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Speciale Paolo Borsellino

Mimmo Rafele e il suo ”Ultimo Requiem’, ‘Persone come Paolo Borsellino non sono eroi, ma santi”

Era il 2 agoto 1980 quando, alle 10.25, nella sala d'aspetto della stazione di Bologna scoppiò una bomba che uccise 85 persone e ne ferì e mutilò oltre 200. Inizia con il drammatico racconto di questo attentato terroristico il libro 'Ultimo Requiem'...

Ultimo Requiem è un libro scritto a quattro mani da Mimmo Rafele e il figlio Nicola. E’ un trascinante romanzo sulla sanguinaria passione del potere e sugli ultimi decenni della nostra storia. E’ la risposta che un padre e un figlio hanno voluto dare al loro bisogno di verità su uno dei più atroci misteri italiani. In occasione dell’anniversario della scompara del magistrato italiano Giovanni Falcone, l’autore ci parla del suo libro e dell’importanza di continuare a tenere viva la memoria sulla nostra storia

MILANO – Era il 2 agoto 1980 quando, alle 10.25, nella sala d’aspetto della stazione di Bologna scoppiò una bomba che uccise 85 persone e ne ferì e mutilò oltre 200. Inizia con il drammatico racconto di questo attentato terroristico il libro ‘Ultimo Requiem’, scritto a quattro mani da Mimmo Rafele e il figlio Nicola. Un libro che è un perfetto mix tra romanzo storico e fiction: tanti i personaggi che hanno scritto la storia del nostro Paese, da Andreotti a Riina, che si intrecciano a personaggi fittizzi. L’obiettivo? Quello di rendere sempre più vivo il ricordo della nostra storia. Nella giornata i cui si ricorda un altro grave attentato terroristico, la strage di Via D’Amelio, abbiamo incontrato l’autore Mimmo Rafele che ci ha spiegato perché secondo lui è ancora importantissimo ricordare la figura di Paolo Borsellino e perché è fondamentale parlare della mafia.

“Ultimo Requiem” parla di tante stragi italiane che purtroppo hanno fanno la storia del nostro Paese. Tra queste, anche gli attentati mafiosi a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quanto è importante ricordare la figura del magistrato?

La figura di Giovanni Falcone è una pietra miliare della storia italiana e soprattutto della lotta contro la mafia. Ogni anno bisognerebbe aumentare la quantità di manifestazioni dedicate a Giovanni Falcone. Purtroppo, il nostro è una Paese che ha la memoria troppo corta. Io e mio figlio abbiamo scritto “Ultimo Requiem” proprio su questa spinta, perché ci siamo resi conto che c’è bisogno di ricordare e soprattutto di dare una spiegazione e di dire la verità.

Per esempio?

“Ultimo Requiem” inizia con il racconto della strage alla stazione di Bologna. All’epoca io avevo circa 30 anni, l’età che ha adesso mio figlio. Da un lato, ancora oggi non si sa chi ha messo quella bomba in stazione, e dall’altro, più passano gli anni e più il ricordo di quel momento va sempre via via affievolendosi. La gente, secondo me, si è un po’ stufata di sentirsi dire che tanto non si saprà mai chi sono i mandanti di quell’orribile attentato.  Soprattutto per le nuove generazioni, è un grave problema, perché senza un adeguato ricordo vivrà per sempre questi fatti come una parte di storia che non li riguarda.

Qual è, quindi, il problema dell’Italia?

Il problema è che gli italiani non hanno un’identità nazionale forte. Non ci sono eroi condivisi ed è un peccato perché Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dovrebbero essere considerati degli eroi. In un certo senso lo sono, ma in una maniera un po’ troppo sbiadita. Noi siamo un gradino sotto, secondo me, rispetto ad altri Paesi che, personaggio come i Falcone e Borsellini, li hanno ben scolpiti nella memoria e coscienza collettiva.

Il tema della mafia però, ultimamente, è sempre più trattato dalla televisione attraverso fiction che hanno avuto anche un grande successo. Il vostro libro “Ultimo Requiem” è un perfetto mix tra fiction e romanzo storico. Quanto sono importanti questi mezzi, televisivi e culturali, per la diffusione e il ricordo del tema della mafia?

Ultimo Requiem è un romanzo storico: attraverso le armi della letteratura abbiamo cercato di raccontare una parte della storia ancora oscura. Ma, a differenza di “Romanzo Criminale” di Giancarlo De Cataldo, mio carissimo amico e libro che adoro, nel nostro non ci sono nomi fittizzi: i nomi sono quelli veri, i fatti sono quelli veri. Nel nostro romanzo ci sono personaggi come Totò Riina, Giulio Andreotti che agiscono insieme a personaggi che sono invece di fantasia.

Non c’è il rischio che i media trasformino la mafia in qualcosa di troppo ‘spettacolarizzato’?

Prendo ad esempio le parole di Roberto Scarpinato, un altro grande magistrato italiano, che è quello che ha condotto il processo contro Giulio Andreotti. Lui dice: “Attenzione, perché la televisione racconta la mafia in maniera sbagliata”, riferendosi ad una fiction in particolare che dipingeva Totò Riina come il Capo della mafia. E non era esattamente così. Sono il braccio armato della mafia, i capi sono quelli che stanno in uffici insospettabili: i così detti colletti bianchi. La mafia non è la lupara che spara, ma è l’intreccio tra gli interessi affaristici, politici, economici e finanziari che ad un certo punto si serve di quelle lupare per far si che le cose vadano secondo i piani.

Quindi la televisione non basta, bisogna fare di più?

Certo! Molto di più. Giovanni Falcone  e Paolo Borsellino dovrebbero essere figura trattate più ampiamente: oltra alla televisione anche nelle scuole, e non solo durante il giorno della ricorrenza della loro scomparsa. Devono essere vissuti come eroi del nostro Paese, anzi dirò di più: come santi! Di lavoro faccio lo sceneggiatore, e quando ho prodotto la fiction su Paolo Borsellino mi sono documentato molto e ho capito che Borsellino era una persona che si poteva tranquillamente definire un santo laico: lui era perfettamente consapevole che sarebbe stato ucciso, sapeva benissimo il giorno in cui era arrivato l’esplosivo che l’avrebbe fatto saltare in aria. Sapendo di non poter far nulla per impedire tutto questo perché era solo a combattere questo mostro, tra le ultime cose che fece nell’ultimo periodo della sua vita, fu quella di trattare molto male suo figlio, che amava disperatamente, solo per far sì che suo figlio poi sentisse meno la sua mancanza. Per me uno che fa una cosa del genere è un Santo.

19 luglio 2014
 
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