Nell’elenco dei 100 Notable Books of 2025 del New York Times Book Review compare anche il nuovo romanzo di Daniel Kehlmann, in inglese “The Director” e in italiano “Il regista” (Feltrinelli): un riconoscimento che non arriva per caso. Kehlmann sceglie una vicenda storica “appena di lato”, più obliqua che frontale, per domandarsi come l’arte e chi la fa reggano quando la storia chiede non soltanto obbedienza, ma complicità. È un romanzo che unisce tensione narrativa e indagine morale: la combinazione che spiega il suo ingresso nella lista del Times.
Di cosa parla
Un cineasta nel mirino del potere
Protagonista è G. W. Pabst (Georg Wilhelm), maestro del muto e del primo sonoro, regista di Die Büchse der Pandora (Pandora’s Box) con Louise Brooks e di Die 3 Groschen-Oper (L’opera da tre soldi). Kehlmann lo segue negli anni Trenta, tra la Francia, gli Stati Uniti e poi l’Europa nazista: l’uomo che ha diretto star e innovato linguaggi si ritrova ad essere – nella “macchina” del Reich – una pedina preziosa, corteggiata e ricattata.
Pabst approda a Hollywood, fallisce l’ambientamento, rientra in Europa e, con l’Anschluss, rimane di fatto bloccato nel sistema nazista: Goebbels vuole il suo talento e usa la lusinga, la minaccia, l’illusione di una libertà “a patto che…”. Kehlmann trasforma questo snodo storico in un laboratorio sul prezzo del consenso.
Come Kehlmann racconta Pabst
Il romanzo non difende e non accusa in modo programmatico: mette il lettore nella testa di Pabst e negli ingranaggi del cinema come industria. L’effetto è quello di una messa in scena a montaggio alternato: capitoli brevi, cambi di focalizzazione, voice-over che ricordano la costruzione di un film. La scelta è coerente con la domanda che Kehlmann ripete nelle interviste: di che cosa siamo complici quando assecondiamo, per paura o ambizione, una forma di potere? – non una questione da tribunale storico, bensì da coscienza.
I personaggi-soglia
Attorno a Pabst transitano figure magnetiche – Greta Garbo (ricordata come mito e come “american dream” che sfugge), funzionari del Reich, produttori, attori – e soprattutto la voce insinuante della propaganda che promette successo se si accetta la grammatica del regime. Questi ingressi non sono cameo decorativi: funzionano come specchi che mostrano a Pabst le versioni possibili di sé.
(Sullo sfondo, la storia del vero Pabst che, rientrato in Germania, finirà per dirigere titoli “accettabili” al Reich, come Paracelsus del 1943, film interpretato spesso come ambiguo, a tratti persino “antidoto” dalla parte della scienza, a tratti perfettamente compatibile con la retorica ufficiale: ambivalenza che il romanzo sfrutta come nervo scoperto.)
Il romanzo come esperimento morale
Dalla cronaca alla scelta individuale (senza prediche)
Una tentazione frequente, nei romanzi sul nazismo, è distribuire colpe e assoluzioni come ruoli fissi. Kehlmann non lo fa: lavora sul “pendio” che scivola dalla prudenza al comodo silenzio, dal silenzio alla collaborazione. La domanda non è se Pabst fosse “buono” o “cattivo”, ma quando e perché cede, quali sono i meccanismi psicologici che rendono ragionevole l’autoinganno.
Così il libro evita il patetico e lascia che sia il tempo (le occasioni perdute, i rientri “provvisori” che diventano permanenti, la promessa di tornare libero “alla prossima occasione”) a far vedere la corrosione.
La critica internazionale ha insistito su questo punto. Il Washington Post ha parlato di un romanzo che tiene insieme la presa del thriller e un ritratto morale preciso, mentre il Financial Times ha messo al centro il tema della complicità, legandolo alla biografia famigliare dell’autore (il padre, l’attore Michael Kehlmann, fu imprigionato in un lager nazista: un’eredità che pesa nel modo in cui il romanzo guarda all’obbedienza e al coraggio).
L’arte come alibi, l’arte come trappola
Uno dei fili più affilati del libro è la retorica della “purezza artistica”: io faccio cinema, non politica. Kehlmann mostra quanto questa frase, ripetuta come un mantra, apra porte al potere. Il regime ha bisogno di bellezza e intrattenimento per normalizzare l’anormalità; ha bisogno di maestri tecnici per perfezionare l’arma del racconto. E l’artista, desideroso di continuare a lavorare, si racconta che il suo mestiere è innocente.
