Michele Ainis, ”Pubblicando il mio romanzo ho realizzato un sogno della giovinezza”

Scrivere un romanzo era un'idea che Michele Ainis covava da molto tempo, radicata in antiche aspirazioni giovanili che hanno preceduto la carriera giuridica. A raccontarcelo è l'autore stesso, ospite questa sera a Capalbio Libri, alle 19 in piazza Magenta, per parlare di ''Doppio riflesso'', il suo romanzo d'esordio...
L’illustre costituzionalista italiano sarà ospite questa sera a Capalbio Libri per parlare del suo romanzo d’esordio “Doppio riflesso”. Per l’occasione, abbiamo avuto il piacere di rivolgergli qualche domanda
MILANO – Scrivere un romanzo era un’idea che Michele Ainis covava da molto tempo, radicata in antiche aspirazioni giovanili che hanno preceduto la carriera giuridica. A raccontarcelo è l’autore stesso, ospite questa sera a Capalbio Libri, alle 19 in piazza Magenta, per parlare di “Doppio riflesso”, il suo romanzo d’esordio. Costituzionalista, autore di saggi di diritto e giornalista, Ainis si cimenta qui con un’opera narrativa complessa, un “metaromanzo” che è anche una riflessione sulla natura della letteratura. Il protagonista, perseguitato da un’amnesia che cancella le tracce del suo passato, cerca di riordinare la sua vita tenendo un diario, ma il rapporto tra realtà e scrittura si rovescia: quello che lui mette nero su bianca sulla pagina, inspiegabilmente, accade. In questa lotta per la ricerca della propria identità, si intrecciano gli incontri con vari personaggi – tra cui quello con Arturo, alter ego del protagonista che tutti scambiano per lui – e il mistero che avvolge un testo leggendario, il famoso Necronomicon citato da Lovecraft, che tutti smaniano di possedere.  
Insieme ad Ainis saranno sul palco questa sera Luigi Contu, direttore dell’Ansa, e Marcello Mancini, vicedirettore de La Nazione.
Perché arrivato a questo punto della sua vita ha deciso di scrivere un romanzo? A quali esigenze profonde risponde un’opera di narrazione?
L’idea di questo romanzo in realtà precede tutti i “guai” che ho combinato dopo in vita mia. 
Io mi laureai in giurisprudenza molto tempo fa – ai tempi della “seconda guerra punica” – ma in verità volevo fare tutt’altro, volevo studiare lettere. Il caso poi nell’esistenza ha una componente determinante: quello che possiamo fare, credo, è salire su un treno che passa, ma non possiamo decidere quali corse si fermeranno alla nostra stazione. A me a un certo punto passò davanti questo treno e spinto dalla famiglia intrapresi la facoltà di giurisprudenza. Per la tesi scelsi la materia meno giuridica, o comunque la materia più impastata con la storia e la società, il Diritto Costituzionale. Conobbi così un vecchio gentiluomo siciliano, Temistocle Martines [costituzionalista italiano – N.d.R.], che mi invitò a fare carriera universitaria. 
Avevo già scritto delle novelle da ragazzo, vincendo qualche premio letterario, e avevo in mente da tempo l’idea di un metaromanzo, di un romanzo sui romanzi. Quest’idea mi ha accompagnato per tanti anni, finché l’ultima riscrittura non è stata pubblicata da BUR.
Questo romanzo mette in scena un ribaltamento tra scrittura e vita. È questa la sua concezione dell’arte?
Sì, io penso che non l’arte sia un’imitazione della vita, ma piuttosto che la vita sia un’imitazione dell’arte. Penso anche che l’arte, tutta l’arte, sia un veicolo di espressione del pensiero privilegiato, perché usa un linguaggio indiretto, metaforico, allusivo, che risulta tuttavia più immediato. Si impara di più sul mondo e sulle tantissime concezioni del mondo esistenti attraverso la folgorazione che può dare un’opera d’arte riuscita che attraverso un saggio. 
Per questo, anche quando uso il linguaggio del saggista o dell’opinionista cerco sempre di viaggiare per metafore, e mi pare che questo sforzo sia apprezzato dai lettori. Probabilmente è proprio questo mio registro espressivo che, nel corso della mia esperienza nel campo del giornalismo, mi ha portato sulle prime pagine del Corriere della Sera. 
 
Quali sono le “regole” per catturare il pubblico con la propria scrittura?
Ci sono vari obiettivi da perseguire, innanzi tutto la chiarezza. Spesso si tenda a parlare in maniera difficile per far credere all’interlocutore che si abbiano pensieri profondi e complessi da esprimere. La verità è piuttosto che non si ha nulla da dire, e si cerca di nascondere questo nulla dietro una nuvola di parole barocche. 
Dopo la chiarezza c’è un livello molto più difficile da attingere: l’eleganza, la musicalità della frase. Quando la si raggiunge si mette in campo quel potere di fascinazione del linguaggio che cattura e ipnotizza il lettore. Per riuscirci naturalmente bisogna avere talento, ma anche pazienza. La prima frase che viene in mente è spesso banale, ritrita, ovvia, occorre lavorarci su. 
Quando capita di leggere una pagina di un grande scrittore, di Calvino o di Hemingway per esempio, ci si rende conto che è perfetta, che non si può spostare nemmeno una parola. E allora ce la si beve come un bicchiere d’acqua. Questo perché l’autore si sobbarca l’intera fatica del lavoro e non costringe il lettore a doversi sforzare per capire quel che gli si vuole comunicare. Questa regola dovrebbe valere tanto nei libri quanto nei giornali, anzi ancor più nei giornali, che hanno un pubblico più indifferenziato e quindi devono essere ancor più “generalmente accessibili”.
Mentre tanto i suoi colleghi scrittori quanto i suoi colleghi giornalisti, come accennava prima, peccano a volte di scarsa chiarezza, e così facendo forse allontanano le persone dalla cultura…
Sì, naturalmente con le dovute eccezioni. 
C’è una grande differenza a riguardo tra noi e il mondo anglosassone. Einstein non si è vergognato di scrivere una versione divulgativa della teoria della relatività. La cultura accademica italiana, rifiuta la divulgazione, se si fa attività pubblicistica attraverso i giornali i colleghi arricciano il naso. E invece bisogna sempre fare lo sforzo di raggiungere il proprio interlocutore, bisogna avere l’umiltà di farsi capire. Se gli italiani non sono vicini alla cultura c’è una responsabilità della cultura stessa.
Cosa pensa di manifestazioni come Capalbio Libri? Possono essere utili per avvicinare il pubblico a libri e letture?
Da qualche anno ha preso piede la moda dei festival letterari: ce ne sono moltissimi. Credo che siano una buona cosa, a condizione però che non diventino una sorta di album delle figurine. Queste manifestazioni hanno valore se danno valore ai libri, non se puntano solo a catturare personaggi. Molte volte invece un ospite viene invitato, più che per i suoi libri, perché è un volto televisivo noto, o perché è una firma nota del giornalismo. 
13 agosto 2013
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