Per cominciare il 2026 nel segno della qualità, abbiamo selezionato alcuni romanzi tra le ultime uscite della narrativa italiana, che esplorano il nostro passato e il nostro presente, quel piacere del racconto che tanto ci appartiene.
Quali storie ci riserveranno gli autori italiani in questa prima parte dell’anno?
Narrativa Italiana: 5 titoli in uscita
Scopriamo insieme questa selezione…
“Anna non dimentica” di Adriano Giotti
In “Anna non dimentica” Adriano Giotti prende una delle paure più moderne, quella di inciampare in una storia “troppo assurda per essere vera” online, e la porta fuori dallo schermo, dentro un paesaggio reale che sembra già un set: i monti in provincia dell’Aquila, con impianti sciistici in disuso e villaggi turistici abbandonati, luoghi in cui il silenzio non è solo atmosfera ma un alibi.
Tutto comincia con una scomparsa: un adolescente sparisce nel nulla, e l’unico testimone è il bosco. Ma l’ombra che affiora dietro l’indagine ha un nome che, ufficialmente, non dovrebbe esistere: Anna. Anna è una leggenda del terrore che circola sul web, muta forma come fanno le storie virali: una fotografia, un video, un post, un racconto condiviso. La sua “biografia” è semplice e atroce: bambina rapita dieci anni prima, cresciuta nella prigionia, addestrata a non essere creduta. Il rapitore è così sicuro di averle cancellato la memoria e piegato la volontà da lasciarle perfino un computer, convinto che qualunque richiesta d’aiuto, in chat, si dissolverà nel rumore di fondo di Internet. E infatti Anna scrive, implora, parla con tanti adolescenti. E nessuno le crede, perché “Anna non esiste”. Nessuno la salverà.
Poi, all’improvviso, la cronaca si intreccia al mito digitale: scompare il quattordicenne Pietro Marcelli. A occuparsi del caso è l’ispettrice Veronica Sgheis, una donna con una vita ordinaria e concreta (un matrimonio, un figlio coetaneo di Pietro) che rende ancora più disturbante l’irruzione dell’inspiegabile. Veronica capisce presto che le risposte più immediate non bastano. E quando la situazione precipita, è costretta a scegliere: restare dentro le regole e nell’ordine rassicurante dello scetticismo, oppure seguire la pista più impensabile. Perché, in questa storia, le leggende non coprono la verità: la nascondono per proteggerla, o per renderla indicibile. E perché Anna, forse, esiste davvero. E non dimentica.
“Ho servito la regina di Francia” di Edoardo Pisani
“Ho servito la regina di Francia” di Edoardo Pisani è un romanzo che parte da una premessa quasi teatrale e la trasforma in corsa notturna: Giorgio Mavi, giovane uomo “non ancora adulto” per vocazione e per ferita, incrocia la sua vita con la Passiotti, un’anziana professoressa diventata figura di scandalo, additata, ridotta a caricatura pubblica. Da questo incontro nasce un legame che è insieme amore, devozione e complicità: Giorgio sceglie di “servirla” come si serve un’idea, una lingua, un destino che non accetta di farsi archiviare.
La fuga li porta a Parigi, ma non quella da cartolina: una città attraversata tra tombe di grandi scrittori e librerie inglesi misteriose, come se la letteratura fosse un quartiere reale in cui si può ancora bussare a una porta. Attorno a loro si compone un terzetto strano e irresistibile, fatto di italiani in trasferta e di un viaggio che sembra muoversi per eccessi, urgenze, scarti improvvisi. Pisani lo dichiara senza pudore: è un romanzo “esagerato”, e proprio per questo fedele alla materia che tratta, perché l’amore e i libri raramente stanno al loro posto.
Sotto la superficie brillante, però, vibra una storia più cupa: la sconfitta. La voce narrante immagina un futuro in cui, quando morirà “la nostra prima e ultima lettrice”, cioè la madre, ogni libro sembrerà inutile e verrà voglia di smettere di scrivere, seguendo il gesto estremo di Rimbaud: il silenzio, l’altrove. Ma la Passiotti, “regina di Francia” per statura interiore più che per titolo, ribalta il destino: strappata a un ospizio “terrificante”, restituisce a Giorgio (e a chi legge) l’idea che la letteratura non sia consolazione, ma rivolta degli sconfitti, blasone degli esiliati, arte di esistere quando non resta più niente da perdere.
È un romanzo di decoro e inconvenienti, tenerezza e rivoluzione: corre, diverte, commuove. E custodisce, per il suo giovane servitore e per noi, un’ultima sorpresa.
“Luisa” Paola Jacobbi
In “Luisa” Paola Jacobbi mette in scena una biografia che ha il passo del romanzo e l’odore concreto delle cose: legno e ottone, alzatine colme di dolci, zucchero e mandorle. È dentro una confetteria del centro di Perugia, improvvisamente in vendita, che Luisa sente scattare qualcosa di irreversibile: non un capriccio, ma un’intuizione netta, quasi fisica. Poco importa che il marito Annibale sia lontano, che lei sia prossima al parto, che di pasticceria non sappia nulla. Luisa viene da una crescita tra difficoltà e ha imparato presto che l’ostacolo è spesso un nome che diamo alla paura.
