Margherita Oggero, ”Il mio ultimo libro, un giallo che parla anche dell’amicizia tra donne”

Dopo diversi anni dall'uscita di ''Qualcosa da tenere per sé'', Margherita Oggero desiderava tornare al personaggio di Camilla Baudino, la prof tanto amata dai lettori – e telespettatori – che ha ispirato la serie tv ''Provaci ancora, prof!'' con veronica Pivetti. Ha visto così la luce ''Un colpo all’altezza del cuore''...
L’autrice ci presenta “Un colpo all’altezza del cuore”, l’ultimo della serie incentrata sulla prof Camilla Baudino
 

MILANO – Dopo diversi anni dall’uscita di “Qualcosa da tenere per sé”, Margherita Oggero desiderava tornare al personaggio di Camilla Baudino, la prof tanto amata dai lettori – e telespettatori – che ha ispirato la serie tv “Provaci ancora, prof!” con veronica Pivetti. Ha visto così la luce “Un colpo all’altezza del cuore”, l’ultimo della serie di gialli dell’autrice, che affianca qui alla prof un nuovo personaggio.

Com’è nato questo libro?
“Un colpo all’altezza del cuore” è nato da varie cause. Da un lato era richiesto sia dal pubblico sia dalla casa editrice, dall’altro io stessa, dopo diversi anni dall’uscita del giallo che lo precedeva, desideravo tornare sul personaggio della prof Camilla Baudino. Temevo però di risultare ripetitiva, anche perché mi ero legata le mani da sola. Quando il protagonista è un poliziotto, un detective o comunque un addetto all’investigazione,  la presenza di questo personaggio giustifica la scelta di scrivere una serie di gialli su una serie di indagini diverse. Ma nel mio caso la protagonista è un’insegnante: correvo il rischio di essere poco credibile. Oltre a cambiare un po’ il panorama interno, ho deciso allora di affiancare alla prof una seconda protagonista, o deuteragonista. Una volta avuta quest’idea mi sono rassicurata e ho deciso di scrivere il libro.

Perché secondo lei il personaggio della prof Camilla Baudino piace tanto al pubblico? Quali sono gli ingredienti che secondo lei fanno il successo delle sue storie?
Io penso che l’appeal di questo personaggio derivi dalla sua normalità: non è bellissima, elegantissima, giovanissima. È una donna che possiamo incontrare per strada o sul lavoro, non sotto le luci della ribalta. In più ha una situazione sentimentale un po’ sospesa. Ha un marito cui è molto affezionata, con cui c’è della complicità di vita, di interessi, di visioni.  Ma c’è ancora in lei l’aspirazione a qualcos’altro, il desiderio di un altro legame. E io credo che una certa incertezza sentimentale eserciti sempre una dose di fascino su chi legge. Se un personaggio è perfettamente  sistemato nel campo dei sentimenti c’è poco da raccontare.

Uno dei temi importanti di questo libro è la profonda amicizia tra la prof e la giovane dottoressa Francesca Gariglio, un’amicizia di quelle che solo tra due donne può esistere, che le sostiene e le conforta. Può dirci qualcosa a riguardo? Com’è nata l’idea di questo legame tra due donne che pure hanno età diverse?
È un’idea che è nata dall’osservazione della realtà. Fino a un certo punto della mia vita, non ricordo di aver mai visto due donne o un gruppo di donne da sole al ristorante: ci andavano solo con la famiglia. Oggi però le cose sono cambiate. L’immagine di un gruppo di donne riunite per una cena insieme al ristorante, che condividono questo momento di convivialità, è uno dei segni della nuova cura con cui coltivano l’amicizia tra loro. In passato l’amicizia tra donne era viziata, sia causa delle restrizioni sociali che subivano, sia a causa di una rivalità che c’era tra loro nella ricerca del “maschio alfa”. Oggi non c’è più questo antagonismo: se c’è della rivalità è piuttosto nel campo del lavoro.
Mi piaceva l’idea di raccontare questo nuovo aspetto della realtà femminile, e in particolare di esplorare il legame intrecciato tra donne di età molto diverse. Più che l’amicizia, volevo ritrarre proprio i diversi rapporti che si possono intessere tra donne anche di diverse generazioni.   C’è l’amicizia tra Camilla e Francesca, che hanno circa quindici anni di differenza, ma c’è anche il rapporto – se non proprio di amicizia, quanto meno di disponibilità – che Francesca ha con la vecchia Cambursano, ricoverata in ospedale. Qui si vede una sorta di capovolgimento dei ruoli: una donna più giovane, che potrebbe essere la figlia o addirittura la nipote dell’anziana signora, diventa invece per lei quasi una figura materna.

Come mai ha deciso di scrivere romanzi gialli?

Ho deciso di scrivere romanzi gialli perché mi sono sempre piaciuti. Li ho sempre letti volentieri anche quando erano considerati una “lettura da treno”. In Italia poi, ma ancora prima altrove, sono nati e diventati noti scrittori di gialli di altissima qualità, per cui si è corretta l’opinione negativa che si aveva di questo genere letterario. C’è però un’altra ragione per cui ho deciso di scrivere gialli. Io ho esordito come autrice di narrativa in età avanzata, e uno dei rischi per gli esordienti, tanto più se avanti con gli anni, è quello di indulgere un po’ all’autobiografia  non dichiarata. Ho scelto allora il giallo perché è un genere con dei binari abbastanza rigidi, che impediscono di cadere nel racconto dei propri fatti personali.

3 aprile 2013

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