Cosa ci insegna “Paradise City” sul coraggio di ribellarsi intervista a Susanna Nicchiarelli

6 Marzo 2026

Dal memoir adolescenziale di Susanna Nicchiarelli nasce un romanzo di formazione potente e necessario. “Paradise City” ci svela come il privilegio possa diventare esclusione e come l’arte possa salvarci.

Cosa ci insegna “Paradise City” sul coraggio di ribellarsi

Roma, fine anni Ottanta. Quartieri eleganti, scuole private, famiglie benestanti. In apparenza un paradiso. Eppure l’adolescenza raccontata in “Paradise City” è un territorio minato fatto di soprannomi crudeli, esclusioni silenziose, gerarchie invisibili. Susanna Nicchiarelli torna ai suoi diari per attraversare quella stagione fragile e feroce, trasformando il ricordo in uno strumento di consapevolezza.

Il libro non è solo un racconto di crescita. È una riflessione sul privilegio, sulla violenza psicologica, sulla costruzione dell’identità femminile e sulla necessità della ribellione come unica via d’uscita.

“Paradise City”, Susanna Nicchiarelli, Mondadori

“Paradise City” di Susanna Nicchiarelli, pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu, nasce dai diari adolescenziali dell’autrice. Questa origine non è un dettaglio, ma la struttura stessa del libro. La voce è diretta, esposta, vulnerabile. Non c’è filtro cinematografico, non c’è protezione narrativa. C’è la tredicenne che si sente esclusa, etichettata, osservata.

Il quartiere privilegiato in cui cresce non è raccontato come un rifugio, ma come un sistema chiuso. Le scuole private, le feste, il benessere diventano il contesto di una violenza normalizzata. La protagonista non è consapevole di vivere nel privilegio, perché non possiede gli strumenti per nominarlo. E proprio qui sta uno dei nuclei più forti del libro: senza parole per definire ciò che accade, non si riconosce la violenza. Bullismo, esclusione, giudizio sul corpo femminile restano senza nome e quindi senza difesa.

In “Paradise City” di Susanna Nicchiarelli per Mondadori il corpo adolescenziale è un campo di battaglia. È osservato, classificato, deriso. Lo sguardo maschile diventa misura e condanna. Il femminile non è disturbante solo per ragioni estetiche, ma perché non deve eccedere, non deve ribellarsi, non deve uscire dal cliché. La costruzione dell’identità diventa così un processo complesso e doloroso, che riguarda non solo l’aspetto fisico ma lo spirito stesso.

Eppure il libro non si limita alla denuncia. C’è una forza sotterranea che attraversa il racconto. È la scoperta dell’arte come salvezza. Jim Morrison, Pink Floyd, Guns N’ Roses non sono semplici riferimenti generazionali, ma bussole. La musica, la filosofia, la letteratura diventano strumenti culturali capaci di aprire mondi alternativi. Senza quegli strumenti, suggerisce il libro, la ribellione non è possibile.

“Paradise City” di Susanna Nicchiarelli mostra che la ribellione non è solo individuale. È culturale e politica insieme. Individuale perché nasce dalla consapevolezza di non voler essere come gli altri. Culturale perché passa attraverso l’accesso all’arte e al pensiero critico. Politica perché significa rifiutare un sistema che normalizza l’esclusione.

Il momento di svolta arriva quando la protagonista comprende che non potrà piacere a tutti. Accettare la propria diversità come forza e non come difetto è l’atto più radicale. E in questo gesto c’è una liberazione che attraversa tutto il libro.

Il memoir diventa così un atto di riappropriazione. La ragazza che si vergognava ora racconta pubblicamente la propria storia. Il silenzio si trasforma in parola. E la parola diventa responsabilità verso chi oggi vive lo stesso disagio.

Chi è Susanna Nicchiarelli

Susanna Nicchiarelli è regista, sceneggiatrice e ora anche scrittrice. Ha diretto film come Nico, 1988, Miss Marx e Chiara, distinguendosi per uno sguardo attento alle figure femminili e ai conflitti tra identità e potere. Con “Paradise City” porta sulla pagina scritta la stessa tensione narrativa che caratterizza il suo cinema, ma sceglie una forma più intima e diretta. La letteratura le consente di restare nella voce in prima persona, di accumulare documenti e ricordi senza il filtro dell’immagine, trasformando la memoria in uno spazio di elaborazione e consapevolezza.

Intervista a Susanna Nicchiarelli

1.
Paradise City” nasce dai suoi diari adolescenziali. Quanto è stato difficile, o liberatorio, tornare a quella voce, a quella vulnerabilità, senza il filtro dello sguardo adulto o cinematografico?