È il punto in cui “Il regista” intercetta il dibattito – storico e contemporaneo – sull’autonomia dell’arte. In termini narrativi, il romanzo traduce questa contraddizione in scene di set lucidissime: i compromessi miopi, la macchina industriale, la materia grezza del girato che diventa qualcosa di diverso nel montaggio, la vita reale che resta fuori campo.
L’ambiguità come materia narrativa
Kehlmann lavora per sottrazione: non infierisce, non solleva finte assoluzioni. Lascia che la zona grigia mostri la sua potenza drammatica. In questo senso il confronto con i fatti storici è sempre iperconsapevole: Pabst è un nome che evoca il miglior cinema europeo tra le due guerre e, allo stesso tempo, una filmografia degli anni Quaranta che non permette scappatoie semplici.
La scelta di Paracelsus – scienziato e guaritore del Cinquecento – come personaggio “ad hoc” per un film del 1943 dice molto su come la propaganda sappia raccontare posizioni ragionevoli come se fossero posizioni neutrali. Lo ricorda, ad esempio, la scheda del British Film Institute, dove il film è osservato come caso di letture discordi, oscillanti tra spirito critico e aderenza al clima del tempo. Kehlmann usa quell’ambivalenza come propellente estetico.
Kehlmann, tra romanzo storico e romanzo d’idee
Un autore che gioca con i generi
Dopo La misura del mondo e Tyll, Kehlmann conferma di trovarsi a suo agio nella storia filtrata dalla finzione. Qui il gioco è più rischioso: i fatti sono vicini, il materiale d’archivio abbondante, le posizioni ideologiche incistate. Kehlmann risponde con una prosa rapida e un uso di voci multiple che non cercano il pirotecnico, ma la verosimiglianza emotiva.
Il lettore esperisce il brulichio del set, la fiducia e sfiducia tra regista e apparato, il capriccio dei gerarchi, senza mai essere accompagnato da cartelli morali.
La ricezione internazionale ha colto proprio questa tenuta di tono: The Spectator sottolinea la capacità del romanzo di “trascinare” il lettore dentro un intrigo di potere senza semplificare, mentre El País – Babelia ha insistito sulla classe del congegno narrativo di Kehlmann, che preferisce la sospensione alla tesi. In Italia, Il Foglio ha parlato di “puzzle” raffinato sul rapporto tra talento, ispirazione e dominio. Diversi sguardi, un consenso: il libro si legge con la testa e con lo stomaco.
La questione della “complicità”
In un’intervista al Financial Times, Kehlmann è esplicito: voleva scrivere della complicità; del modo in cui le dittature “quasi sempre corrompono” – non con il puro terrore, ma con promesse, premi, normalità. L’autore collega quel meccanismo al presente, alla fragilità dei discorsi pubblici e all’erosione della fiducia nelle democrazie. Non suggerisce analogie facili, ma vigilanza: ci sono tempi in cui conviene “stare più attenti a ciò che si dice”. È un’eco che il romanzo, senza didascalie, rilancia: la zone d’ombra non appartengono solo al passato.
Il corpo del libro: come è costruita la tensione
Un montaggio “da cinema”
Il ritmo ricorda deliberatamente il montaggio. Capitoli brevi, stacchi netti, campi e controcampi tra uffici ministeriali, set, treni, alberghi. Kehlmann usa la geografia come cerniera: attraversare confini è sempre un atto provisorio, mai una liberazione definitiva. Nelle pagine americane, Pabst è nessuno – un artista europeo che non impara il codice dello studio system e che fallisce dove tanti connazionali hanno invece trovato spazi. Nelle pagine europee, Pabst è troppo qualcuno: un nome che non può sparire, che fa gola al Reich. Due sfortune speculari, convertite in suspense.
Il linguaggio: nitido, controllato, ironico
Kehlmann non alza mai troppo la voce. Lavora con ironia secca, quasi da relazione tecnica, come se volesse mettere al riparo il romanzo dalla retorica. È proprio questa sobrietà a generare dolore: il lettore capisce che la catena di scelte “comprensibili” produce effetti irreparabili fuori campo. Ed è in questo fuori campo che il libro colloca le vittime “senza nome”: un’altra forma di responsabilità, forse la più concreta.
Figure retoriche e metafore
- Il set come laboratorio del potere: nel set si decide come mostrare, quanto mostrare, chi guardare. È la stessa ingegneria simbolica che la propaganda mette in moto nella società.
- L’inquadratura come compromesso: ogni scelta estetica è anche un taglio del reale. In regime autoritario, il margine di scelta si restringe fino a imporre un taglio unico.
- La sala come caverna platonica: l’illusione proiettata è più forte della realtà. Il regime non teme l’arte “impegnata” quando è minoritaria; teme l’intrattenimento ben fatto, perché normalizza.
