Denuncia sociale e attualità nel libro di Dante Troisi ‘Diario di un giudice’

Su Libreriamo la recensione di Alessandro Centonze, giudice presso il Tribunale di Catania, del libro “Diario di un giudice” di Dante Troisi, da poco ripubblicato, in cui il magistrato si rende testimone in forma di diario della lontananza tra la giustizia e il popolo…

Alessandro Centonze recensisce il diario-opera del magistrato da cui emerge tutta l’umanità e la drammaticità della sua professione

Proseguendo nella sua meritoria attività di recupero di alcuni gioielli letterari dimenticati, la Sellerio ha recentemente ripubblicato nella collana “La memoria” il volume “Diario di un giudice” di Dante Troisi (Tufo, 21 aprile 1920 – Roma, 2 gennaio 1989). Si tratta di una scelta editoriale assolutamente lodevole, che consente a tutti i lettori e non solo agli operatori del diritto la conoscenza di un’opera di denuncia di straordinaria efficacia letteraria e di drammatica attualità sociale.

 

Questo libro, per la prima volta, uscì nel 1955 presso “Il Mondo” di Mario Panunzio e, nel 1962, presso la collana einaudiana “Gettoni”, allora diretta da Elio Vittorini, suscitando aspre polemiche all’interno del mondo giurisdizionale dell’epoca, tali da costringere il suo autore, per quasi un trentennio magistrato, a essere sottoposto a un procedimento disciplinare e a subire, all’esito di esso, una censura per avere diffamato l’intero corpo giudiziario. In quella occasione, Dante Troisi vide schierarsi dalla sua parte alcuni tra i più autorevoli esponenti del mondo della cultura giuridica, come Piero Calamndrei e Alessandro Galante Garrone, ma nonostante tutto non riuscì a evitare un provvedimento che, a distanza di mezzo secolo, ci appare quasi incomprensibile.

Quali sono le ragioni delle scandalo suscitato dal libro di Troisi? E quali le ragioni che, a distanza di mezzo secolo, rendono quest’opera così drammaticamente attuale e consigliabile a tutti i lettori? La prima e fondamentale ragione di attualità dell’opera – che è anche la causa delle sfortune professionali del suo autore – è data dalla dimensione interiore del “diario”, che ci consente di cogliere la drammaticità dell’esercizio della giurisdizione dal punto di vista di chi la applica quotidianamente. In tempi di giustizia urlata, le riflessioni personali, ma profondamente etiche, di Dante Troisi ci fanno riflettere sulla solitudine del giudice, sulla difficoltà della sua professione e sullo scollamento esistente tra il mondo della giurisdizione e il popolo dei giudicati, guardato dall’autore con grande comprensione umana. E’ bellissimo il passo in cui, con amarezza, Troisi commenta una sua giornata lavorativa: «Perché mi lamento di oggi? Questa di oggi è una giungla più comoda; son riuscito a salire su un albero per colpire la gente che passa sotto. Presto proverò gusto a centrarli, senza trascurare il piacere di lasciare indenne qualcuno, per goderne la meraviglia» (pagina 30).

La seconda ragione di interesse per la riedizione di un libro pubblicato nel lontano 1955, si coglie nello straordinario campionario di umanità descritto da Troisi nelle sue pagine, con una riflessione che, come ha osservato Andrea Camilleri nella sua prefazione selleriana, è «resistente al tempo». Una riflessione che, a distanza di un cinquantennio, ci consente di riflettere sulle ragioni dello sfasamento tuttora irrisolto tra la società italiana e la magistratura, tra la giustizia e il vivere quotidiano, tra il mondo dell’etica e il mondo del diritto.

Nel suo “diario” Dante Troisi descrive un’umanità di imputati inconsapevoli, per lo più increduli di essere finiti sotto processo e sostanzialmente incapaci di meditare sulle proprie azioni e sulle proprie responsabilità, morali prima ancora che giuridiche. E’ proprio questa inconsapevolezza etica del mondo dei giudicati che viene ritratta dallo sguardo attento e pietoso dell’Autore che descrive un’umanità afflitta dalla povertà economica del dopoguerra e sostanzialmente estranea al mondo delle regole, che al giudice degli anni Cinquanta si richiedeva di applicare meccanicamente, quasi impietosamente.   

 

Questa combinazione di riflessione esistenziale e di analisi sociale rende il “Diario di un giudice” di Dante Troisi un libro che, come pochi altri, ci fa comprendere il senso del “mestiere del giudice”, rendendo questa opera meritevole di riscoperta editoriale e premiando il suo editore per l’illuminata scelta compiuta.

   
Alessandro Centonze

 

9 maggio 2012

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