A pochi giorni dall’uscita ufficiale nelle librerie per Simon & Schuster, Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump (Cambio di Regime: Dentro la Presidenza Imperiale di Donald Trump) si è già imposto come il caso editoriale e politico dell’anno. Il volume viene celebrato dalla stampa d’oltreoceano come un vero e proprio fenomeno.
David Remnick sul The New Yorker lo ha definito un’opera eccezionale che trascende il suo genere e un giornalismo di assoluta rilevanza, mentre Tina Brown,.mentre Tina Brown, storica direttrice di Vanity Fair USA, ne ha parlato, ne ha parlato come di un’impresa sbalorditiva di reportage politico. Il libro offre un ritratto intimo, spietato e ricchissimo di retroscena sui primi quattordici mesi del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca.
Come evidenziato dalle analisi giornalistiche firmate da Tim Balk sul New York Times, il ritratto che emerge dalle quattrocentosessantaquattro pagine del volume si sviluppa attorno a tre pilastri fondamentali: una viscerale fame di vendetta, una totale assenza di freni istituzionali e un’inedita ossessione per l’arredamento d’interni, inteso come un tentativo di lasciare un segno visibile e indelebile sul proprio ufficio.
In una recente intervista al Guardian, gli autori del libro che diventerà un sicuro bestseller, Maggie Haberman e Jonathan Swan, due storici corrispondenti del New York Times, hanno confessato la titanica impresa dietro alla raccolta di informazioni, definendo l’attuale amministrazione incredibilmente brava a mantenere i segreti. Eppure, attraverso oltre mille interviste condotte sotto la protezione dell’anonimato, la coppia di giornalisti è riuscita a scardinare persino le porte blindate della Situation Room.
L’opera non si limita a svelare segreti di Stato, ma documenta l’accumulo senza precedenti di eventi in cui la presidenza si muove come un gigantesco e inquietante show mediatico plasmato sull’immaginario dei film d’azione, del wrestling e della cultura pop.
Le firme dietro il libro scoop: chi sono Maggie Haberman e Jonathan Swan
A firmare questa monumentale inchiesta sono due dei volti più autorevoli, stimati e premiati del giornalismo investigativo americano contemporaneo, entrambi firme di punta del New York Times. Maggie Haberman, corrispondente della Casa Bianca e già vincitrice del Premio Pulitzer nel 2018 per la copertura sulle interferenze russe nelle elezioni americane, è considerata da anni la reporter con i migliori contatti e la conoscenza più profonda dell’universo politico e personale di Donald Trump. Autrice del bestseller Confidence Man, Haberman ha dimostrato nel tempo una capacità unica nel decifrare i messaggi e le mosse del tycoon.
Al suo fianco in questa impresa c’è Jonathan Swan, giornalista investigativo di origini australiane noto a livello globale per i suoi clamorosi scoop politici (memorabile la sua intervista televisiva a Trump nel 2020 per Axios, che gli valse un Emmy Award). Swan è celebre nel mondo dei media per la sua capacità chirurgica di penetrare i segreti delle amministrazioni di Washington e per aver mappato con precisione, prima di chiunque altro, i piani sistematici per lo smantellamento della burocrazia federale americana.
Insieme, Haberman e Swan uniscono la conoscenza intima del personaggio a una formidabile rete di fonti interne, un mix che ha permesso loro di superare i severi cordoni di sicurezza della Casa Bianca per consegnare ai lettori la cronaca definitiva della Presidenza Imperiale.
La logica dell’impunità e il miliardo di dollari
L’incipit della recensione del New York Times, curata dall’intellettuale Fintan O’Toole, mette a nudo l’essenza di questo capitolo politico. Interrogato sul perché stia permettendo alla sua famiglia di siglare accordi commerciali multimilionari all’estero, cosa che aveva vietato nel primo mandato, Trump ha risposto con disarmante candore spiegando di aver scoperto che a nessuno importava e che, di fatto, gli era permesso.
Per nessuno, spiegano Haberman e Swan, il Presidente intende la corte di fedelissimi di cui si è circondato, la maggioranza repubblicana al Congresso che ha rinunciato al ruolo di contrappeso e la stessa base MAGA.
Il libro svela così una profonda ironia storica che lo stesso Trump ha imparato a sfruttare, ovvero le inchieste, le condanne, gli attentati subiti e i quattro anni di esilio non lo hanno indebolito, ma lo hanno reso politicamente invulnerabile, più vendicativo e disposto a rischiare rispetto a qualsiasi altro presidente della storia moderna.
