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Maturità, l’ossessione di voler sembrare contemporanei

Bei temi, viene subito da dire, guardando le proposte per gli esami di maturità. E argomenti interessanti, dalle interdipendenze tra il viaggio, la frontiera e la costruzione dell’identità alla violenza nella storia...

Bei temi, viene subito da dire, guardando le proposte per gli esami di maturità. E argomenti interessanti, dalle interdipendenze tra il viaggio, la frontiera e la costruzione dell’identità alla violenza nella storia, dalla ricerca scientifica al senso della vita come cooperazione e creatività, dal rapporto tra individuo e massa alle questioni economiche legate alle relazioni tra Stato e mercato in democrazia e al dinamismo dei Brics. Quanto mai d’attualità i testi di riferimento, Magris e Krugman, Pasolini e Boncinelli, Canetti e Montale. Soddisfazione, dunque? Ma certo. Perché siamo di fronte a un esame che “chiede di alzare la testa dai libri e tenere gli occhi aperti sul mondo di oggi”, come titola un grande quotidiano.

Ma ecco che proprio quel titolo costringe chi legge a porsi subito delle domande. Critiche. Per capire un mondo in continua e rapida trasformazione, non sarebbe forse meglio proprio “tenere la testa sui libri”? E “gli occhi” abituati alla rete e ai social networks sono più “aperti” di quelli di chi conserva una consuetudine con Kant?

Senza cadere nella tendenza diffusa a parlar male ancora una volta delle tracce dei temi di maturità (sport diffusissimo nell’IIalia criticona) e ancor apprezzando sinceramente il tentativo di mettere i ragazzi di fronte a un ragionamento sull’attualità e l’alta qualità dei testi proposti, viene in mente un dubbio, che un sagace intellettuale come Giovanni Belardelli sintetizza così: “Il culto del moderno e il rischio di non insegnare a capire il passato”.

 

Aggiungerei: il rischio di non saper usare il passato come “cassetta degli attrezzi” per capire la contemporaneità.
La questione si sposta dunque sull’attualità dei classici. E sulla possibilità che leggere Platone e Sofocle, Seneca e Tacito, Dante e Machiavelli siano essenziali per avere chiavi di comprensione del senso drammatico o denso di speranze nella relazione tra uomo e potere. O che Leopardi sia un autore fantastico per avere stimoli utili a ragionare sulla “questione morale” che investe in pieno l’Italia di oggi.

 

Ecco, per fare un solo esempio: un tema sull’Antigone e sul rapporto tra giustizia e diritto formale, sul contrasto tra “pietas” familiare e norma, non sarebbe stato attualissimo, in un paese travagliato da un dibattito sulla giustizia spesso strumentale e scadente? E una nuova generazione che si prepara a guidare il paese, immerso in un mondo sempre più difficile e complesso da capire e abitare, può limitarsi a quel gli sta intorno, adesso, nello spazio e nel tempo? Maturità, non ha forse qualcosa a che vedere con conoscenza e prodondità? Il futuro, non ha forse bisogno di una grande, robusta e fertile memoria? E i Magris, i Bodei e i Rajan portati giustamente a testimoni del tempo e del “tema”, non sono tali proprio perché hanno uno straordinario rapporto con la grande letteratura dei “classici”? Bel tema, appunto…

Antonio Calabrò

21 giugno 2013

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