L'intervista

Sandro Campani, “Perché facciamo più male proprio a chi vogliamo più bene?”

Sandro Campani, nel romanzo "Il giro del miele" (Einaudi), sottolinea quanto sul palco non siamo mai soli, ma in compagnia di chi amiamo

MILANO – Prima o poi arriva per tutti il momento della resa dei conti, il momento di mettere la propria vita sulla bilancia. E chi ha già vissuto questo momento sa quanto può essere doloroso e delicato. Sandro Campani, nel romanzo “Il giro del miele” (Einaudi), mette in scena proprio questo momento e sottolinea quanto sul palco non siamo mai soli, ma in compagnia delle persone più importanti della nostra vita. Come racconta Campani, il problema è che proprio “quando ci si vuole così tanto bene che ci si riesce a fare così tanto male”. Davide, d’altra parte, è un uomo semplice, consegna il miele a domicilio nel paese dell’Appennino dove è nato e cresciuto. Si sposa con Silvia, che ama fin da quando erano piccoli. Ma perso il lavoro e il suo grande amore Davide inizia a bere, lasciando entrare in sé una violenza che non è in grado di gestire. Il vecchio Giampiero invece è stato l’aiutante del padre di Davide e in qualche modo l’ha “portato sulle gambe”. Le loro sono relazioni tanto forti quanto precarie. Quando Davide, dopo anni di assenza, si presenta a casa di Giampiero, la resa dei conti arriva per entrambi. Abbiamo intervistato l’autore. Ecco cosa ci ha raccontato.

“Il giro del miele”, in fondo, è il racconto di una resa dei conti. Cosa importa per Davide e Giampiero quando arriva il momento di fare un bilancio della propria vita?

Davide e Giampiero sono in fondo due buoni, ma come tutte le persone buone hanno dentro di loro una parte di male con cui devono fare i conti. Ciò che importa per loro è cercare di sanare i propri sensi di colpa. Hanno entrambi diverse cicatrici – Giampiero ne ha addirittura una sulla mano, una cicatrice reale che sta a significare una cicatrice molto più grande – cicatrici che in qualche modo devono cauterizzare, se non guarire. In questa notte in cui ambiento teatralmente tutta la scena, Davide e Giampiero devono fare i conti con le proprie ferite.

Come si possono guarire queste ferite?

Entrambi sanno che l’assoluzione di uno è nelle mani dell’altro, e viceversa. Tutti e due sono legati alla figura di Uliano, padre di Davide e capo di Giampiero. Uliano ha tenuto fuori dal lavoro Davide preferendo a lui Giampiero e Giampiero, che non ha avuto figli, ha in qualche maniera cresciuto Davide. Questa triangolazione ha portato a una serie di sensi di colpa che possono essere risolti soltanto affrontandoli insieme.

È un paradosso che riusciamo a fare del male proprio a chi vogliamo più bene.

Sì, Davide lo dice pure a un certo punto nel libro. Le litigate più terribili, quelle in cui ci si fa un male irrecuperabile, avvengono con la persona che si ama. È quando ci si vuole così tanto bene che ci si riesce a fare così tanto male. È una cosa terribile che Davide subisce.

In discussione nel romanzo c’è anche la possibilità o meno di cambiare. Ma è davvero possibile cambiare?

Credo di sì, anche se i personaggi si impongono dei cambiamenti che però non si verificano fino in fondo, rivelandosi alla fine illusori o fallimentari. Davide cerca di cambiare la sua situazione economica mettendo in piedi un’attività. Giampiero accetta di caricarsi sulle spalle la falegnameria di famiglia mettendosi in società con un uomo che conosce troppo poco. Silvia finisce per tornare alla vita di paese abbandonando l’illusione della bella vita di città, tra aperitivi e concerti. È un aspetto della storia a cui mi hai fatto pensare tu adesso. In effetti i cambiamenti non si realizzano perché nessuno dei personaggi ottiene quello che vuole.

Però Davide, quando si presenta da Giampiero, in qualche modo è cambiato.

Sì, questo è possibile. Davide racconta di aver smesso di bere e il fatto stesso che vada a parlare con l’amico/nemico significa che vuole chiudere il cerchio e farla finita con quel dolore che si porta addosso da troppi anni. Però non sappiamo quanto sia vero tutto questo, perché il libro si chiude con un finale molto aperto. Se Davide è cambiato per davvero non te lo so dire neppure io.

Sono personaggi molto belli ed estremamente caratterizzati, anche nella voce. Come lavori ai dialoghi?

Quella del linguaggio è una delle mie preoccupazioni principali e sui dialoghi lavoro moltissimo. Essendo abituato a rileggere ad alta voce in maniera abbastanza maniacale tutto quello che faccio, sono molto attento nel curare la verosimiglianza delle voci dei personaggi. Davide ha un tipo di voce e Giampiero ne ha un altro. Le parti su Silvia hanno un altro passo ancora. Mi piace che i personaggi abbiano una voce “viva”. Mi affascina l’idea di inseguire il parlato della vita reale, o meglio, una sorta di “verità” del dialogo, che non coincide con il parlato: ne resta lontana alla pari di ogni altro artificio (perché so che è tutto artificio) ma in qualche modo cerco di catturare un ritmo, una risonanza propria che permetta a ogni voce di essere ascoltata.

 

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