LIBRI - Letture per il Primo maggio

Primo maggio, i 13 libri da leggere in occasione della Festa dei Lavoratori

Nell’impresa di fare un elenco di libri da leggere il 1° maggio, verrebbero subito in mente almeno due titoli, lontani l’uno dall’altro eppure accomunati proprio dal tema del lavoro. Verrebbe da pensare...

MILANO – Nell’impresa di fare un elenco di libri da leggere il  1° maggio, verrebbero subito in mente almeno due titoli, lontani l’uno dall’altro eppure accomunati proprio dal tema del lavoro. Verrebbe da pensare, cioè, al Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich  Engels da un lato, e a La chiave a stella di Primo Levi dall’altro. Classici, a modo loro, del tema del lavoro, densi di suggestioni, importanti da leggere.

 

Eppure noi no. Questa volta, in questo I° maggio 2015, l’elenco dei volumi che sarebbe bene e utile avere sotto mano – almeno qualcuno di essi -, è diverso e parte da Le lotte del lavoro di Luigi Einaudi (bellissima l’edizione della Nuova Universale Einaudi con un’introduzione di Paolo Spriano). Chi poi diventò Presidente della Repubblica, racconta in una serie di articoli  a cavallo fra il XIX e il XX secolo proprio le lotte del lavoro, gli scioperi, l’”utopia socialista”, il “governo sindacale” e gli ideali del lavoro. Einaudi è limpido, e delinea verso la fine del volume un’idea-guida valida ancora oggi: “Bisogna sostituire al concetto della ‘conquista’ sull’avversario il concetto della risoluzione di un problema di interesse comune”.

 

E, se Einaudi scrive dei fatti di cronaca e su di essi  costruisce la teoria, Paolo Spriano, in Storia di Torino operaia e socialista (pubblicato da Einaudi in un’edizione che dovrebbe essere ristampata), racconta come sono stati i primi passi di quella che diventerà per molti decenni la capitale dell’auto, laboratorio di fabbriche e di classi operaie, fucina di idee e di lotte (anche violente), sempre fra ‘800 e ‘900. Spriano è uno storico che sa spiegare, racconta con il piglio del giornalista e con la precisione del tecnico. Si fa leggere e dalla sua lettura si capisce quanta strada, in poco più di un secolo, è stata fatta dalla classe operaia.

 

1° maggio dunque, e quindi naturalmente anche sindacati che in Spriano si colgono in nuce a Torino e in Italia e che assumono forme e connotati diversi oltreoceano. A scriverlo, in un romanzo ben radicato nella storia, è Valerio Evangelisti con il suo One big union (Feltrinelli), cronaca epica della nascita e crescita dei sindacati dei lavoratori negli Stati Uniti visti però attraverso gli occhi di una labor spy quale è Robert Coates che si ritrova a fare l’infiltrato nel movimento operaio americano ai suoi inizi. Coates assiste e partecipa a scontri sociali violentissimi, stragi di lavoratori, perde il senso della ragione e gli affetti della vita. Nel libro di Evangelisti emerge poi la storia degli  Industrial Workers of the World: il sindacato rivoluzionario che cercava di organizzare precari, vagabondi, immigrati, braccianti, disoccupati, manovali a giornata. Epopea tutta da leggere così come lo è – a maggior ragione e con tanta passione -, Furore di John Steinbeck scritto nel ’39 ma ancora oggi totalmente moderno e attuale. Steinbeck racconta del lavoro seguendo l’odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di altri americani. Qui è il lavoro come miraggio che prende corpo, un miraggio sofferto eppure cercato con tutte le forze anche contro la morte e l’ingiustizia.

 

Già, perché allora come oggi, cercare di lavorare è per molti – troppi -, un’impresa ciclopica e per altri, un’impresa che fa rischiare persino la vita.  Perdere e ritrovare il lavoro. L’esperienza della disoccupazione al tempo della crisi (Il Mulino), scritto a più mani e coordinato da Maurizio Ambrosini, Diego Coletto e Simona Guglielmi è il riflesso del dramma del lavoro di oggi. Che si perde e si cerca e ricerca, quel lavoro per il quale si mutuano termini scientifici come quello di “resilienza” per rappresentare la flessibilità che si di deve mettere per agguantare un impiego, quel lavoro che produce frustrazione quando lo si perde e lo si insegue, quando a cercarlo sono le donne piuttosto che gli uomini oppure i “vecchi” piuttosto che i “giovani”.

