Un mahatma sudafricano è protagonista de ”La vita e il tempo di Michael K”, di John Maxwell Coetzee

Desolazione. Dell'anima, del corpo del luogo. È la sensazione che questo libro del 1983 di John Maxwell Coetzee – scrittore sudafricano in lingua Inglese, Premio Nobel nel 2003 – trasmette con insistenza, almeno nella prima delle tre parti di cui è costituito ''La vita e il tempo di Michael K''...
Pubblichiamo la recensione di Stefano Franzato perché ci ha regalato una riflessione inedita su un libro speciale, “La vita e il tempo di Michael K”, del Premio Nobel sudafricano J.M. Coetzee

Desolazione. Dell’anima, del corpo del luogo. È la sensazione che questo libro del 1983 di John Maxwell Coetzee – scrittore sudafricano in lingua Inglese, Premio Nobel nel 2003 – trasmette con insistenza, almeno nella prima delle tre parti di cui è costituito “La vita e il tempo di Michael K” (Einaudi, 2001). In essa, seguiamo le vicende di Michael K. e sua madre Anna K. che da Città del Capo cercano di raggiungere la fattoria dove sua madre lavorava come donna tuttofare. Lo fanno per sfuggire alla violenza di una non specificata guerra, le cui ragioni – come i contendenti – mai si verranno a sapere; ma che importa: le conseguenze i disagi, la violenza, i soprusi, spesso gratuiti, i campi di raccolta, di internamento, di lavoro, ci sono in tutte le guerre. Anna K. – anziana e malata d’idropisia – e il figlio Michael – nato malforme col labbro leporino, con un carattere che lo fa credere un po’ tardo di mente – lasciano perciò la città per raggiungere la campagna. Anna K. non ce la fa e durante il viaggio muore in un anonimo letto d’ospedale.

A Michael della madre restano i pochi vestiti, gli effetti personali e le ceneri; ceneri che comunque egli vuol potare a destinazione e che alla fine, spargerà sulla terra del luogo della di lei provenienza. È un gesto simbolico individuale e privato per quanto riguarda Michael, ma che diventa universale nel contesto generale. Tutto ciò che farà quest’uomo deforme e preso per povero mentecatto avrà valore universale; quel suo rifiutare la guerra, chi la fa e le sue quotidiane conseguenze; quel suo vanificarne il male piegandosi e subendolo senza ribellarsi o opporvi resistenza alcuna, porgendo una laica “altra guancia”, fan di lui quell’ “anima universale” che solo lo sconosciuto ufficiale medico, che cercherà di rimetterlo in sesto nella seconda parte del romanzo, riuscirà a comprendere. Michael K. è quell’esile stelo, figlio della terra e della natura che è risucchiato nella Storia, ma che al di sopra di questa si eleva, identificandosi o perdendo la propria identità nel divenire naturale, opponendo – questa volta sì – alla Storia che propone la Morte quel “si può vivere” che la vince. Difficile trovare in altri autori un’esposizione così intensamente poetica dell’ecologia.

Come ogni vera grande opera letteraria anche questa, implicitamente o più esplicitamente, ne richiama – volutamente o a sua insaputa – altre. Oltre alla K del titolo, che gli ufficiali del campo di raccolta debbano inviare i propri rapporti e ricevere ordini o autorizzazioni da quello che loro familiarmente chiamano “il Castello”, la dice piuttosto lunga. Ma, ovviamente, leggendo questo libro non viene in mente soltanto Kafka. Viene in mente Dostoevskij e, perfino, il romanzo picaresco e "Bartleby lo scrivano" di Melville. Difficile (e anche inutile) incasellare in una semplice quanto, probabilmente, superficiale definizione chi tratta questi temi e il modo in cui lo fa. Non ci sarebbe da meravigliarsi se, di definizioni, proprio non ce ne fossero. Meglio è rispettare il libro, il suo messaggio e il suo incantevole stile.

2 dicembre 2012

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