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”L’uomo nuovo”, i racconti inediti del premio Nobel russo Aleksandr Solzenicyn presentati dal figlio

Stephan Solzenicyn ha tutta l'imponenza e la fermezza di carattere che ci si aspetta dal popolo che soffre gli inverni più freddi di questo emisfero, ma è allo stesso tempo una persona gentile ed incline al sorriso. Attualmente curatore della fortuna del padre, Stefan delucida alcuni aspetti di un testo inedito del premio Nobel Aleksandr Solzenicyn, ''L'uomo nuovo''...
Presente anche allo scorso Salone del Libro di Torino, Stephan Solzenicyn presenta “L’uomo nuovo”, un testo finora inedito composto da tre racconti sulla società russa ad opera del padre Aleksandr, morto nel 2008 e già premio Nobel nel 1970
TORINO – Stephan Solzenicyn ha tutta l’imponenza e la fermezza di carattere che ci si aspetta dal popolo che soffre gli inverni più freddi di questo emisfero, ma è allo stesso tempo una persona gentile ed incline al sorriso. Attualmente curatore della fortuna del padre, Stephan delucida alcuni aspetti di un testo inedito  del premio Nobel Aleksandr Solzenicyn, “L’uomo nuovo”, un libro drammaticamente disilluso, su un determinato tipo di “uomo nuovo” che la società comunista stava producendo.

Il nuovo libro di Aleksandr Solzenicyn, “L’uomo nuovo”, è un testo fortemente impregnato sulla mancanza di fiducia verso quest’umanità che si presenta come “nuova”, rigenerata. Da dove viene quest’uomo? Qual è la sua relazione con una società di cui si denuncia la corruzione?
L’uomo nuovo è un robot. All’uomo nuovo non interessa la fiducia, egli vuole soltanto cambiare la società; coloro i quali volevano aggrapparsi ai sentimenti sono semplicemente stati tacciati di far parte del lato sbagliato della storia. È senza dubbio vero che ci sia stata un’influenza storica, soprattutto a causa della relazione profonda tra cultura e società comunista. Ed in effetti tutto il regime è stato costruito sulla mancanza di fiducia, volto a distruggere quel poco di fiducia rimasta.
Suo padre aveva poca fede in alcuni cambiamenti imposti dalla società comunista, eppure riponeva grande stima nella storia e nell’uomo russo. È come se l’uomo cercasse di farsi strada in una società che cambia le menti, come si può leggere nel secondo dei racconti (in cui una vivace insegnante di letteratura è costretta seguire ciecamente le direttive governative sull’educazione, finché queste non cessano di arrivare e la libertà la coglie alla sprovvista – N.d. R.).
Non penso che il personaggio finisca per diventare un robot. Alla fine, lei trova sempre un modo di toccare il cuore. L’uomo nuovo dovrebbe essere senza pietà, e pensare che le emozioni siano stupide e senza alcun fine; al contrario, lei riesce a trasmettere le sue passioni ed a contagiare l’intero ambiente di insegnamento. È quel poco di ricompensa che si può ancora avere, e resta il modello più vicino alla vittoria che si possa incontrare nel libro.
Suo padre riteneva che esistesse una mancanza di valori nella società occidentale, che viveva con una sorta di delusione. Si può ritrovare tale aspetto in questi racconti inediti?
Non credo. È vero che mio padre riteneva che l’Occidente non fosse una civiltà da celebrare, o il cui modello andasse esportato. Mio padre, vedendosi contrapporre dei modelli nei quali non si rispecchiava, voleva sottolineare come avrebbero comportato conseguenze nefaste. Nel terzo racconto, lo Scrittore accetta semplicemente di far parte del “team vincente”, nonostante l’Unione Sovietica non fosse gentile con chi le si contrapponeva, come si evince dal racconto stesso (Qui uno scrittore che incarna l”implicita parodia del Conte Rosso Tolstoj, lungamente vissuto in occidente, osanna la civiltà sovietica affermando apertamente il declino di quella occidentale – N.d.R.). Un approccio cinico lo porta a considerare i tanti “nessuno” che compongono la storia del paese alla stregua di topi da laboratorio.
Il libro è ambientato principalmente negli anni ’20 e ’30. Chi è l’uomo nuovo adesso?
L’uomo nuovo è chi adesso ha i soldi, e chi misura le parole delle altre persone in base a quanto può guadagnare. E non sono pochi! Mio padre, negli ultimi anni della sua vita, era molto preoccupato perché non vedeva un’apertura alla fiducia o una nuova speranza. L’uomo nuovo oggi è purtroppo molto, molto presente”.
Esiste un modo perché ne si possa fermare l’avanzata?
Qualunque professione si faccia, c’è sempre un modo per impedire che la società si corrompa. Bisogna usare il cuore, e non una soluzione tecnocratica. Se non c’è un autoesame profondo, non succederà mai niente di nuovo: non è che si abbia bisogno di illusioni, quanto piuttosto di aprirci all’empatia. C’è molto da fare, e non esiste una soluzione che possa essere unica per tutti. Una cosa è invece chiara: bisogna partire da quello che abbiamo in comune e non da ciò che ci separa. La Russia che mio padre aveva in mente non è un Paese nel quale, come finora è stato, si dice all’uomo come e cosa essere; è, al contrario, un Paese libero nel quale si lascia all’uomo essere quel che è.

Andrea Arricale
2 giugno 2013
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