L'intervista

Marco Missiroli, “Se 13 anni fa avessi detto ‘scrivo un libro’ mi avrebbero dato del matto”

Pubblicato per la prima volta nel 2005 da Fanucci, "Senza coda" (il primo romanzo del talentuoso Marco Missiroli) è tornato finalmente in libreria
Marco Missiroli, "Se 13 anni fa avessi detto 'scrivo un libro' mi avrebbero dato del matto"

MILANO – Pubblicato per la prima volta da Fanucci nel 2005, “Senza coda” (il primo romanzo del talentuoso Marco Missiroli) è tornato in libreria per Feltrinelli, lo stesso editore che ha pubblicato “Atti osceni in luogo privato“, uno dei romanzi italiani più amati degli ultimi due anni. “Senza coda” è un libro “teso e tenero”, a detta dell’autore, che racconta il doloroso passaggio dall’infanzia all’età adulta compiuto da Pietro, la cui vita è giustamente fatta – perlomeno all’inizio – di caccia alle lucertole e avventure con l’amico Luigi. Ma l’innocenza, racconta Missiroli, non è destinata a durare. Abbiamo intervistato l’autore nato a Rimini nel 1981. Ecco cosa ci ha raccontato.

I libri sono sempre gli stessi, siamo noi a cambiare. Cosa provi prendendo in mano oggi “Senza coda”, a dodici anni dalla prima pubblicazione?

Prima di tutto gratitudine verso Feltrinelli che l’ha ripubblicato. Non è una cosa scontata, soprattutto nell’editoria di adesso. E la gratitudine per Feltrinelli – anche se può sembrare strano – si riverbera nella gratitudine per Fanucci, che lo pubblicò per primo. Uno scrittore deve sempre tutto a chi lo ha scoperto, perché non è detto che lo avrebbe scoperto qualcun altro. È il primo editore che dà il via al piano inclinato ed è il primo editore che bisogna sempre ringraziare. La gratitudine per Fanucci e quella per Feltrinelli sono legate. E poi sì, si cambia, si vede com’era la scrittura. Però rileggendo “Senza coda” non me ne vergogno, perché la sua struttura è solida. Sono molto contento di questo romanzo e penso che lo riscriverei alla stessa maniera. Al tempo ho avuto una squadra molto affiatata e favolosa, formata da Luca Briasco e dalla mia editor Chiara Belliti, che mi ha aiutato a fare un libro di cui non mi sarei mai pentito. E secondo me sono pochi gli scrittori che non si sono pentiti della loro opera prima.

Nella postfazione scrivi che la storia è una busta chiusa. È a questo che serve la letteratura? Ad aprire le buste svelandone il contenuto?

Solamente un certo tipo di letteratura costruita sulle tensioni e sui misteri. Col tempo forse sono maturato in questo: nel non usare più escamotage narrativi o espedienti giocati sul mistero. Oggi espedienti del genere li uso ma in maniera diversa, giocando sulla psicologia, sulla persona, sulle relazioni. Ma in “Senza coda” un escamotage mi serviva e chi leggerà il libro avrà modo di scoprirlo. Sono molto contento di quello che in gergo tecnico si chiama il “twist” della storia (quelle idee che risolvono il romanzo, ndr).

Pietro conosce la violenza troppo presto. In più i ragazzini sono ancora più impreparati degli adulti a fronteggiare il male. Però Pietro ci riesce. In che modo?

Pietro è un ragazzino che sta per passare nella fase della consapevolezza vera. È in un punto particolare della sua vita nel quale ha bisogno semplicemente di una molla per oltrepassare il confine. Ce la fa perché, in qualche modo, ha già assorbito il male adulto. Gli basta semplicemente una scintilla ed è proprio di questa scintilla che racconto nel libro. Al centro della storia c’è il suo passaggio dalla sottile linea scura al mondo adulto.

Pietro impara anche a fare i conti con la privazione, con ciò che non ha, come preannuncia il titolo, “Senza coda”. È un romanzo che ha molto a che fare con la privazione.

Sì, “senza coda” ovvero senza la parte del padre, senza la parte dell’infanzia, perché Pietro è per certi versi simile a quelle lucertole alle quale per gioco taglia la coda. Scopre queste sue mancanze attraverso il gioco dei bambini, un gioco che per lui diventa presto crudele.

Sempre nella postfazione dici di aver scritto questo tuo primo romanzo quasi come se fosse un segreto. Ricordi perché?

Sì, perché non ci credeva nessuno. Io non avevo mai scritto, leggevo pochissimo. Se avessi detto “scrivo un libro” mi avrebbero dato del matto. Per cui mi sono detto che questo segreto, per portare a qualcosa, doveva essere protetto fino alla fine. Così non lo dissi a nessuno finché non lo terminai.

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