Marco Lazzarotto, ”Anche all’interno del mondo editoriale vige la cultura dell’apparire”

''Nel mio romanzo prendo anche un po' in giro il mondo editoriale, che spesso rischia di rafforzare proprio quei valori contro cui si pone'', così Marco Lazzarotto commenta il contenuto del suo romanzo, ''Il ministero della bellezza''...

All’interno de “Il ministero della bellezza”, l’autore mette in scena una realtà distorta, ma pericolosamente possibile

 

MILANO – “Nel mio romanzo prendo anche un po’ in giro il mondo editoriale, che spesso rischia di rafforzare proprio quei valori contro cui si pone”, così Marco Lazzarotto commenta il contenuto del suo romanzo, “Il ministero della bellezza”. Il libro, che ha per protagonista un giovane scrittore non proprio avvenente, racconta una storia ambientata in un mondo dove l’aspetto estetico governa il funzionamento della società e diventa l’unico metro di valutazione della realtà. L’autore ci presenta il libro e riflette sul significato della cultura dell’apparire.

Da cosa nasce l’idea del suo libro?
È un’idea che ho avuto molti anni fa, credo sia nata dopo una scottatura a un esame all’università; una studentessa carina prima di me prese trenta dopo una performance tutt’altro che esaltante, e io, meno carino, meno elegante, meno distinto, venni subito preso di mira e mi beccai un venticinque. Ed ero preparato! Poi sapete, da cosa nasce cosa, e sono arrivato a immaginare uno Stato in cui ogni gerarchia è stabilita in base alla bellezza, dalla coda al supermercato fino alle più alte cariche del governo.
 
Il ministero della bellezza del suo romanzo è un’istituzione assolutamente provocatoria, ma al tempo stesso instilla nel lettore l’agghiacciante dubbio che possa affermarsi realmente tale eventualità, o qualcosa di molto simile. Cosa ha voluto rappresentare con il ministero e le sue iniziative?
Volevo mettere un personaggio, con un progetto di vita ben definito, di fronte a un evento inaspettato ‒ l’istituzione di un ministero della Bellezza, per l’appunto ‒ che genera una nuova realtà, con nuovi problemi che prima neanche si potevano immaginare; e porta a riconsiderare le proprie ambizioni e i propri valori. Nel romanzo ho evitato i riferimenti diretti alla situazione italiana, ma pensate alla «nuova realtà» creata dal governo Monti: lo spread, per esempio, che è diventato, di punto in bianco ‒ o almeno così l’ho percepito io ‒, un problema centrale per il nostro Paese.
 
Crede davvero che la nostra società stia tristemente avviandosi verso questa involuzione? Dove devono esserne ricercate, secondo lei, le cause principali?
La differenza tra il nostro mondo e quello del romanzo è che alcuni comportamenti, assai diffusi, sono stati istituzionalizzati. Il problema è che si tende sempre più a confondere il «bello» con l’«appariscente», e che quindi qualcosa che si nota, che si impone con forza alla nostra attenzione, magari grossolano o volgare, viene scambiato per «bello».
 
Come si potrebbe intervenire, quali sono secondo lei le priorità che dovrebbero essere riaffermate? Ritiene che i libri e la lettura possano costituire strumenti validi per contrastare la politica dell’immagine imperante?

Certo, i libri sono una risorsa importante, però se capitano nelle mani sbagliate… Ecco, ora, non vorrei rovinarvi il finale del mio romanzo, ma è lì che va a parare. Prendo un po’ in giro il mondo editoriale ‒ che, tra l’altro, è quello in cui lavoro ‒, perché spesso rischia di rafforzare quei valori contro cui si pone ‒ pensate alle copertine sempre più grossolane, o a quelle con soggetti femminili che fissano il potenziale lettore…  

 

1 marzo 2013   

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