Parla il giornalista de L'Unità su Ustica

Salvatore Maria Righi (L’Unità), ”Interessi politici e militari han reso impossibile scoprire la verità su Ustica”

SPECIALE USTICA - “La convergenza di interessi politici e militari di primissimo piano, non solo nel caso di Ustica, ha reso di fatto impossibile scoprire la verità di quasi tutte le strage compiute in Italia negli anni passati, come se fosse il prezzo di un certo status quo tra i blocchi contrapposti Est-Ovest”...

Il giornalista de “L’Unità” spiega perché secondo lui in merito al Dc9 Itavia non si riesce a stringere il cerchio delle responsabilità penali. “Fino a che non si metterà una targa all’aereo, o agli aerei, che hanno abbattuto il Dc9 diretto a Palermo, facendo precipitare insieme a lui anche i diritti civili di questo Paese, non ci sarà pace per i parenti e i familiari di quelle persone”

SPECIALE USTICA – “La convergenza di interessi politici e militari di primissimo piano, non solo nel caso di Ustica, ha reso di fatto impossibile scoprire la verità di quasi tutte le strage compiute  in Italia negli anni passati, come se fosse il prezzo di un certo status quo tra i blocchi contrapposti Est-Ovest”. E’ quanto affermato da Salvatore Maria Righi, giornalista de “L’Unità” che ha avuto modo nel corso degli anni di indagare dal punto di vista giornalistico su quanto è accaduto ad Ustica quel maledetto 27 giugno 1980. Secondo Righi, l’Italia ha coperto per tutto questo tempo, ormai 34 anni, le responsabilità di altri paesi, in quanto “non solo ci fu una battaglia aerea, ma ci sono molte probabilità che il nostro Stato maggiore e i vertici delle nostre forze armate ne fossero al corrente dall’inizio alla fine”.

Ha avuto modo, nel corso delle sue indagini e inchieste in merito, di farsi un’idea su cosa sia veramente successo il 27 giugno 1980 sui cieli di Ustica?

Lo scenario di guerra nel basso Tirreno in quella notte, e forse anche in altre di cui non abbiamo ancora notizia, è ormai un dato acquisito da tutte le fonti e in tutte le versioni dei fatti. Perlomeno quelle che hanno riconosciuto ormai fuori discussione tutte le ipotesi che non si concentrino sull’ipotesi del missile, certificata da tempo anche dalla Cassazione. Anche la presenza di oltre venti tracce radar sui nostri cieli è stata a suo tempo certificata dalla Nato, ma questo non significa necessariamente ed automaticamente che si tratti per forza di aerei coinvolti nel disastro del Dc9 Itavia. Ogni giorno e ogni notte sono decine e decine gli aerei in volo sulle nostre teste, era così anche all’epoca della strage, e per capire cosa sia successo bisognerebbe prima di tutto identificare ogni traccia ed associarla al relativo aereo che l’ha fatta registrare sui radar col trasponder. Sapere che c’erano in volo tanti aerei di nazionalità diverse, almeno verosimilmente, è importante ma non vuol dire ancora nulla, se non si arriva fino in fondo. Che un missile abbia abbattuto l’I-Tigi è ormai fuori discussione, ma per avere uno scenario di guerra bisogna avere una preparazione e soprattutto un motivo. Come in ogni delitto, ci vuole un movente. E in questo contesto, anche l’Italia avrebbe avuto probabilmente i suoi buoni motivi per partecipare ad azioni militari sotto traccia, o comunque coperte, nel complicato e bollente scenario del Mediterraneo negli anni Ottanta, nel pieno di una divisione tra Ovest e Est e delle tensioni della Guerra Fredda. Il Dc9 seguiva la propria rotta e casomai ci sarebbe da chiedersi perché mentre si trovava nella prima parte di essa, già avviato sull’aerovia Ambra 13, si siano alzati due caccia F-104 dalla base di Grosseto, in cabina i colonnelli istruttori Mario Naldini e Ivo Nutarelli, e abbiano effettuato un volo addestrativo, secondo l’Aeronautica, ma concluso dando più volte l’allarme generale che si lancia in caso di pericolo imminente per il paese. Quindi, non solo ci fu una battaglia aerea, ma ci sono molte probabilità che il nostro Stato maggiore e i vertici delle nostre forze armate ne fossero al corrente dall’inizio alla fine.

 

Di chi sono, a suo avviso, le maggiori responsabilità?

