Roberto Rossi: “il libro come strumento per combattere le mafie”

Continua l’attenzione di ‘Libreriamo’ per il tema mafia. Abbiamo intervistato Roberto Rossi (1980), giornalista catanese e co-autore con Roberta Mani di ‘Avamposto’ (Marsilio 2010), un reportage-inchiesta che partendo dalle storie di giornalisti calabresi minacciati di morte, affronta il delicato tema del rapporto tra mafia, libertà d’informazione e democrazia…

Lo scrittore catanese parla del caso ‘Avamposto’, scritto con Roberta Mani, che ha avuto il merito di riporre al centro del dibattito mediatico l’ingerenza della mafia nella libertà d’informazione

 

MILANO – Raccontare di mafia richiede coraggio, ma è soprattutto, secondo Roberto Rossi, una scelta etica. Giornalista di Catania che da anni si occupa di mafia e giornalismo, collaborando con ‘Problemi dell’informazione’ e ‘Ossigeno per l’informazione’ (osservatorio dell’Ordine dei giornalisti sui cronisti minacciati), Rossi ci parla del caso ‘Avamposto ’, realizzato assieme a Roberta Mani, già inviata di ‘Studio Aperto’ e caporedattore centrale di News Mediaset, con la quale gestisce il blog dedicato al libro. L’autore affronta il rapporto tra mafia, libertà di espressione e democrazia, sottolineando come la buona risonanza mediatica ottenuta da ‘Avamposto’ renda evidente il bisogno informativo riguardo a tale tema, per anni uscito dal dibattito pubblico.

UN TERRITORIO DI DENUNCIA – ‘Avamposto’ racconta la storia di giornalisti calabresi che per il solo fatto di fare il loro lavoro di cronisti subiscono condizionamenti dal sistema mafioso, sino al punto da essere minacciati di morte. Non solo. Roberto Rossi tiene a precisare che ‘Avamposto’ “è un territorio per denunciare che esiste un posto, la Calabria, dove le libertà fondamentali della democrazia, tra cui la libertà di espressione, vengono negate per opera di un potere criminale”. Attraverso l’intreccio tra mafia e informazione, e il rischio di una cultura dell’omertà, gli autori affrontano una questione di più ampio respiro, che riguarda l’esistenza stessa di una “società aperta”, se è vero, come afferma Rossi, che “la libertà di stampa è il termometro di una democrazia”.

GIORNALISMO ETICO – Nell’epoca della società dello spettacolo, in cui l’informazione è dominata dal gossip, le inchieste di mafia costituiscono uno degli ultimi, per l’appunto, avamposti di un giornalismo fondato sui fatti. Non si tratta per l’autore solo di diritto di cronaca. Richiamandosi all’insegnamento di Giuseppe Fava, importante giornalista siciliano ucciso dalla mafia nel 1984, Rossi sostiene che il giornalismo è necessariamente etico. Sia perché informare significa “compiere delle scelte e doverle giustificare”; sia perché è un processo che coinvolge l’intera comunità. “Il diritto è non solo del cronista, ma anche del cittadino di essere informato. E impedire l’informazione, o, peggio, uccidere un giornalista significa ledere un diritto di cittadinanza; viene meno la libertà del singolo, che non può essere libero se circondato da un sistema mafioso”. In questo senso raccontare di mafia è per Rossi una scelta etica a difesa della democrazia.

LA FORZA DEL LIBRO – Rispetto ad altri media, il libro permette di trattare un argomento più in profondità. Soprattutto, secondo Rossi “il libro ha la funzione di imporre un tema alla società, di svelare e suscitare un interesse, che poi si sviluppa nei giornali, nelle televisioni e nelle radio”. Così è accaduto con ‘Avamposto’. Dopo la sua pubblicazione, si è parlato in modo più diffuso dei giornalisti calabresi minacciati, tanto che anche ‘Annozero’ si era occupato del tema. La forma narrativa adottata da Rossi e Roberta Mani per ‘Avamposto’ è stata inoltre democratica, tale da poter essere letta da tutti. E nonostante non abbia venduto centinaia di migliaia di copie, la risonanza mediatica avuta dal libro secondo l’autore “la dice lunga sul bisogno informativo che i cittadini hanno riguardo al tema della mafia”.  E’ una sorta di legge: quando un argomento scompare dal dibattito pubblico – e Rossi evidenzia che “dopo le stragi degli anni Novanta di mafia non si è parlato per un decennio” – la pubblicazione di un libro riscuote successo: “è come gettare un sasso nell’acqua stagnante”. Così è successo con ‘Gomorra’ di Roberto Saviano. E con ‘Avamposto’.

 

Roberto Rossi è un siciliano di Catania nato nel 1980. Vive e lavora a Milano. Scrive da anni di mafia e giornalismo su «Problemi dell’informazione». Cura i Rapporti di Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio FNSI-OdG sui cronisti minacciati. Per il teatro ha scritto l’Inchiesta drammaturgica sul caso Spampinato, andata in scena in prima nazionale nel 2008. Ha lavorato al quotidiano «La Sicilia» e nella redazione di «Studio Aperto».

 

9 maggio 2012

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