblicazione di questa inchiesta, presenta la versione aggiornata “Quarant’anni di mafia”, raccontando gli ultimi dieci anni di questa guerra infinita.

Il suo ultimo libro “Quarant’anni di mafia” è un saggio che aggiorna le versioni precedenti del libro. Da cosa nasce il bisogno di aggiornare periodicamente questo saggio?
La prima edizione uscì nel 1990. A quei tempi, ormai lontani, sembrava che fosse possibile con il primo “maxi processo” di Palermo infliggere a Cosa Nostra un colpo decisivo e definitivo. Falcone e Borsellino erano ancora vivi. Il “pool antimafia” di Palermo era diventato lo strumento operativo di una parte della magistratura che finalmente non accettava più di convivere con la mafia. Il libro, che dava conto quasi in tempo reale di quella stagione terribilmente drammatica sotto il profilo della sfida militare delle cosche ma anche ricca di speranze, venne apprezzato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che lo presentarono a Roma e Palermo. Falcone scrisse anche un’ampia recensione su Micromega. Sono orgoglioso, ancora oggi, delle loro parole di apprezzamento. Purtroppo, due anni dopo, la situazione precipitò. E le stragi di Capaci e via D’Amelio mi imposero di riprendere a raccontare quella storia che, a quel punto, rischiava di diventare infinita. Preoccupazione che i fatti  successivi confermarono ampiamente.   

Esiste ancora oggi una relazione tra ceti criminali e classe dirigente del nostro Paese?
Penso che, mai come in questo momento, questa relazione sia diventata un intreccio difficilissimo da dipanare. Una volta la mafia aveva rapporti con la politica, l’economia le istituzioni. Oggi, la mafia si è fatta politica, mafia e Stato essa stessa.

Rispetto alla prima edizione del libro, ritiene che siano stati fatti dei passi in avanti nella lotta alla mafia?
Tantissimi. E pochissimi. E non sembri un gioco di parole. Lo Stato ha dimostrato di saper pesantemente ridimensionare Cosa Nostra dal punto di vista militare. Pensiamo, per esempio, alla cattura di decine, centinaia di latitanti che, per quasi mezzo secolo, erano sembrati imprendibili. Ai beni sequestrati e confiscati, anche se siamo sempre alla punta di un iceberg. Alla presa di coscienza di categorie che in passato avevano chinato la testa, pagato e detto signorsì: mi riferisco a commercianti e imprenditori soggiogati dal pizzo. Al pentitismo mafioso. Si potrebbe continuare. Ma oggi la mafia ha smesso di sparare proprio perché ha capito che stava imboccando, soprattutto con lo stragismo, una strada senza ritorno. Di fronte a questa mafia, riveduta e corretta, pur tuttavia presente e insidiosissima, lo Stato resta con le mani in mano. Ecco perché non si tratta di un gioco di parole.   

In passato gli scrittori avevano un ruolo fondamentale nella società, verso la quale rivolgevano con le loro opere appelli, critiche, modelli di riflessione fondamentali per una crescita della cultura e della politica, nel senso più letterale del termine (uno su tutti: Pasolini). Oggi mancano grandi dibattiti e confronti tra gli intellettuali. Secondo lei da cosa dipende?
Pasolini, Sciascia, Calvino guardavano l’Italia com’era, e siccome non piaceva loro cercavano di inventarsene una migliore… Ma con la fine delle ideologie, si è finito con il buttare, con l’acqua sporca, anche il bambino: tanti intellettuali, come la stragrande maggioranza del mondo politico, non vanno oltre dichiarazioni proclamatorie contro la mafia. Quanto a colpirne davvero gli interessi, bé questa è tutta un’altra storia… Prova ne sia che la mafia, da 150 anni, resta dove è. Che si sono succedute, da sessant’anni, una decina di commissioni parlamentari d’inchiesta sul fenomeno. Il che non accade in nessuna parte del mondo. Un’ultima cosa: la politica, invece che arricchirsi grazie al contributo della cultura, l’ha prima blandita e poi lentamente prosciugata. In alcuni casi, va anche detto, che alcuni intellettuali sono stati pagati molto bene…  

 

Crede che la lettura di libri dedicati alla mafia come il suo possa aiutare a creare una coscienza popolare che si opponga alla criminalità nel nostro Paese?
Chi scrive un libro deve avere senso della misura. Sarei contento se i miei lettori mi riconoscessero una capacità di registrazione dei fatti che durano, in questo caso da 40 anni, ma anche una modesta, ma onesta, “chiave di lettura” che ho sempre cercato, attraverso tante edizioni, di offrire loro. Tocca ai politici creare, se lo vogliono, i germi di una coscienza popolare. Ho però l’impressione che abbiano altri interessi.       

Cosa occorrerebbe fare per promuovere la lettura e, più in generale, la cultura in Italia?
I libri trasmettono valori. Educano le coscienze. Restituiscono la complessità della storia che abbiamo alle spalle invitandoci a guardare al futuro. Per leggere un buon libro occorrono poche cose: alcune ore di concentrazione e una discreta illuminazione. Ma leggere significa coltivare la memoria. Quella stessa memoria che, quotidianamente, la televisione annichilisce, facendo tabula rasa persino di quanto è accaduto appena il giorno prima. Lo scontro è titanico. E spesso sono i libri a battere in ritirata. Come si potrebbe fare per capovolgere l’esito di questo scontro? Francamente non lo so. 

    
Come giudica la situazione storica attuale?
Assai delicata sotto il profilo, proprio, della lotta alla mafia. I magistrati di Palermo cercano di venire a capo di una spericolata e sordida trattativa fra lo Stato e la mafia che iniziò venti anni fa. Vengono ostacolati e frenati, piuttosto che incoraggiati. E anche ad altissimi livelli. E la mafia ringrazia.   

 

11 settembre 2012

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