”Maigret e l’informatore”, la penultima inchiesta del commissario parigino creato da George Simenon

Storie di (non tanto) poveri amanti: Maigret e l’informatore, di George Simenon. Alla fine, il pensiero va a titoli di altri testi. Il primo a La banalità del male della Arendt (1906-1975), il secondo a Cronache di poveri amanti di Pratolini (1913-1991); perché quando si scopre un assassino e il movente che gli ha armato la mano, si constata sovente che quest’ultimo è tutt’altro che originale...

In questa recensione, Stefano Franzato approfondisce la trama e i colpi di scena contenuti all’interno del romanzo giallo che vede protagonista il commissario Maigret

 

Storie di (non tanto) poveri amanti: Maigret e l’informatore, di George Simenon. Alla fine, il pensiero va a titoli di altri testi. Il primo a La banalità del male della Arendt (1906-1975), il secondo a Cronache di poveri amanti di Pratolini (1913-1991); perché quando si scopre un assassino e il movente che gli ha armato la mano, si constata sovente che quest’ultimo è tutt’altro che originale. Avidità, passione, vendetta… avidità non solo di denaro ma anche di potere; passione reale o calcolata; vendetta che può essere un gesto impulsivo ma che quasi mai lo è, visto che, si sa, essa è un piatto che si serve freddo. Se, poi, la ragione di un omicidio è una mescolanza di una buona dose di questi tre ingredienti, allora il delitto e il poliziesco si fan pure tosti.

Alla fine, questi titoli vengono alla mente perché sintetizzano la storia in maniera egregia. In questa penultima inchiesta del famoso commissario parigino (del 1971; l’ultima che Simenon scriverà – Maigret e il signor Charles – è del ’72). viene svegliato di prima mattina da Lucas che gli riferisce di un delitto avvenuto a Montmartre: la vittima è un personaggio con cui Maigret aveva avuto a che fare ancora quand’era giovane ispettore; uno con trascorsi malavitosi e anche adesso che è “pulito” certe “cattive compagnie” si sospetta continui a frequentarle. Anche per certi furti recentemente avvenuti in castelli e gran ville in tutto il territorio francese si fa il suo nome ma, prove per incastrarlo, come al solito… non ce ne sono. E in più ci si mette in mezzo un informatore che sa e ha visto “quasi” tutto e, finché il commissario non lo scoverà, per ragioni d’incolumità personale, se ne starà fuori scena, praticamente per tutta l’indagine. I tre ingredienti di cui sopra, perciò sono saggiamente mescolati (e non agitati) in un ottimo cocktail di bel colore giallo.

Dai tempi di La pazza di Itteville e del primo Maigret (Pietr le Letton, se non ricordo male, entrambi apparvero nel 1931) ne è passata d’acqua sotto ai ponti della Senna: quarantun anni di onorata carriera per il noto commissario; che tale è diventato per i suoi inusuali metodi d’indagine, caratterizzati più per l’osservazione dell’ambiente e la psicologia delle persone coinvolte, che per un modo d’indagare affidato più che altro ai rilievi della Scientifica, alle celluline grigie del suo collega (privato e belga come l’autore) Poirot o alle logiche deduzioni di stampo anglosassone. Ecco in questa, però, certamente più che in altre inchieste, una parte pressoché decisiva l’ha proprio Moers, il capo della Scientifica che lavora nei sottotetti del Quai.

L’indagine “umanista” rimane sempre in primo piano ma Moers, il medico legale e, in seguito, altri periti hanno una parte degna di nota per incastrare i colpevoli. Come si è detto è il penultimo dei “Maigret” che era uscito in Italia parecchio tempo fa: ’89 mi sembra e, sempre se la memoria mi assiste, da allora non più ristampato. È un Maigret maturo e ci dispiace (parlo al plurale perché mi sa di non essere il solo) di non poterlo più incontrare. E, per questo fatto, anche Simenon ebbe dei rimorsi.

 

24 giugno 2012

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