Paolo Di Paolo, ”Concorrere per il Premio Strega è un piacevole stress”

''Attraverso due personaggi antitetici, Piero e Moraldo, ho voluto raccontare due giovinezze contrapposte, quella risolta e quella in difficoltà, incerta''. Così Paolo Di Paolo spiega l'ispirazione che anima il suo romanzo candidato al Premio Strega di quest'anno, ''Mandami tanta vita''. E ammette di identificarsi più con il secondo. Al termine del'articolo, un estratto del libro in anteprima...
L’autore parla di sé e del suo romanzo, “Mandami tanta vita”, selezionato tra i dodici candidati al Premio Strega 2013

MILANO – “Attraverso due personaggi antitetici, Piero e Moraldo, ho voluto raccontare due giovinezze contrapposte, quella risolta e quella in difficoltà, incerta”. Così Paolo Di Paolo spiega l’ispirazione che anima il suo romanzo candidato al Premio Strega di quest’anno, “Mandami tanta vita”. E ammette di identificarsi più con il secondo – forse a causa di quest’epoca che condanna i giovani a sentirsi Moraldo anche quando vorrebbero essere altro. La vicenda ha inizio a Torino, dove Moraldo studia, disegna caricature, e intanto coltiva la sua ammirazione per un coetaneo di nome Piero – dietro i cui panni si cela Piero Gobetti – che a soli ventiquattro anni ha già fondato riviste, una casa editrice, e combatte con lucidità la deriva autoritaria del Paese. Sempre a Torino Moraldo è conquistato da Carlotta, una fotografa di strada disinvolta e imprendibile in partenza per Parigi. Qui si è recato anche Piero, lasciando a Torino il grande amore, Ada, e il loro bambino nato da un mese, e qui inseguendo Carlotta giungerà Moraldo.

Com’è nata l’idea di “Mandami tanta vita”?
Dopo un libro ambientato ai giorni nostri, sentivo l’esigenza di scrivere una storia ambientata invece nel passato. Avevo in mente la figura di Piero Gobetti , che neppure io conoscevo bene – il suo nome dà lustro a piazze e strade, ma in genere non si hanno molte occasioni di approfondirne la conoscenza. Mi è capitato in mano il bellissimo epistolario tra lui e la moglie Ada e ho cominciato a pensare che avrei potuto scrivere un saggio narrativo su questo personaggio, o un romanzo biografico tradizionale. Poi invece mi è venuta l’idea di costruire una vicenda in cui poter raccontare non tanto Piero Gobetti, quanto un generico personaggio di nome Piero, svelandone soltanto in una nota finale l’identità. Volevo trattarlo come un personaggio romanzesco a tutti gli effetti e restituirgli la giovinezza, che poi è il tratto che più lo connota. È morto infatti quando non aveva ancora compiuto i 25 anni – lo si immagina in un sacrario con i grandi padri della patria e invece era, tutto sommato, un ragazzo.

È stato difficile calarsi nei panni di giovani che appartengono a un’altra generazione, a un’altra epoca storica? O crede che le aspirazioni, le fatiche e le illusioni della giovinezza siano le stesse in ogni tempo?

Ci sono sicuramente delle costanti, e questo è per certi aspetti confortante. Può cambiare il contesto storico e politico, ma la giovinezza ha dei caratteri immutati.
È chiaro però che rispetto agli anni Venti il senso della responsabilità, della crescita, del diventare adulti è molto cambiato – allora a vent’anni eri già considerato un uomo, oggi no. È una naturale evoluzione del costume e un dato legato anche all’innalzamento della vita media – nel momento in cui la vita si allunga, si dilata anche lo spazio della giovinezza.
Ma la cosa più affascinante è che in ogni epoca ci sono giovinezze che si risolvono velocemente e trovano subito una strada – ed è il caso di Piero, forse anche con un certo estremismo e con il pericolo di bruciare la propria giovinezza per eccessiva passione – e altre insaccate dentro se stesse, piene e di incertezze e malessere. È un’età in cui si è disposti allo spreco dell’energia – è questo il tratto più bello della giovinezza – ma è anche un’età che può essere molto dolorosa: il tasso di fragilità è al massimo, e questa esposizione “epidermica” al mondo  può produrre una serie di ferite che a volte non si rimarginano nemmeno dopo anni.
Costruire due personaggi antitetici, quello storico, Piero Gobetti, e quello di fantasia, Moraldo, era un modo per raccontare due giovinezze contrapposte, quella risolta e quella in difficoltà, incerta. Anche se, credo, tutti noi in certe giornate della nostra giovinezza siamo stati più Piero, in certe altre più Moraldo.   

