L'intervista

Oliviero Beha, “Gli smartphone indeboliscono la capacità di ragionare”

Ecco l'intervista a Oliviero Beha, autore di "Mio nipote nella giungla", nel quale ipotizza cosa succederebbe ai bambini nati oggi se solo fossero onesti
Oliviero Beha, "Gli smartphone indeboliscono la capacità di ragionare"

MILANO – E’ un mondo complicato, per certi versi indecifrabile, quello che ci sta attorno. Non sappiamo fare progetti, pensare al futuro, o forse ne siamo capaci ma spesso abbiamo paura di ciò che potrebbe succedere per farlo. Ogni certezza è saltata, ogni valore sembra aver perso consistenza. Quale mondo si troveranno a dover affrontare i bambini nati negli anni Dieci del 2000? Con quali strumenti tenteranno di cavarsela? Cosa succederebbe se fossero onesti? Questo non lo sappiamo, però possiamo immaginarlo e questo è proprio ciò che fa il giornalista Oliviero Beha nel libro “Mio nipote nella giungla” (Chiarelettere). L’abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del libro. Ecco cosa ci ha raccontato.

Il mondo sta andando a picco, e non soltanto dal punto di vista economico. Qual è il problema più grande del mondo di oggi?

Io punto il dito sul fondamentalismo del denaro: sembra che viviamo solo per accumulare denaro, per cercare denaro, in una società sempre più diseguale e iniqua da questo punto di vista. Bisogna trovare una via d’uscita da questa “giungla”. Nel libro analizzo il mondo che mio nipote e i ragazzi della sua generazione si troveranno ad dover affrontare. Sarà importante che capiscano la distinzione è tra bene e male, tra onestà e disonestà, ricordando che l’onestà va intesa non soltanto come rispetto della regole, ma bisogna essere onesti anche con se stessi. Viviamo in una società per lo più illegale, che ama travestirsi da legalità. Dobbiamo essere onesti con noi stessi, la giungla di cui parlo nel libro è all’esterno di tutti noi, in Italia e fuori d’Italia, ma anche all’interno di noi. Il problema è che nessuno si guarda allo specchio e si fa un esame di coscienza.

Cosa possiamo fare per cercare di migliorare la situazione?

Innanzitutto dobbiamo descrivere e parlare della situazione e di come stanno veramente le cose, come forma di sorta di lotta all’omertà, all’iprocrisia, cosa che facciamo raramente, sia in pubblico che in privato. Io ho cercato di far diventare il privato pubblico in questo libro. Il mio privato spero possa essere utile per il privato degli altri e il pubblico degli altri, usando l’espediente molto umano, molto comune, ma credo molto significativo, di un nipote e di una generazione che va oltre quella dei propri figli. Non ci sono ricette, nessuno può pensare a soluzioni meravigliose. C’è semplicemente la necessità di fare i conti con se stessi. Migliorando se stessi si migliora la collettività.

Naturalmente i “nipoti” conoscono solo il mondo che hanno di fronte e non com’era il mondo prima che nascessero.

Sì, uno dei motivi di fondo era proprio mostrargli il mondo com’era prima. Senza memoria non c’è identità, se una persona non sa chi sono stati i suoi genitori e com’era il mondo prima della sua nascita, non ha gli elementi per formarsi un’identità. Oggi è difficile capire chi siamo. Cosa significa oggi, per esempio, essere italiani? I francesi per esempio hanno un’idea di cosa significa essere francesi, a torto o a ragione naturalmente, ma gli italiani no, probabilmente siamo uno dei popoli più lacunosi dal punto di vista dell’identità che ci sia oggi sulla faccia della terra. Questa mancanza di memoria e quindi di identità fa sì che non ci sia un’idea del futuro e si viva in un eterno presente, in un presente travestito da attimo, da istante. E questo non permette di fare programmi per il futuro e questa è una cosa atroce naturalmente, per i nostri figli e per i nostri nipoti. Però c’è anche la possibilità che la generazione di mio nipote, che adesso mentre parliamo ha 21 mesi, possa trarre addirittura vantaggio dalla mancanza di memoria. La generazione dei figli ha dovuto fare i conti con la generazione dei padri che hanno devastato questo pianeta e questo paese, anche se i figli hanno considerato i padri dei bancomat. La generazione dei nipoti dovrà fare da sé, ricominciare da capo, il presente di oggi è legato a un passato senza memoria. Chi sarà costretto, anche economicamente, anche a rifarsi un futuro sarà obbligato a fare di necessità virtù, tornerà all’essenziale. Oggi, sbagliando, il mondo vive sul superfluo. Forse bisognerà tornare al necessario, cosa che forse i nipoti riusciranno a fare.

Un’occasione per ripartire da zero, insomma. 

Per certi versi sì. Addirittura la mancanza di memoria, che è stato un buco e lo è tuttora per le generazioni, potrebbe diventare, non dico un vantaggio, ma una spinta, una situazione per ripartire da zero. E’ come se fossero spariti i dinosauri.

Che fine ha fatto la parola in un mondo del genere?

Per il fatto che ormai si parli sempre più attraverso i nuovi ritrovati della scienza e della tecnica, a partire dagli smartphone, il linguaggio è diventato spezzettato: è il linguaggio degli sms, delle chat e delle mail che spesso sono affrettate, smozzicate. Se una persona scrive e parla così perché non dovrebbe pensare così? Se è così, che fine faremo? La situazione è preoccupante.

Il linguaggio ha ricadute diretto sul pensiero e il ragionamento.

Il rischio è che il ragionamento sia debole. Il linguaggio smozzicato rimanda a un pensiero smozzicato capace di rovinare il modo di pensare, il coraggio di pensare. E questo è un segno di arretratezza. Si va indietro invece che avanti, rendendoci conformisti.

Leggere libri potrebbe essere un modo per superare questa frammentarietà del linguaggio? 

Lo è senz’altro. Tra l’altro, da questo punto di vista, dobbiamo considerarci alla stregua dell’alto medioevo, dei suoi secolo bui, quando la cultura era confinata nei conventi anche se i cambiamenti oggi sono molto repentini. E questo è un altro dei problemi più seri di questa umanità. Andiamo troppo veloci, il motore è troppo spinto per la carrozzeria. Non siamo adeguati ai cambiamenti tecnologici. Nel libro parlo di questi temi i modo semplice e diretto, non perché lo legga un nipote a due anni ma un ragazzo a 15, perché rimanga come testimonianza.

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