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Pierre Lemaitre, ”Esiste la letteratura perché la vita non basta”

La letteratura è indispensabile perché ci permette di comprendere, attraverso le emozioni, la vita. E' questo il grande compito della finzione letteraria secondo Pierre Lemaitre, vincitore dell'ultima edizione del Premio Goncourt con ''Ci rivediamo lassù''...

Lo scrittore, noto giallista e vincitore del prestigioso premio Goncourt 2013, ha incontrato alcuni blogger per parlare del suo romanzo “Ci rivediamo lassù”, edito da Mondadori

MILANO – La letteratura è indispensabile perché ci permette di comprendere, attraverso le emozioni, la vita. È questo il grande compito della finzione letteraria secondo Pierre Lemaitre, vincitore dell’ultima edizione del Premio Goncourt  con “Ci rivediamo lassù”, romanzo che racconta la Francia appena uscita dalla Prima Guerra Mondiale. Albert, umile impiegato che ha perso tutto, ed Édouard, ragazzo ricco ed eccentrico, con grandi doti artistiche, sopravvissuti alla carneficina vivono ora condannati a un’esistenza da emarginati. Decidono però di prendersi la loro rivincita, inventandosi una truffa colossale ai danni del loro paese. Dopo 500 mila copie vendute in patria, il romanzo è arrivato anche da noi, edito da Mondadori. L’autore, giunto in Italia per presentare il libro, ha incontrato alcuni blogger per rispondere alle loro domande.

Domanda: Comincio da una curiosità personale: non riesco ad immaginare la faccia di Edouard sfigurata…
Risposta: Sto collaborando con un disegnatore per realizzare una versione a fumetti del romanzo e lui mi ha posto la stessa difficoltà! Diciamo che ci sono molti “elementi impossibili” nel mio libro, che fanno parte dell’”illusione romanzesca” . Ma, anche se molte cose risultano irrealistiche, se la storia e i personaggi sono buoni e appassionano il lettore tenendolo legato al libro, anche quelle parti vengono accettate. Il primo scopo di un romanzo è quello di creare emozioni, collera, amore, tenerezza, non importa se servono elementi impossibili per ottenerlo. La letteratura è superiore alla vita e il fatto stesso che la letteratura esista dimostra che la vita spesso non basta.

D: Durante il racconto c’è spesso un narratore onnisciente che interviene, in generale lei come si pone rispetto al narratore?
R: E’ come se lo scrittore volesse ammiccare al lettore, allora interviene il narratore. Questo è un metodo per rivolgermi direttamente a chi legge: il problema di un romanzo è che non scrivi né nello stesso tempo né nello stesso luogo in cui legge il lettore e questa distanza è il primo nemico dell’emozione. Quando il narratore onnisciente si rivolge al lettore è per far immaginare che gli si stia raccontando una storia ad alta voce: si crea l’illusione che in quel momento il narratore stia raccontando in prima persona ora e lì. Di questo romanzo uscirà anche un audiolibro e ho voluto leggerlo in prima persona, proprio per avere un rapporto più stretto con chi avrebbe ascoltato la storia.

D: Ogni personaggio del romanzo suscita nel lettore dei sentimenti doppi ed estremi tra loro, come odio e fascino o pena e rabbia. E’ una mia impressiona?
R: Hai visto giusto! Per spiegare questo devo tornare alle mie origini letterarie. In Francia la letteratura si rifà moltissimo ad autori come Victor Hugo e a romanzi che cercano di semplificare la vita, la cui forza sta nel passare da un’emozione all’altra. Cerco di creare personaggi ambivalenti perché così è la vita e così sono le persone. Questi personaggi a volte sono neri, altre volte sono bianchi, per suscitare emozioni più forti.

D: Qual è il suo rapporto con i finali? Perché ha accompagnato fino alla loro uscita i personaggi?  
R: Questa mia necessità di accompagnare i personaggi fino alla loro uscita trasduce la mia difficoltà a lasciarli andare. Certi romanzi per me comprendono dei post-parto molto doloroso, questo in particolare è stato dolorosissimo.  Quando ho registrato l’audiolibro, ero veramente molto emozionato, perché sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che avrei letto questo romanzo, che mi ha dato davvero tanto. L’esperienza dell’audiolibro è stato come salutare i personaggi uno ad uno, vedere il loro sviluppo, vederli crescere e morire.

D: Dove trova l’ispirazione per la psicologia dei suoi personaggi?
R: Mi dispiace tantissimo deludervi ma io non credo nell’ispirazione, credo nella tecnica. Credo più nel lavoro che alla “manna dal cielo”. Mi considero un artigiano laborioso, provo e cerco. Vi faccio solo un esempio: del primo capitolo ho scritto 21 versioni e ho scelto la ventunesima.  Prima di tutto penso alla funzione pratica del personaggio, cosa deve dire e che funzione deve avere nella storia. Insisto molto sulla tecnica narrativa e sulla scrittura. Ritengo che per essere efficaci serva la tecnica, non basta l’ispirazione e la buona volontà.  Un romanzo deve creare emozione, e la tecnica serve per creare suspence, rabbia, intrigo. In questo modo il lettore è convolto e si emoziona.

D: Perché ha scelto la Prima Guerra Mondiale per ambientare la storia?
R: Io sono uno scrittore di gialli, mi sono sempre interessato al crimine, e per me il crimine per eccellenza fu la Prima Guerra Mondiale perché fece milioni di morti: è stata diciamo una scelta naturale.

D: La Parigi degli anni Venti che appare nel libro è molto diversa da quella che immaginiamo raccontata da Hemingway o dal film di Woody Allen in “Midnight in Paris”. Erano così diverse le varie facce di Parigi all’epoca? Si è documentato per questo libro?
R: Il mio non è un romanzo storico, in genere diffido della documentazione. Io lavoro con l’illusione del romanzo  e voglio che il lettore veda quello che voglio io: non m’interessa che sia esatto, ma che appaia vero e cioè che lo spirito del romanzo corrisponda alla spirito dell’epoca.  Non ci sono anacronismi comunque, anche se ho inventato il nome di qualche via. L’idea della Parigi di quell’epoca è fortemente influenzata dalla visione americana, come nel film di Woody Allen. Io non volevo cadere nei soliti clichè, ho osservato molte immagini della Parigi di quei tempi,  che è lontana dall’immagine che ne avevano gli americani, e ho voluto raccontare quella vita, per non essere prevedibile.

D: I protagonisti si incontrano casualmente. Quanto contano gli incontri a livello di ispirazione, o meglio, di tecnica?
R: Si tratta sempre di tecnica: io faccio quello che mi torna comodo per creare emozione e i personaggi son lo strumento dello scrittore per suscitare emozioni nel lettore. La letteratura mostra il suo valore indispensabile perché ci permette di comprendere, attraverso le emozioni, la vita.

 3 marzo 2014 

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