Il risultato è un resoconto dettagliato di come la famiglia Trump abbia aggiunto oltre un miliardo di dollari alle proprie fortune personali, trasformando la stessa presidenza in un veicolo di profitto.
Il mistero della salute e le bizzarrie dell’Oval Office
Se molte informazioni sono state strappate a fatica, c’è un perimetro che l’amministrazione difende con totale omertà: lo stato di salute dell’ottantenne presidente. Maggie Haberman ha spiegato che la salute è sempre stata una cassaforte specifica per lui, poiché Trump percepisce da sempre la malattia come una proiezione di debolezza.
Mentre lo staff si limita a dichiarazioni fumose sul fatto che sia stato visitato da ben ventidue specialisti al Walter Reed, senza tuttavia fare alcun nome, il libro descrive minuziosamente i segni visibili del tempo e della fatica, come i colpi di somno durante le riunioni dopo nottate intere passate a pubblicare sui social, i passi strascicati, le parole biascicate, le caviglie gonfie e i tentativi di coprire con il trucco i vistosi lividi sulle mani.
Tra le mura private della Casa Bianca emerge l’ossessione per il design d’interni, interpretato come estensione fisica del proprio potere economico e politico. Il libro racconta di un Trump trovato nell’Ufficio Ovale mentre tenta personalmente di incollare delle decorazioni d’oro sopra il caminetto, o mentre progetta un colossale arco trionfale a Washington.
Questa ossessione per il brand personale ha colpito duramente anche il Kennedy Center. La Casa Bianca ha ordinato in segreto le monumentali lettere cerimoniali con il nome del Presidente da affiggere sulla facciata prima ancora che il consiglio di amministrazione approvasse ufficialmente il cambio di nome, provocando la protesta di decine di artisti e un crollo dei biglietti a minimi storici.
Il casting di Hollywood e l’ossessione per il look
L’action di governo si fonde costantemente con le logiche dello spettacolo e del casting cinematografico. Trump è da sempre ossessionato dall’estetica maschile e ama che i suoi collaboratori più stretti abbiano un aspetto intimidatorio.
È il caso del Direttore della Comunicazione Steven Cheung, scelto proprio per la sua fisicità. Persino l’attore Mel Gibson, incontrando Cheung a un evento sportivo, gli disse che sembrava perfetto per interpretare il cattivo in un film. Trump lo definiva privatamente il suo Luca Brasi, il sicario del Padrino, associandolo nei discorsi interni a leader autoritari per il suo stile directo e privo di fronzoli.
Questa estetica hollywoodiana ha contagiato anche le forze dell’ordine sul campo. Durante i massicci e discussi raid dell’ICE lanciati contro i migranti nei parcheggi e nei distretti commerciali di Los Angeles, il comandante della Border Patrol Greg Bovino ha ammesso di aver modellato la propria condotta aggressiva sul thriller poliziesco di Jack Nicholson The Border, esibendo armi d’assalto sui social e promettendo di colpire un obiettivo dopo l’altro senza fermarsi.
A dare una spinta spettacolare al tutto ci ha pensato il noto conduttore televisivo Dr. Phil, che si è letteralmente unito alle unità operative per trasformare le operazioni di espulsione in un vero e proprio show mediatico.
Il libro, come riportato da Variety, non risparmia nemmeno dinamiche da puro tabloid e passioni pop. Durante una cena, il patron di Amazon Jeff Bezos si è sfogato con Trump lamentandosi del fatto che il Washington Post fosse il suo peggior investimento finanziario a causa dei giornalisti che si rifiutavano di ascoltarlo.
Parlando poi del sontuoso matrimonio di Bezos, l’interesse di Trump si è improvvisamente fatto accesissimo non appena il miliardario ha menzionato tra gli invitati la presenza della celebre attrice Sydney Sweeney.
I verbali sulla Maxwell e i segreti della Situation Room
La sezione istituzionale più dirompente di Regime Change mappa una radicale mutazione della democrazia americana, dove i generali che nel primo mandato dicevano “no” sono ormai spariti e l’amministrazione ignora apertamente i decreti dei tribunali. In questo contesto si inseriscono i dialoghi verbatim di una riunione cruciale avvenuta nella Situation Room il 17 luglio 2025, presieduta dal Vicepresidente JD Vance e incentrata sulla gestione dei file legati al defunto finanziere Jeffrey Epstein, nel timore di un coinvolgimento d’immagine per lo stesso Trump.
