Il Premio Campiello, anche quest’anno, con la sua selezione offre un panorama sorprendentemente vario, dove convivono grandi saghe familiari, romanzi storici, racconti di migrazione, omaggi alla letteratura e riflessioni sulla memoria.
Se vuoi arrivare preparato alla finale e capire quali temi stanno attraversando oggi la narrativa italiana, allora devi leggere i 5 libri finalisti.
5 libri da leggere prima della finale del Premio Campiello
“L’immensa distrazione”, di Marcello Fois, Einaudi
Marcello Fois torna al grande romanzo familiare con una storia che attraversa il Novecento e mette al centro la famiglia Manfredini, proprietaria di un impero costruito nel settore della carne e dell’industria alimentare.
L’espediente narrativo è affascinante: Ettore Manfredini si risveglia subito dopo la morte e, prima di congedarsi definitivamente dal mondo, ripercorre la propria esistenza e quella dei suoi familiari. Da questo viaggio nella memoria emerge un affresco monumentale fatto di ambizioni, segreti, tradimenti, passioni e silenzi.
Fois costruisce una vera epopea italiana che attraversa la guerra, la crescita economica, i cambiamenti sociali e le trasformazioni della famiglia. La grande Storia entra continuamente nelle vicende private dei personaggi, mentre il passato si rivela più complesso e ambiguo di quanto tutti abbiano sempre creduto.
È uno di quei romanzi che ricordano i grandi classici familiari europei e che confermano ancora una volta la straordinaria capacità di Fois di raccontare le dinastie e i loro fantasmi.
“La vita sempre”, di Elena Varvello, Guanda
La vita sempre è uno di quei romanzi che affrontano la Storia senza trasformarla in un semplice sfondo. Elena Varvello racconta infatti un amore, ma soprattutto racconta il modo in cui le esistenze comuni vengono travolte dagli eventi più grandi di loro, costrette ogni volta a scegliere se piegarsi o resistere.
Al centro della narrazione ci sono Francesco e Teresa, due figure che sembrano appartenere a mondi inconciliabili. Lui è impulsivo, affascinante, insofferente alle regole, un uomo che attraversa la vita seguendo l’istinto e la promessa di una libertà sempre inseguita e mai davvero raggiunta. Lei, invece, è determinata, rigorosa, cresciuta nella povertà ma animata da una volontà capace di sfidare ogni limite sociale. Il loro incontro genera una forza narrativa che accompagna il lettore lungo gli anni del fascismo, della guerra e delle profonde trasformazioni che segnano il Novecento italiano.
Ciò che colpisce maggiormente è la scrittura di Elena Varvello. La sua lingua possiede una precisione quasi tattile. I gesti, i silenzi, gli odori delle case, le atmosfere dei cortili e delle strade assumono una consistenza concreta che rende ogni scena estremamente viva. L’autrice alterna registri diversi, passando dal lirismo all’osservazione documentaria senza mai perdere equilibrio, costruendo una narrazione che assomiglia al funzionamento della memoria stessa: frammentaria, emotiva, attraversata da omissioni e improvvise illuminazioni.
Il romanzo evita inoltre qualsiasi idealizzazione del passato. Il fascismo, la guerra e la povertà non vengono raccontati attraverso grandi discorsi storici, ma attraverso le conseguenze che producono nelle vite quotidiane. La Storia entra nelle case, nei rapporti familiari, nelle relazioni sentimentali e modifica il destino dei personaggi in modo spesso imprevedibile.
Francesco e Teresa diventano così molto più di una coppia. Rappresentano due modi differenti di affrontare il mondo, due idee di libertà e di sopravvivenza che continuamente si scontrano e si attraggono. Attorno a loro si sviluppa un coro di voci che restituisce la complessità di un’intera epoca, senza mai perdere di vista la dimensione umana.
La vita sempre è un romanzo intenso e stratificato, capace di intrecciare racconto storico, memoria familiare e storia d’amore. Elena Varvello dimostra ancora una volta di essere una delle voci più raffinate della narrativa italiana contemporanea, regalando una storia che parla di resistenza, desiderio e speranza. Perché, come suggerisce il titolo, la vita continua a cercare il proprio spazio anche quando la Storia sembra volerla soffocare.