E lei si sente più Moraldo o Piero?
Non sento di potermi confrontare con quella figura inarrivabile che è Piero. Ma al di là di questo, credo che i tempi in cui viviamo ci abbiano un po’ condannato a essere Moraldo, per quanto magari volessimo essere altro. Ho vissuto giornate, le vivo ancora, in cui l’orizzonte mi sembra molto asfittico, chiuso, e la coltre di disincanto mi soffoca. Respiro una sorta malumore generazionale, una sorta di senso di sconfitta prima ancora di aver fatto il tentativo decisivo.  

Quest’anno però ha raggiunto un importante traguardo: il suo nome figura tra i dodici candidati al Premio Strega. È un’emozione per lei? Quali sono le sue aspettative?
Da una parte è lusinghiero, a trent’anni non ancora compiuti, essere incluso nella dozzina. Dall’altro è anche psicologicamente stressante, perché espone a una visibilità più alta, e a questo bisogna fare un po’ l’abitudine. Non voglio esagerare però con le lamentele: è comunque un privilegio e un’esperienza bellissima, un’opportunità.
Per il resto, sento anche che si tratta di qualcosa che mi riguarda solo fino a un certo punto: più di tanto non posso fare, è una strada soggetta a una quantità  infinita di variabili che non controllo. Più che protagonista, mi sento molto spettatore.

Perché ama tanto i libri? C’è un episodio particolare della sua vita che è legato allo scoccare di questa passione?
Non saprei individuare  nella mia infanzia o prima adolescenza un momento in cui ho capito che i libri avrebbero fatto parte della mia vita. Ci sono stati quasi da sempre, da subito. Almeno a livello materiale, ho sempre trovato suggestivo l’oggetto in sé: me lo rigiravo tra le mani, rubavo a mio padre le sue agende e immaginavo che fossero libri che avevo scritto, disegnavo delle copertine. Inizialmente la mia grande passione era proprio il disegno, che poi ho abbandonato del tutto: è come se a un certo punto avessi appeso la matita al chiodo a favore di una possibilità di racconto che non passava attraverso le immagini, ma attraverso le parole.
Tutto questo è confluito nella mia abitudine a leggere moltissimo, a leggere di tutto. Mi riconosco molto nella figura, che ancora capita di incontrare oggi sui mezzi pubblici o al parco, di chi si isola dentro i libri, come immerso in un mondo suo, in uno spazio suo. È un’immagine che trovo molto commovente. Oggi la possibilità di fare rumore con la propria esistenza è esponenzialmente più alta rispetto a qualche anno fa, e nel rumore crescente in cui siamo immersi è bello vedere – magari su un autobus quando è già buio – una persona che continua a leggere fino all’ultima fermata, quando deve scendere. È un atto di resistenza, è come scavare uno spazio di silenzio nel rumore. Negli ultimi anni, in cui ci siamo abituati a vedere persone con la musica nelle orecchie, in cui viviamo le nostre giornate accompagnati da una colonna sonora costante, la lettura chiede ancora uno spazio di silenzio, uno spazio di isolamento. Ma non è un isolamento burbero, è l’isolamento di che dice “scusate, ma ho bisogno per un po’ di abitare un altro pezzo di mondo, di esplorarlo fino in fondo, perché una storia mi ha chiamato lì”. Ecco, spesso quella persona sono io, anche perché viaggio molto, sempre appresso ai libri: tutte le pause possibili, sui treni, sugli autobus, sugli aerei, io leggo – e leggo soprattutto sui mezzi pubblici. Per questo non amo molto guidare.

Libreriamo ha lanciato su twitter l’hashtag #vivailibri. Ci può lasciare il suo claim a favore della lettura – “Viva i libri perché…”?
Viva i libri perché una vita non basta!

6 giugno 2013

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