Sono ricordi dolorosi ma messi in prospettiva mi hanno aiutato a relativizzare, e a capire alcune cose fondamentali su me stessa, sui rapporti umani in genere, e anche sugli adolescenti. Riappropriarmi della mia voce di ragazzina, per quanto fosse una voce sofferente, paranoica, a tratti per me incredibilmente fastidiosa, mi ha aiutato a perdonarmi e a volermi bene, a perdonare i ragazzi in genere per il loro egoismo, il loro sentirsi al centro del mondo. Certo è stato difficile, ma soprattutto è stato divertente e liberatorio.

2.
Il libro racconta un ambiente
protetto”, fatto di scuole private, benessere e relazioni selettive, ma lo descrive come un luogo profondamente violento. Quando ha capito che il privilegio può essere una forma di esclusione tanto quanto la marginalità?

Io a tredici anni non ero consapevole di vivere in un ambiente privilegiato: se a un ragazzo non si danno gli strumenti per comprendere la società, i termini per definire i fenomeni, e soprattutto se frequenta solo gente simile a lui che appartiene alla stessa classe sociale il ragazzo percepisce semplicemente il mondo intorno a sé come l’unico mondo possibile.

Anche della “violenza” del mondo che mi circondava non ero cosciente, semplicemente perché non la chiamavamo violenza, era la normalità. Non ho dato un nome a queste cose (privilegio, violenza, fascismo) finché non ho acquisito, leggendo e studiando, i termini per comprenderle. La superficialità nella quale si viveva in quei quartieri, in quelle scuole, era programmatica, non casuale, e gli strumenti non ci venivano dati per una scelta consapevole e manipolatoria. Uscirne, vedere le cose dal di fuori, non era semplice. 

3.
Nel romanzo il corpo adolescenziale è continuamente osservato, etichettato, deriso.
Quanto il giudizio sul corpo femminile ha inciso sulla costruzione dellidentità della protagonista e quanto, secondo lei, incide ancora oggi sulle ragazze?

Il problema è emanciparsi dallo sguardo giudicante del maschio, ma come si fa in una società dove l’immaginario è modellato proprio su quello sguardo? Ora forse, rispetto a quando ero adolescente io, va un po’ meglio, ma mica tanto. Sarebbe un errore clamoroso dire che questo problema non esiste più.

Il canone di bellezza che i media ci propongono è per la maggior parte di noi inarrivabile. Ma il femminile viene ritenuto disturbante non solo per motivi estetici: non è solo il corpo ad essere sbagliato, ma anche lo spirito femminile, che spaventa quando non è passivo ed accogliente, quando sfugge al cliché. Tutti i film che ho fatto affrontano in modo diverso questo tema, esattamente come lo affronta il mio libro. La costruzione dell’identità di una ragazza, e di una donna a tutte le età, è cosa complessa per questo motivo. 

 4.
La fame di accettazione attraversa tutto il libro, ma ogni tentativo di inclusione sembra destinato a fallire.
C’è un momento preciso in cui ladolescente Susanna ha capito che non sarebbe mai stata come gli altri”?

Sì, ed è stato un momento di grande liberazione. Se nella diversità trovi la tua forza, la tua particolarità, e non la tua debolezza, allora ce l’hai fatta. Soprattutto però la vera conquista è accettare che non si può piacere a tutti, e accontentarsi dell’approvazione solo di alcuni.

Come diceva Nico, io non devo per forza piacere a tutti. Lei faceva una musica difficile, sperimentale, spiazzante. Cercava approvazione, sì, ma solo di chi aveva la voglia, e gli strumenti, per comprenderla. Se si cerca l’approvazione di tutti si va per forza incontro al fallimento, o all’omologazione.

 5.
A un certo punto nel libro emerge chiaramente un
idea: lunica via duscita è la ribellione. È una ribellione individuale, culturale, politica? O tutte e tre insieme?

Tutte e tre insieme, assolutamente. La ribellione individuale però passa attraverso strumenti culturali importanti: la musica, la filosofia, la letteratura, il cinema. E lo stesso vale per la ribellione politica: diventa possibile nel momento in cui la musica, il cinema, la letteratura ti raccontano di altri mondi, altre epoche, altre vite possibili.

I ragazzi devono avere questi strumenti per potersi salvare. Sembra scontato a dirlo così, ma non lo è per niente. È importante che la scuola glieli fornisca ma anche che abbiano i luoghi e le modalità giuste per condividerle tra coetanei. E lo stesso vale per gli adulti, perché non bisogna smettere mai di ribellarsi, e di condividere nuove idee, sogni, progetti, spazi. 

6.
Jim Morrison, Pink Floyd, Guns N
Roses non sono semplici riferimenti generazionali, ma vere e proprie bussole”. Crede che larte possa ancora oggi avere questa funzione salvifica, o labbiamo depotenziata?