Da quella scelta, presa con l’urgenza di chi non vuole più chiedere permesso, nasce una traiettoria che sembra impossibile e invece è storica: dal negozio prenderà forma la Perugina, e dalle sue mani usciranno caramelle e cioccolatini destinati a diventare memoria collettiva. Tra questi, il Bacio, che qui non è solo un prodotto iconico, ma un nodo emotivo: un segreto, un simbolo privato che nella vita di Luisa occupa un posto delicato e centrale.
Il romanzo segue la sua energia instancabile anche oltre il cioccolato: Luisa trasforma un allevamento di conigli nell’Angora Spagnoli, gettando le basi di un’altra impresa, quella dell’abbigliamento che ancora porta il suo nome. E, soprattutto, costruisce un’idea di lavoro che fa rumore: assume donne in fabbrica, sfida pettegolezzi e convenzioni, attraversa il suo tempo come un corpo estraneo e necessario.
Accanto alla storia di Luisa, Jacobbi intreccia un controcampo contemporaneo: Marina Vasconcellos, nipote di un ex dipendente Perugina, che raccoglie quell’eredità come si raccoglie una prova di resistenza. Attingendo agli archivi della famiglia Spagnoli, l’autrice restituisce la complessità di una donna controcorrente non per posa, ma per vocazione: una “regina” industriale senza trono, con il coraggio concreto di chi sa trasformare la vita in progetto.
“L’opera delle streghe” Francesca Thellung de Courtelary
In “L’opera delle streghe” Francesca Thellung de Courtelary costruisce un romanzo storico che ha il ritmo dell’inseguimento e la densità di un’epoca in cui ogni gesto può diventare prova: Parigi, 1536, le piazze accese dai roghi e l’Inquisizione come clima, più che come istituzione. In questo sfondo febbrile crescono Michel e Jeanne, due giovani orfani allevati in un istituto dove l’obbedienza è un travestimento: dietro la disciplina si annida un abuso che riguarda il potere e i corpi, e che i due imparano a riconoscere prima ancora di poterlo nominare.
A salvarli è il legame che li tiene insieme. Fuggono dalla città per inseguire una doppia idea di libertà: conoscenza e vocazione. Michel sceglie la medicina e diventa allievo di Andrea Vesalio, lo scienziato che osa sfidare i dogmi entrando nel territorio proibito della dissezione, dove la verità non è un’opinione ma una ferita aperta. Jeanne, invece, porta con sé una forma di coraggio più silenziosa e altrettanto rischiosa: è una disegnatrice segreta, e nell’arte trova una luce ambigua, capace di nominare ciò che la morale pubblica vuole tenere al buio.
Quando la storia si sposta verso Venezia, l’ombra dell’Inquisizione si fa più vicina e personale. Entra in scena padre Bartolomeo Spina, divorato dall’idea del male e ossessionato da una strega che, a suo dire, lo avrebbe maledetto: una paranoia che diventa missione, e poi caccia. Spina scatena contro i due giovani un inseguimento senza tregua, con un obiettivo preciso: arrivare a Vesalio, colpire il cuore del sapere che mina l’ordine.
Tra intrighi, colpi di scena e tradimenti, la fuga di Michel e Jeanne si trasforma in un viaggio vertiginoso dentro il ventre dell’Europa, sospesa tra splendori e miserie, dove ogni scoperta può diventare eresia e la ragione resta l’unico atto di resistenza possibile.
“Tanto domani muori” Antinisca Pozzi
In “Tanto domani muori” Antinisca Pozzi apre la storia con una scritta da periferia, un graffito che sembra un presagio e invece è un clima: “Casa auto lavoro / tanto domani muori”. È lì, vicino alla ferrovia, nella Milano nord di palazzi in klinker marrone, che vive Anna. Ha sei anni e dentro la testa le gira un rumore ostinato, “un cubo che rotola nel buio”, mentre nella stanza accanto il padre russa e la madre resta sveglia a vegliare i propri fantasmi. La casa è un osservatorio implacabile: Anna guarda i genitori consumarsi, capisce prima con il corpo che con le parole cosa significa crescere in un mondo in cui la fatica è la regola e la felicità, quando arriva, ha la forma di una tregua.
Il padre è Nino, operaio che sognava di fare il calciatore e che ora cerca la gioia nelle cose semplici, come si cerca un appiglio. La madre è Adriana, nata in Toscana vicino al mare, ma inchiodata a una malinconia senza nome e a una paura costante della disgrazia: una minaccia che sembra attraversare la famiglia da sempre, annunciata dall’infanzia con la figura della Canuta, spettro domestico che popola racconti e incubi, come se il destino avesse bisogno di una maschera per farsi credere.
Intorno a loro Anna cresce: bambina introversa e accondiscendente, poi adolescente piena di domande, in lotta per trovare una voce che non sia solo l’eco del luogo da cui proviene. Mentre gli anni Settanta cambiano il Paese, le crepe del mondo si allargano anche nella sua vita privata: appartenenza e vergogna, desiderio di futuro e senso di colpa, sacrificio e riscatto si intrecciano fino a quando la tragedia che Adriana ha sempre temuto smette di essere un’idea e diventa realtà.
Pozzi costruisce così un romanzo di formazione che è anche ricostruzione di un mondo familiare e di un’epoca, capace di trasformare il dolore in materia narrativa: intima e, senza forzature, politica. E si sente che la sua voce viene dalla poesia: asciutta quando serve, luminosa quando trova il coraggio di guardare.