Durante l’incontro, Vance propose di far intervistare Ghislaine Maxwell da Tucker Carlson nella speranza di ottenere un’assoluzione pubblica per il Presidente. La proposta fu però duramente ostacolata dal consulente legale David Warrington e da Todd Blanche, convinti che la Maxwell avrebbe preteso in cambio la grazia presidenziale.
Il direttore della comunicazione Stephen Cheung sottolineò che concedere la grazia a una trafficante di minorenni sarebbe stato politicamente inaccettabile per l’opinione pubblica, mentre il vice direttore dell’FBI Dan Bongino criticò aspramente la gestione della vicenda. Appena una settimana dopo quel vertice, la Maxwell è stata intervistata segretamente in carcere e subito dopo trasferita nell’istituto di minima sicurezza di Bryan, in Texas, soprannominato “Club Fed” per i suoi comfort, in palese violazione delle linee guida sui detenuti per reati sessuali.
I retroscena geopolitici svelano la stessa condotta accentratrice e impulsiva. Quando Trump ha deciso di trascinare gli Stati Uniti nel conflitto contro l’Iran, ordinando il bombardamento dei siti nucleari, i ministri dell’Economia e dell’Energia, Scott Bessent e Chris Wright, sono stati tenuti completamente all’oscuro, scoprendo della guerra solo il giorno prima direttamente nella Situation Room.
Parallelamente, esaltato dal successo del raid militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, Trump ha confessato privatamente ai collaboratori l’idea di trasformare il Venezuela nel cinquantunesimo Stato americano, nominandovi direttamente un governatore.
Faide mediatiche e i tormenti della successione
Il controllo e il risentimento verso i grandi gruppi industriali emergono anche nelle vicende legate alla Disney e alla Paramount. Nel caso della causa per diffamazione contro l’anchor di ABC George Stephanopoulos, Trump ha fatto saltare un accordo transattivo iniziale da tre milioni di dollari, convinto dai suoi consiglieri di poter estorcere alla Disney fino a sessanta milioni.
La mediazione si è poi conclusa a quota quindici milioni di dollari, vincolati però al conto per la sua futura biblioteca presidenziale. Allo stesso modo, Trump ha manifestato a lungo ostilità verso la fusione multimilionaria tra Paramount Global e Skydance Media a causa dei rancori politici verso David Ellison, colpevole di aver finanziato la campagna elettorale di Joe Biden.
Il volume getta infine luce sulle dinamiche interne per la successione del 2028. Il Presidente interroga continuamente i collaboratori su chi sia meglio tra il Vicepresidente JD Vance e il Segretario di Stato Marco Rubio. Sebbene apprezzi l’intelletto di Vance, la chimica personale pende verso Rubio. Emblematico l’aneddoto secondo cui, dopo aver riempito l’Ufficio Ovale di rifiniture e stucchi dorati, alla domanda se il presidente successivo avrebbe rimosso tutto quell’oro, Trump ha risposto sfacciatamente che i cubani amano l’oro.
In ogni caso, il tycoon non intende cedere i riflettori. Durante un incontro con i leader democratici Chuck Schumer e Hakeem Jeffries, ha mostrano con orgoglio dei cappellini con la scritta “Trump 2028”, liquidando la posizione del suo vice con una battuta sul fatto che lo stessero semplicemente sottoponendo a un po’ di addestramento.
Il dilemma del giornalismo e l’ombra della Nemesi
Fintan O’Toole, nella sua recensione, evidenzia come questo libro riesca a strappare la realtà stessa al mondo distorto dell’illusione e della negazione generato attorno alla Casa Bianca. Il giornalismo occidentale si è sempre basato sul principio drammaturgico per cui la rivelazione dello scandalo porta inevitabilmente alla caduta del potente, ma con Trump questa regola sembra saltata a causa di una totale assenza di vergogna da parte del suo sistema di sostegno.
Tuttavia, como dimostra la parte finale di Regime Change, la realtà si sta rifiutando di piegarsi ai desideri del Presidente e l’apparente trionfo dell’impunità mostra le prime profonde crepe. Il conflitto con l’Iran ha gettato lo Stretto di Hormuz nel caos geopolitico sconvolgendo i mercati globali, l’inflazione e il costo della vita continuano a salire smentendo le promesse elettorali e la popolarità del Presidente è crollata a nuovi minimi storici.
L’America affronta una spaccatura senza precedenti e il libro di Haberman e Swan si attesta come la cronaca fondamentale di un fenomeno che i reporter americani erano abituati a raccontare solo nelle dittature d’oltreoceano: un vero e proprio cambio di regime avvenuto all’interno dei confini degli Stati Uniti.