Certo che ha questa funzione, e certo che ogni epoca a suo modo cerca di depotenziarla, con una produzione fintamente artistica che in realtà è puro intrattenimento e consumo.

L’intrattenimento e il consumo non salvano nessuno anzi, spengono il cervello e alla lunga contribuiscono a farci vedere tutto come insensato, inutile. Alimentano l’infelicità e la depressione… altro che intrattenerci. Ma l’industria culturale, la finta cultura che addormenta le coscienze non è una prerogativa della nostra epoca, è sempre esistita in forme diverse ed è importante avere gli strumenti critici per riconoscerla, e distinguerla dall’arte vera.

7.
Lei è regista e sceneggiatrice: in Paradise City però la parola scritta sembra andare dove l
immagine non può arrivare. C’è qualcosa che solo la letteratura le ha permesso di dire, e che il cinema non le aveva ancora concesso?

Quando ho cominciato questo lavoro il mio primo istinto è stato di scrivere e trascrivere. Non pensavo a un film, se non in un momento molto successivo. Lavoravo su dei documenti scritti in prima persona. La voce in prima persona della ragazza che ero potevo renderla solo con lo scritto.

La descrizione delle fonti, la riflessione sul materiale, per me faceva parte del viaggio e doveva essere scritta, prima di tutto. Ho pensato molto alle lettere della famiglia Marx che ho letto e riletto scrivendo il film su Eleanor: i documenti hanno un potere particolare, nel cinema li devi filtrare, ambientare, devi scegliere. Io qui ho messo tutto, a volte troppo, proprio perché lavoraVo per accumulazione.

 8.
Il libro restituisce l
adolescenza non come fase da superare, ma come luogo che ci resta addosso per sempre. Crede che diventare adulti significhi davvero guarire, o solo imparare a convivere con quella ferita?

Quello che più si fatica a dimenticare è la cattiveria degli altri, il male gratuito che ci viene inflitto a volte anche proprio da quelli che riteniamo amici, l’impossibilità di fidarci, l’esclusione, la guerra di tutti contro tutti. Il mondo adulto anche è una giungla crudele dove vince il più forte, ma tutto è più mascherato.

Perciò ci si ritrova nei racconti di formazione anche da adulti, perciò ci identifichiamo anche da grandi nelle storie dei ragazzi. Comunque la più grande difficoltà dell’adolescenza è che non sai ancora chi sei, o chi vuoi essere. Da adulto più o meno lo sai, ma il processo di formazione della propria identità non si interrompe mai, per tutta la vita. 

 9.
Nel romanzo il potere non è mai esplicito: si manifesta nei silenzi, nelle esclusioni, nei soprannomi.
È questa, secondo lei, la forma di violenza più difficile da riconoscere e quindi da combattere?

L’importante è dare un nome alle cose, come ho già detto: avere gli strumenti anche linguistici per definire abuso, bullismo, violenza di genere… oggi i ragazzi ce li hanno, noi non ce li avevamo per niente. Violenza per noi era solo la violenza fisica. I nostri genitori, i professori, non riconoscevano mai la violenza psicologica. Credo, spero, che le cose siano cambiate.

 10.
Paradise City” sembra anche un atto di riappropriazione: del passato, della voce, della propria storia. Scrivere questo libro ha cambiato il modo in cui guarda a quella ragazza di tredici anni?

Sì, da ragazzina ero terrorizzata che si sapesse che mi prendevano in giro, che qualcuno scoprisse i soprannomi con cui mi chiamavano… ora che lo dico apertamente a tutti, nelle interviste, anche in TV, mi sembra incredibile. Io mi vergognavo della mia storia, ed ora è motivo di orgoglio.

Spero che questo sia utile agli adolescenti che oggi vivono quel disagio, e a chi ha avuto storie simili alla mia. Incredibile che sia la vittima a doversi vergognare, e non il carnefice. È bello invece riconoscersi, avere gente giovane e meno giovane che viene da te e ti dice: è successo anche a me.

 11.
Se potesse far leggere Paradise City alla sua protagonista adolescente,
cosa spererebbe che capisse?

Leggere un libro come il mio non solo mi avrebbe aiutato, ma mi avrebbe salvato. Capire che si poteva vivere quel tipo di disagio e poi riuscire comunque ad uscirne ed essere felici; capire il valore della ribellione in tutte le sue declinazioni; ridere delle mie disavventure… sarebbe stato decisivo.

12.
Il libro si chiude come un invito radicale all
autenticità, anche quando fa male. Crede che oggi siamo davvero pronti a pagarne il prezzo?

Non lo so, ognuno ha la sua storia, le sue difficoltà. La mia è una storia possibile, una delle tante. Non so e non posso parlare a nome degli altri.

   

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