“Storia di un’amicizia”, di Ermanno Cavazzoni, Quodlibet
Tra i titoli più particolari della selezione troviamo il libro che Ermanno Cavazzoni dedica a Gianni Celati, uno degli scrittori più influenti della letteratura italiana contemporanea.
Ridurre questo volume a una semplice biografia sarebbe però un errore. Cavazzoni costruisce piuttosto il racconto di un legame umano e intellettuale che attraversa decenni di vita, incontri, passioni letterarie e avventure culturali.
Celati diventa il centro gravitazionale di una costellazione di personaggi, scrittori, artisti e intellettuali che hanno contribuito a definire un’epoca della cultura italiana. Il risultato è un libro che parla certamente di amicizia, ma anche del tempo che passa, della memoria e della difficoltà di trattenere ciò che inevitabilmente sfugge.
Tra ironia, malinconia e tenerezza, Cavazzoni realizza un omaggio letterario che è anche una riflessione sul significato dei rapporti umani e sull’eredità lasciata dalle persone che hanno segnato la nostra vita.
“La ragazzina”, di Valeria Parrella, Feltrinelli
Valeria Parrella sceglie una delle figure più celebri della storia occidentale e la restituisce ai lettori da una prospettiva sorprendentemente nuova.
La protagonista è Giovanna d’Arco, ma prima ancora dell’eroina, della santa e del simbolo nazionale, Parrella racconta la ragazza. Una giovane donna che sogna, ascolta storie, parla con la madre e si trova improvvisamente a portare sulle proprie spalle il peso di una missione più grande di lei.
La scrittrice napoletana spoglia Giovanna di molti degli stereotipi costruiti nei secoli e restituisce una figura viva, impulsiva, coraggiosa e profondamente umana. Il Medioevo diventa così uno specchio attraverso cui osservare questioni ancora attuali: il potere, il corpo femminile, la libertà, il coraggio di sfidare l’ordine costituito.
Il risultato è una riscrittura storica intensa e accessibile che dimostra come i grandi personaggi del passato possano ancora parlare al presente.
“Lo sbilico”, di Alcide Pierantozzi, Einaudi
Tra i libri candidati al Premio Campiello 2026, Lo sbilico è forse quello che più sorprende per forza emotiva e radicalità narrativa. Alcide Pierantozzi racconta dall’interno l’esperienza del disagio psichico, trasformando una vicenda personale in un romanzo capace di parlare a chiunque abbia conosciuto la paura, la fragilità o il senso di smarrimento.
Il protagonista ha quarant’anni, vive in Abruzzo con la madre e convive con una serie di diagnosi che hanno modificato il suo rapporto con il mondo. Disturbo bipolare, ossessioni, paranoia, crisi dell’identità e della percezione diventano materia narrativa in un racconto che non cerca mai la compassione né la spettacolarizzazione della sofferenza. Al contrario, Pierantozzi prova a dare un nome preciso a ciò che spesso resta indicibile.
La forza del libro risiede proprio in questa ricerca linguistica. Il protagonista si aggrappa alle parole come a una forma di salvezza, perché nominare il male significa tentare di comprenderlo e, forse, di contenerlo. Le giornate trascorrono tra farmaci, ricordi, biblioteche, allenamenti in palestra e il costante tentativo di distinguere ciò che è reale da ciò che nasce nella mente.
Accanto alla malattia emerge però anche una grande storia d’amore filiale. La figura della madre diventa il centro emotivo del romanzo, l’argine contro il crollo e il punto fermo a cui tornare quando tutto il resto sembra perdere consistenza. Attraverso il rapporto tra madre e figlio, Pierantozzi costruisce alcune delle pagine più intense dell’intero libro.
Lo sbilico non è soltanto il racconto di una condizione clinica. È una riflessione sulla solitudine contemporanea, sulla medicalizzazione dell’esistenza, sul bisogno di essere ascoltati e compresi. Con una scrittura lucida, dolorosa e sorprendentemente poetica, Alcide Pierantozzi consegna ai lettori uno dei romanzi più coraggiosi dell’anno, dimostrando come la letteratura possa ancora entrare nei territori più fragili dell’esperienza umana senza semplificarli.
