Marco Cubeddu, ”Contenere moltitudini è il paradiso e l’inferno dello scrittore”

''Non credo che esistano scrittori felici''. È un'affermazione forte quella di Marco Cubeddu, autore di ''Con una bomba a mano sul cuore'', suo romanzo d'esordio. Ma del resto, come lui stesso afferma, uno scrittore si guadagna il pane coltivando le sue ossessioni, facendone materia del suo racconto...
L’autore ci racconta di sé e del suo romanzo d’esordio, “Con una bomba a mano sul cuore”
 
MILANO – “Non credo che esistano scrittori felici”. È un’affermazione forte quella di Marco Cubeddu, autore di “Con una bomba a mano sul cuore”, suo romanzo d’esordio. Ma del resto, come lui stesso afferma, uno scrittore si guadagna il pane coltivando le sue ossessioni, facendone materia del suo racconto. Come fa anche il suo personaggio, Alessandro Spera – nella finzione il più famoso scrittore italiano – in cui Cubeddu ammette di aver riversato una parte di sé. Spera è scomparso da dieci anni. Nessuno ha sue notizie dal giorno in cui ha fatto irruzione al matrimonio del suo grande amore Mallory InWonderland con il surfista australiano Toby Paramore, trucidando brutalmente gli sposi e tutti gli invitati. Ma il suo decennale silenzio è rotto da un pacco che arriva nelle mani del celebre avvocato V.V. Contiene quello che tutto il mondo stava aspettando: la sua confessione. Il lettore si trova così immerso in un’autobiografia esagerata e rocambolesca che ripercorre la vita dissoluta di Spera e il suo amore maledetto e disperato per “Mel”.
 
Com’è venuta l’idea di questo libro? Quali influenze, passioni e riferimenti si mescolano in questo suo romanzo d’esordio?
L’idea nasce da un sms che mi paragonava a Bill del film “Kill Bill”, di Tarantino. Un personaggio verso cui sento un’attrazione molto forte e un enorme rispetto estetico. Nel suo film, Tarantino racconta la storia dal punto di vista della sposa, la splendida Uma Thurman. Io volevo raccontare un’altra versione della storia. La versione di Bill. Un assassino all’apice del suo masochismo. Un elegantissimo David Carradine che ci porta nel suo universo di dolore, violenza e senso dell’assoluto. Una riflessione non tanto sull’identità quanto su quel che si vuole diventare, e come diventarlo. Bill è un personaggio straordinario. Il suo universo, che è la creazione artistica, è un modo come un altro per tentare di ordinare, manipolandolo e oggettivandolo, il caos della vita e della materia.
Le influenze sono molte e nessuna. Oltre a Tarantino, presente in realtà solo in veste di autore di “Kill Bill”, ci sono Sorrentino e Piperno, Lou Reed, De Gregori, i Soprano, Fitzgerrald, Non è la Rai, Émile Ajar, Vladimir Nabokov, Breaking Bad e molti altri. Si tratta di un gigantesco marasma di immaginari e mondi artistici in cui una gerarchia non è possibile e nemmeno auspicabile. Il tutto, in un certo senso, rielaborato da un profondo dolore personale. Un dolore che non ha niente a che fare con l’amore. Ma con la violenza dell’universo. Con l’impossibile accordo tra la vita e la morte. Con il tutto in fuga che non riusciamo ad afferrare. E che tentiamo di afferrare, in questo caso, scrivendo.
Alessandro Spera è un personaggio eccentrico, eccessivo, che conduce una vita dissoluta. Quale rapporto ha con questo suo personaggio? Lo sente vicino a lei, ci sono in lui degli aspetti autobiografici? O è una sorta di alter ego?
Ogni personaggio, essendo una creazione del suo autore, ha qualcosa di lui. Uno scrittore, un artista, in genere, contiene dentro di sé molte vite. Contenere moltitudini è il paradiso e l’inferno di questo mestiere, che è un mestiere pericoloso perché, a differenza delle persone normali, che tentano di tenere a bada le proprie ossessioni, che cercano di rimuovere le loro ferite, chi scrive ci si crogiola, le alimenta, ci si guadagna il pane. Coltivare ossessioni, coltivare personaggi che sono frammenti di noi stessi, è un mestiere difficile e faticoso, per chi lo fa con professionalità. Detto questo, niente di quello che c’è scritto nei romanzi è mai vero. Anche se un libro fosse autobiografico al 99% sarebbe comunque falso al 100%. E chi sostiene il contrario è un filisteo.
L’amore disperato per Mallory e la letteratura: qual è il rapporto tra queste due grandi passioni del protagonista?
La storia d’amore non è che un pretesto. Beatrice, Laura, Lolita, non sono che espedienti. Il rapporto tra un artista e la sua musa è un rapporto vampiresco. La vittima sembra essere il povero poeta strutto d’amore. Invece, il pretesto dell’amore è il trampolino che fa spiccare all’artista, se è un buon artista, un salto in alto con cui lasciare la terra. Prendiamo Lolita, nella sua volgare, irresistibile, potenza. A tratti ci sembra nel libro che sia lei la carnefice, che fa soffrire il povero Humbert. Ma la verità è che ciò che conta è quell’eternità che il suo persecutore, tradito, stremato, abbandonato, può condividere con lei nel finale. L’eternità dell’arte, l’eternità che è lo spazio e il tempo infinito dell’arte consiste nelle pagine che raccontano la storia stessa. Ecco, nel mio libro è lo stesso. L’amore per Mel è un pretesto. Quello che conta, davvero, è il capolavoro che ci rimane, a firma Alessanro Spera, che è dedicato a Mel ma che non ha niente a che fare con Mel.
 
Crede che anche per lei, come per Spera, la scrittura si nutra di passioni assolute e travolgenti?
La scrittura si nutre di mancanze. Si nutre di passioni e di noia, si nutre di dolore, di rabbia, di dettagli. Soprattutto la scrittura dovrebbe tendere alla conquista dell’inutile. Le mie passioni sono tutto sommato irrilevanti. Non so perché ho iniziato a scrivere. Mi piace pensare sia un modo come un altro per esorcizzare la morte. In questo momento funziona, quindi lo faccio. Non credo esistano scrittori felici. Se esistono (e ne dubito fortemente) mi piacerebbe provvedere personalmente a fargli cambiare idea.
 
Come mai la scelta di scrivere? Cosa la affascina di libri e letture e come ha capito che avrebbero fatto parte della sua vita?
Non saprei dire. Perché scrivevo poesie da bambino? Perché ho continuato da ragazzo? In realtà, dei libri in particolare non mi affascina niente. Sono strumenti in cui sono condensati dei mondi che contengono vite, che allungano la nostra. La dilatano, la plagiano, la ingannano, la moltiplicano. Ecco, forse più che per i libri in sé, nutro un disperato bisogno di tempo, e spazio, e dimensioni. Non c’è stato un momento in cui ho capito che la scrittura avrebbe per sempre fatto parte della mia vita. Credo ci sia stato un processo di accumulo in cui questa cosa è debordata fuori dagli argini che la contenevano, fino a diventare in tutto e per tutto il mio modo di pensare. Adesso è la lente con cui guardo il mondo, una lente che deforma e interpreta la realtà, significandola. In fondo, da che ho memoria, ho sempre scritto.
È la cosa più inutile da fare che mi sia venuta in mente.
16 giugno 2013
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