LIBRI - Il libro dedicato a Wanda Osiris

Roberta Maresci, ”Wanda Osiris era l’unica artista capace di mischiare sacro e profano”

“L’unica diva italiana che, scendendo le scale, è salita all’Olimpo del successo”. E’ questa in sintesi la grandezza di Wanda Osiris, nome d'arte di Anna Menzio, raccontata dalla giornalista e scrittrice Roberta Maresci all'interno del libro 'Wanda Osiris. Prima soubrette e donna (con) turbante''...
Wanda Osiris. Prima soubrette e donna (con) turbante” è il nuovo libro di Roberta Maresci, una monografia dedicata alla diva italiana del teatro di rivista nel periodo anni Trenta-anni Cinquanta
MILANO – “L’unica diva italiana che, scendendo le scale, è salita all’Olimpo del successo”. E’ questa in sintesi la grandezza di Wanda Osiris,  nome d’arte di Anna Menzio,  raccontata dalla giornalista e scrittrice  Roberta Maresci all’interno del libro ‘Wanda Osiris. Prima soubrette e donna (con) turbante”, dedicata all’attrice, cantante e soubrette italiana del teatro di rivista nel periodo anni Trenta – anni Cinquanta. A vent’anni dalla sua morte, vita morte e miracoli sulla dea che scendeva dalle scale nella biografia romanzata scritta da Roberta Maresci. Chi era e cosa la rendeva unica? Ce lo speiga la stessa autrice in questa intervista.
 
Chi è stata Wanda Osiris?
Wanda Osiris è stata l’unica diva italiana che, scendendo le scale, è salita all’Olimpo del successo. Fu tanto intelligente da capire subito e da sola cosa fosse utile fare per stupire la gente: scegliere partner giusti, per esempio. Vero è che le sue scoperte comunque furono molto più numerose; da personaggi del calibro di Massimo Dapporto a Nino Manfredi, da Alberto Sordi a Gino Bramieri. Eppure fu un altro il risultato maggiore della sua sopraffina intelligenza: preparare l’Italia al dominio dell’apparenza. «Ero la vedette o, come si diceva in gergo, la “prima donna di spolvero”, ossia non l’attrice né la comica ma il personaggio “che fa scena”», ha raccontato la Divina. Dove il suo «fare scena» era capace di indurre amabilmente la futura borghesia democristiana alla gestazione del primo miracolo italiano: far perdere il lume della ragione alla massa, in visibilio nel vederla anche solo ancheggiare, sorridere, camminare. Divina della rivista, divenne “fenomeno” anni 30-50.
Regina incontrastata del teatro di rivista e icona della stagione cinematografica dei “telefoni bianchi”, rimangono leggendarie, nei suoi spettacoli, le folle di giovanotti che facevano il diavolo a quattro per entrare al Lirico o al Mediolanum e, estasiati, l’ammiravano, si prendevano perfino a pugni per vederla da vicino, facevano l’una di notte per seguirla negli spettacoli e poi tornavano a casa, a piedi, perché di altri soldi da spendere non ce n’erano. Ma Wanda fu anche altro: fu soprattutto una portatrice sana di desideri e sogni più grandi dell’immaginabile. In un periodo per molti versi angoscioso, con la guerra, i bombardamenti e la lenta ricostruzione. Ma lei era diversa: tra le tante dive e divette del vecchio varietà, era celere al pari di Josephine Baker o Mistinguett, ma “casta”, impenetrabile come solo una vera signora sa fare. Fu questo a ispirare un anonimo regista di operette che, vedendola ancora acerba e sedotto dai grandi occhioni da cerbiatto, pensò subito alla dea egiziana Osiris per vestirla con un allure fascinoso e unico. Ma siccome il regista di mitologia e archeologia ne masticava molto poca, scambiò il nome della dea Isis con quello del dio Osiris e fu allora che Anna Menzio (come battezzata all’anagrafe), contro la volontà dei genitori, indossò i panni dell’attrice con un nome d’arte.
 