Pabst, tra storia e leggenda
Per valutare la posta in gioco del romanzo, conviene ripassare chi fu Pabst. Nato a Vienna, formazione anche teatrale, esordio nel cinema di Weimar con un pugno di film che hanno reinventato il linguaggio visivo: da Pandora’s Box – il volto e la frangia di Louise Brooks che diventano icona – a Kameradschaft, fino a L’opera da tre soldi. La critica lo ha sempre letto come un virtuoso tecnico capace di dare al realismo una fisionomia inquieta, quasi perturbante.
Con l’avvento del nazismo e dell’Anschluss, la sua traiettoria si fa opaca: rientra, lavora, firma Paracelsus. È in questa opacità che Kehlmann posa la lente.
L’arte serve a vedere? Sì, ma non basta
Uno degli snodi più discusi del libro è il rapporto tra visione e verità. Pabst crede di essere, come artista, un “vedente” privilegiato. Il romanzo gli oppone la banalità dell’autoinganno: si può essere finissimi nella costruzione di immagini e ciechi nella costruzione di giustificazioni.
La sola visione non salva; serve l’atto, il rifiuto che costa. Da qui l’effetto di disagio morale che molti recensori hanno registrato: non si esce dal libro dicendo “ecco i cattivi e i buoni”; si esce chiedendosi dove ci si sarebbe fermati noi. È un modo – non nuovo, ma raramente così pulito – di riportare la letteratura al campo dell’esperienza.
Che cosa aggiunge “Il regista” ai romanzi sul nazismo
Il rifiuto dell’esemplarità
Kehlmann non usa Pabst come “esempio utile” da inchiodare su una tesi. Lo usa come strumento di precisione per entrare nella psicologia del compromesso. Altri grandi romanzi hanno adottato la traiettoria opposta (il resistente, l’eroe tragico, l’innocente colpito); qui lo sguardo è più vicino a quello che Hannah Arendt chiamava banalità del male – ma senza svisorare in saggistica, e anzi facendo lavorare l’azione e il non detto.
Il confronto con la critica
Il Washington Post ha letto il romanzo come una storia avvincente che “incastra” il lettore dentro scelte piccole e devastanti; The Guardian e The Spectator hanno sottolineato la padronanza del congegno narrativo; El País la finezza con cui Kehlmann evita i tonitruanti “messaggi” e lavora per insinuazione. La convergenza critica aiuta a capire perché la redazione del NYTBR lo abbia inserito nella lista dei Notable.
Lettura critica: dove il libro colpisce e dove punge
Colpisce quando mette in scena la gradualità
Il romanzo è forte quando mostra che nessuno firma “il patto” in un giorno. È una somma di piccoli atti: una telefonata cui non si risponde, un invito accettato “per capire”, un set avviato “per non lasciare posto a qualcun altro con meno scrupoli”. La gradualità giustifica, rassicura, addormenta. Kehlmann la segmenta con tempi narrativi esatti: così il lettore vede il sonno della coscienza.
Punge quando insiste sull’innocenza dell’arte
Pabst ripete che la sua “missione” è il film, non la propaganda. È proprio lì che il romanzo alza la posta: non esiste “puro gesto tecnico” quando le condizioni minime di libertà sono tramortite. L’arte, se non vuole diventare ornamento del potere, ha bisogno di frizione. Qui Kehlmann non moralizza: mostra l’effetto di una bellezza “addomesticata” che anestetizza.
Il lettore come testimone non neutrale
Non siamo spettatori indipendenti: partecipiamo al fascino del set, alla promessa di ordine, alla fluenza delle inquadrature. Il romanzo ci rende co-implicati: se ci piace la “bellezza” del film che Pabst sta montando, capiamo quanto sia facile preferirla al disordine reale. È un punto scomodo, e quindi necessario.
Una nota sullo stile: perché la sobrietà qui è una scelta politica
Kehlmann ha spesso giocato con la brillantezza. Qui sceglie un tono più asciutto. È una forma di rigore: non vuole sedurre con la retorica mentre scrive di seduzione del potere. La sobrietà evita che il romanzo si trasformi in manifesto o in melodramma. E dà spazio al lavoro del lettore: colmare i vuoti, immaginare gli off-screen, misurare ciò che non è detto.
Citazioni dalla critica
“Una storia tesa e moralmente precisa, che interroga il lettore” – Washington Post.
“Kehlmann costruisce un congegno narrativo di rara eleganza” – El País, Babelia.
“Un romanzo sul potere che seduce, sulla facilità della razionalizzazione” – Financial Times.