Per completare il ragionamento, direi che lo scenario di guerra con decine di tracce aeree registrate ma da identificare, chiama sicuramente in causa le forze alleate che erano protagoniste della scacchiere mediterraneo, nel caso per esempio è ormai accertato che la Francia avesse un paio di portaerei in navigazione e la base di Solenzara in grande fermento. Anche sugli americani ci sono fondati sospetti e molte domande senza risposta. Ma questo scenario implica per forza che l’Italia abbia coperto per tutto questo tempo, ormai 34 anni, le responsabilità di altri paesi. In cambio di che cosa? Qual è stato il prezzo di questo silenzio? Oppure ci sono anche responsabilità italiane in quella terribile strage che è stata per adesso sanzionata solo in sede di responsabilità civile? Vedendo le cose da un altro punto di vista, fino a prova contraria altrettanto legittimo, la pista che porta a responsabilità americane, o francesi, o comunque di un altro paese, è anche quella che porta molto lontano da qualsiasi coinvolgimento delle nostre forze armate. Eppure, anche all’Italia non mancavano i motivi per dare la caccia ai jet libici che, da più parti, vengono considerati come la ‘miccia’ che ha acceso la guerra elettronica e di missili nel cielo di Ustica quella notte. Di sicuro ci sono ancora molte domande che attendono una risposta non solo per quello che è successo la notte del 27 giugno 1980. Da un po’ di tempo, per esempio, sono impegnato in un lavoro di inchiesta sulla strage di Ramstein, in Germania, nell’agosto 1988, quando la pattuglia acrobatica delle Frecce tricolori causò un drammatico incidente in cui perirono, oltre a tre dei nostri piloti, anche decine di persone, oltre a centinaia di feriti gravi. Un avvenimento tragico che difficilmente si può archiviare col motivo della fatalità, come è stato detto e scritto nei documenti ufficiali, e che invece presenta tuttora molti legami, diretti e indiretti, con la strage del Dc9 di Ustica.

Perché, secondo lei, in merito a Ustica non si è ancora fatto chiarezza nonostante indagini realizzate e documenti nel corso di questi anni? Quale mistero offusca la ricostruzione reale dei fatti?

La convergenza di interessi politici e militari di primissimo piano, non solo nel caso di Ustica, ha reso di fatto impossibile scoprire la verità di quasi tutte le strage compiute  in Italia negli anni passati, come se fosse il prezzo di un certo status quo tra i blocchi contrapposti Est-Ovest. Nel caso del Dc9, oltre tutto, ci sono di mezzo le bandiere e le uniformi di altri paesi che sono anche tra i più potenti del mondo, sia dal punto di vista politico che militare. La strage dell’I-Tigi, inoltre, ha rimesso fortemente in discussione il profilo democratico di questo paese, così come quella alla stazione di Bologna, o tutte quelle in cui sono emersi inquietanti coni d’ombra tra istituzioni e centri di potere. La sparizione di documenti e testimonianze, le tante morti sospette legate alla vicenda e il clima da muro di gomma che dura resiste, nonostante i tentativi degli stati maggiori di aprire una nuova stagione di dialogo, si possono interpretare in unico modo:

quello di un segreto inconfessabile che il nostro Stato continua a portare nel suo grembo e che nemmeno le prescrizioni e lo sbiadimento della giustizia dei tribunali, al passare del tempo, potranno mai attenuare.

Sintomatico, in questo senso, che siano già caduti molti veli e molti muri, perfino sul caso Moro si sono acquisite verità per certi versi inquietanti, ma per il Dc9 Itavia non si riesce a stringere il cerchio delle responsabilità penali. E diversi uomini della gloriosa Arma azzurra, la nostra Aeronautica militare che non meritava comunque certe macchie e certi sospetti, continuano formalmente a ripetere il refrain che conosciamo ormai a memoria.

Infine qual è il miglior modo, secondo lei, di ricordare oggi le vittime e non lasciare soli i parenti che hanno perso i loro cari quel giorno?

Fino a che non conosceremo la verità, o perlomeno una ricostruzione dei fatti con le responsabilità di chi li ha provocati, non penso sia possibile pensare a quelle 81 vittime con la coscienza tranquilla. Fino a che non si metterà una targa all’aereo, o agli aerei, che hanno abbattuto il Dc9 diretto a Palermo, facendo precipitare insieme a lui anche i diritti civili di questo Paese, non ci sarà pace per i parenti e i familiari di quelle persone che erano persone come tante, come chiunque di noi faccia un viaggio per lavoro, per gli affetti o per una vacanza. La normalità di una nazione, nel senso buono del termine, si misura anche con la capacità di fare i conti col proprio passato, tragico come in questo caso, facendo prevalere l’interesse dei più su quello dei pochi. Per molti di quelli che hanno atteso invano l’arrivo dei propri quella sera del 27 giugno 1980, cercare verità e giustizia sono diventate motivi di vita forse più importanti della vita stessa. Non saranno però soli, nell’attesa, a patto di continuare questo scavo del fiume carsico di verità e bugie, ammissioni e depistaggi, con la pazienza di una “recherche” quasi proustiana, per come ci costringe a scavare anche dentro noi stessi, mettendoci alla prova, lastricata di dubbi ma anche di una speranza che non deve mai spegnersi.

27 giugno 2014
 
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