Cosa la rendeva unica?
Unica… beh, fu unica nel diventare Diva, senza averne i connotati. Non fu bellissima, non fu ballerina, ma eccelleva nel “birignao”. Scese scale chilometriche senza salire mai un gradino. Inventò i boys, ossia dei “valletti” che sceglieva personalmente: meglio se con l’aria un po’ ambigua, dovevano rappresentare i guardiani dell’harem straordinario. I suoi boys furono Alberto Lionello, Raimondo Vianello, Nino Manfredi, Elio Pandolfi e Renato Rascel. E poi fece nascere il Wanda-style, rendendo il suo corpo del tutto artificiale: dalla punta dei piedi (34 e ½) alla cima della testa, tutto tinto di un’ocra molto innaturale alla ricerca dell’effetto esotico, il turbante e i capelli decolorati (fu la prima ad ossigenarli), gli abiti fuori moda, amplissimi e sostenuti da crinoline, il rituale delle rose profumate di Arpège. E poi le unghie: «Se avevo un vestito viola, mi dipingevo le unghie di viola (allora non ero ancora superstiziosa), se l’avevo verde le unghie erano verdi. Poi mi mettevo grandi gioielli finti», ha detto la soubrette che si presentava come un soprammobile che alludeva a una sessualità decorativa, senza turbamenti. Un’icona della donna oggetto, non a caso amatissima dalla cultura omosessuale.
 
Quali curiosità o aneddoti poco conosciuti dalla gente sono presenti all’interno dell’opera?
Nel libro c’è la storia romanzata di Wanda Osiris che ho conosciuto sul finire degli anni Novanta. Lei mi mostrò i denti, piuttosto maschili, orgogliosa di averne ancora tutti sani. Così cominciò il nostro incontro, nella sua casa milanese di via Verri. A dire il vero non sapevo bene chi avevo davanti. Ero giovane e avevo davanti a me una donna anziana, sistemata di tutto punto, che mi ricordava il suo passato. L’intervista non la pubblicai nemmeno: il direttore di “Epoca” cambiò poi idea. Ma lei si mise a parlare. A raccontarmi. Proprio come capitava spesso anche a mia nonna Iolanda. Entrambe avevano un filo di trucco sul viso e, vestite di tutto punto anche in casa, si allacciavano il giro di perle attorno al collo, giusto per il piacere di farlo per sé e non per gli altri. Solo che mia nonna nelle sue quattro mura non aveva la domestica. Quella della signora Wanda intanto cuoceva (quaglie al riso con pancetta). Mi aspettavo di vedere girare per le stanze anche qualcun altro. Sentivo vari rumori provenire da dietro i muri. Credevo ci fosse la figlia. Negativo. Lei sedeva in qualche salotto (altrove). D’altronde ci era cresciuta Cicci Locatelli attorno alla tavola del buon re Artù, dove una cerchia di amici continuavano a riunirsi come i più noti cavalieri.
 
Perché, all’apice del successo, uscì di scena e decise di tornare a vivere una vita normale con il suo vero nome Anna Maria Menzio?
Perché in fondo era una brava donna, con un grande senso della famiglia. Adorava la figlia e i bambini: si è perso il numero di quanti ne ha aiutati. «Chi non sa fare, non sa comandare», amava ripetere soprattutto quando sognava un futuro per quei suoi “figli celati”, quei tanti bambini “adottati di nascosto” cui rendeva possibile una cura, l’istruzione o un abito che li riscaldava. Erano i bambini dell’ospedale di Mongà in Costa d’Avorio dove c’è una targa che ricorda la Osiris. E Osiris si chiama la bambina, che adesso ha 24 anni, educata grazie a un lascito espressamente indicato nel suo testamento. Ma ha rischiato di finire i suoi giorni da signora povera per quanti soldi ha donato: solo in una busta, nel 1976, frate Romano Confortini ricevette 37 milioni di lire per cominciare la sua opera in Africa…
 
C’è un personaggio oggi che può essere definita sua erede?
A me non sembra proprio. Lei è stata capace di mischiare chiesa e varietà. Preti e boys. Suore e Bluebells. «Ave Maria» e «Sentimental». Gocce di Arpège e acqua santa… come se fosse la cosa più normale di questo mondo.
 
13 marzo 2015
 
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