 

Lavoro, dunque, e quindi salario come simbolo di riscatto. Guido Baglioni per questo ha scritto Un racconto del lavoro salariato (Il Mulino), storia vera del compenso del lavoro operaio assunto come simbolo, base ideologica, ancora una volta miraggio per intere famiglie, conquista, motivo di felicità. Alla fine della sua fatica Baglioni scrive: “Il nostro racconto si conclude con una valutazione complessiva del cammino compiuto dal lavoro, che comprende le condizioni sociali ed economiche, i modi di valorizzare e tutelare il lavoro, il suo peso e il suo significato per la società e per gli stessi lavoratori. Durante questo cammino è stato compiuto un progresso innegabile, fino ad oggi unico”. Sacrosanta verità che si scontra però con tante realtà che parlano di lavoro difficile e spesso mortale.

 

Così, è importante,  ricordare – per esempio -, Il costo della vita. Storia di una tragedia operaia (Einaudi), di Angelo Ferracuti. Cronaca appassionata di quanto accadde il 13 marzo 1987 al Porto di Ravenna. Mentre alcuni operai stanno ripulendo le stive della Elisabetta Montanari, nave adibita al trasporto di gpl, e altri colleghi tagliano e saldano lamiere con la canna ossidrica, una scintilla provoca un incendio. Le fiamme si propagano con una rapidità inarrestabile. Tredici uomini muoiono asfissiati a causa delle esalazioni di acido cianidrico. Ferracuti racconta, indaga, esplora tutte le vite dei protagonisti, fa capire tutto ciò che accadde prima, durante e dopo. Forse non a caso uno dei capitoli più importanti del libro ha come titolo Uomini e topi esattamente con un altro grande libro di Steinbeck. A Ravenna accadde ciò che qualche anno dopo avvenne a Torino nello stabilimento Thyssen. Lavoro, anche lì, denso di sogni e di tragedie.

 

Eppure, occorre andare avanti, guardare anche alla complessità del lavoro nella storia, nella letteratura, nell’innovazione e nella necessità di cambiamento.

E’ importante allora leggere Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale (Laterza), curato da  Giorgio Bigatti e Giuseppe Lupo e con una bella e insostituibile introduzione di Antonio Calabrò. Qui il lavoro è la fabbrica, con le storie vissute e inventate, come quelle scritte da Lucio Mastronardi, Giovanni Giudici,  Ottiero Ottieri, Leonardo Sinisgalli, Franco Fortini, Paolo Volponi, Nanni Balestrini, Elio Vittorini, Luciano Bianciardi,  Carlo Emilio Gadda, Italo Calvino, Primo Levi e molti altri. Qui il lavoro si trasforma in alta letteratura che – a ben vedere – è uno dei maggiori riconoscimenti immateriali che proprio al lavoro possono essere dati.

 

E, sempre in tema di letteratura e lavoro, è altrettanto importante leggere Articolo 1. Racconti sul lavoro (Sellerio). Si tratta di una raccolta di racconti scritti espressamente da Camilleri, Cornia, Pariani, Rea, Recami e Stassi. Qui  non predominano vicende di precariato, drammi collettivi segnati dal vuoto di prospettive, storie di crudo sfruttamento della parte debole, nemmeno si sparge l’ottimismo edificante dell’inventiva individuale e delle sue avventure a lieto fine. Al contrario, ciascuno di questi autori scrive storie che rappresentano il lavoro nella sua forma più profonda ed eterna, nei suoi aspetti radicati in una generale condizione umana piuttosto che nei rivolgimenti dell’economia e dell’organizzazione produttiva.

 

Lavoro come obiettivo immutato nei secoli, quindi, ma dopo tutto anche come motore di cambiamento e di progresso. Che occorre però anche cercare, stimolare, suscitare. Guardando sempre avanti. Così come cerca di raccontare Riccardo Luna con il suo Cambiamo tutto! La rivoluzione degli innovatori (Laterza). Poco più di 150 pagine che si leggono d’un fiato, dense di esempi dalla Apple, alla Olivetti  ma anche di imprese pressoché sconosciute ai più. Sogni di lavoro realizzati ma anche falliti. Che si condensano però in una bella frase: “Il futuro è questa cosa qua, fare le cose, produrre, inventare soluzioni ai problemi. E non arrendersi mai”.  Insomma, il futuro  passa anche dal lavoro e per capirlo serve anche leggere.

   

Andrea Zaghi

 
1 maggio 2015
 
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