”Le regole dei giornalisti”, un libro per chiarire le norme di un ”mestiere pericoloso”

Milena Gabanelli, Aldo Grasso, Gian Antonio Stella e Roberto Zaccaria: questi i grandi nomi del giornalismo che martedì sera hanno incontrato il pubblico al Teatro Franco Parenti di Milano, in occasione della pubblicazione del volume ''Le regole dei giornalisti. Istruzioni per un mestiere pericoloso'' (Il Mulino). Erano presenti anche gli autori Caterina Malavenda, Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani...

In occasione della pubblicazione del volume, Milena Gabanelli, Aldo Grasso, Gian Antonio Stella e Roberto Zaccaria hanno incontrato gli autori Caterina Malavenda, Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani in una serata al Teatro Franco Parenti di Milano

MILANO – Milena Gabanelli, Aldo Grasso, Gian Antonio Stella e Roberto Zaccaria: questi i grandi nomi del giornalismo che martedì sera hanno incontrato il pubblico al Teatro Franco Parenti di Milano, in occasione della pubblicazione del volume “Le regole dei giornalisti. Istruzioni per un mestiere pericoloso” (Il Mulino). Erano presenti anche gli autori Caterina Malavenda, Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani, che hanno discusso con i giornalisti della complicata deontologia professionale e delle norme giuridiche che regolano il loro mestiere, materia che costituisce l’argomento del libro.


IL DIRITTO ALL’OBLIO
– Partendo da vicende vissute e dal racconto di querele ricevute personalmente, i giornalisti hanno cercato di chiarire con gli autori cosa sia lecito o non lecito diffondere quando si fa informazione – tutti e tre gli autori sono degli specialisti in questo campo: Caterina Malavenda è avvocato esperto di diritto dell’informazione e della comunicazione, Carlo Melzi d’Eril avvocato esperto di diritto dell’informazione e di internet, Giulio Enea Vigevani professore di Diritto costituzionale e Diritto dell’informazione e della comunicazione nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano-Bicocca. “Quando interviene il diritto all’oblio, quando cioè bisogna smetterla di fare riferimento, sui giornali, ai ‘guai’ di una persona?” è questa una delle questioni poste da Milena Gabanelli, la giornalista Rai ideatrice del programma di giornalismo investigativo Report. “Se una persona è ancora nella storia” precisa Vigevani  – se per esempio si tratta di un politico – “allora bisogna continuare a scriverne. Un caso diverso è invece quello di persone che sono entrate nella storia per un singolo episodio che le ha coinvolte e poi ne sono uscite: in tal caso il diritto all’oblio è sensato.”


LE IMMAGINI LESIVE DELLA DIGNITÀ DELLA PERSONA
– Si passa poi a discutere delle immagini lesive della dignità della persona: “Ci sono immagini che violano di per sé la dignità della persona: quelle in cui questa viene presentata in manette o in evidente stato di detenzione. Pensiamo per esempio ai processati nelle gabbie delle aule di giustizia”, spiega Melzi d’Eril. “Si tratta di fotografie che, per giurisprudenza costante del garante, sono vietate. C’è un caso curioso oggetto di disputa: le foto segnaletiche sono o no foto di persone in stato di evidente detenzione? Secondo le disposizioni legislative del garante non si devono pubblicare, ma se non c’è nessun elemento che riveli che si tratta di foto segnaletiche, allora si possono utilizzare. In generale, l’unica eccezione alla norma che vieta l’uso di queste immagini si ha quando c’è il consenso del soggetto fotografato alla pubblicazione, oppure quando è necessario segnalare abusi. Questa regola però non vale per i minori: in tal caso la foto non si può pubblicare né con il consenso del fotografato né con quello dei genitori”, precisa Melzi d’Eril.

COMPLETEZZA E PLURALISMO DI INFORMAZIONE – Altra questione sollevata da Milena Gabanelli è quella della completezza di informazione: “Una volta mi sono trovata di fronte alla commissione della Agicom perché in un servizio sui tagli lineari avevamo parlato solo degli aspetti negativi, e mi hanno dato un limite di tempo per correggere l’informazione: entro la fine del programma avremmo dovuto fare un servizio sugli effetti benefici dei tagli lineari. Ma il giornalismo di inchiesta è un genere preciso di giornalismo: un servizio in cui io voglia mettere in rilievo quel che non va in assoluto in una realtà è lecito.” “A questo riguardo, secondo me c’è un po’ di confusione tra completezza e pluralismo dell’informazione”, risponde Caterina Malavenda. “Secondo il primo criterio, che io non condivido, l’informazione non è tale se non è completa: in altre parole, se di un fenomeno si evidenziano gli aspetti  negativi, allora bisogna far emergere anche quelli positivi. Il pluralismo invece consiste nel sentire tante voci sullo stesso fatto, e penso sia un criterio dell’informazione serio e importante da rispettare.”  

LE INTERVISTE RUBATE – E poi, come ci si regola nel caso delle “interviste rubate”? A rispondere è ancora l’autrice: “Se ti presenti a qualcuno dichiarando che sei giornalista e quello risponde alle tue domande, sfido chiunque a denunciarti per aver registrato la conversazione: è chiaro che se si fanno delle dichiarazioni a un giornalista poi quest’ultimo le diffonderà. Diverso è invece il caso dei fuori onda, quando una persona fa delle dichiarazioni pensando di non essere sentito e invece è registrato: se si usano quelle informazioni allora c’è un trattamento di dati non consentito. Ma anche qui tutto dipende dall’importanza di quello che viene detto: se si tratta di due leader politici che stanno parlando di fare un colpo di stato, va da sé che in quel caso la registrazione può essere diffusa.” “E se conducendo un’indagine, poniamo sulle banche, o sugli ospedali, o su come vengono trattati i cittadini negli uffici pubblici, mi presento come un semplice cliente o cittadino?” domanda Milena Gabanelli. “In tal caso le registrazioni si possono diffondere, coprendo il volto della persona in questione laddove mostrare il suo viso non è indispensabile all’informazione. Se però si scopre, per esempio, che un impiegato ruba, allora il volto va mostrato: può servire all’apertura di un’indagine e a farlo arrestare.”


IL RISCHIO DELLA QUERELA
– Non dev’essere facile, insomma, avere a che fare con la a giurisdizione che riguarda il mestiere del giornalista: ne sanno qualcosa i protagonisti di questa serata, che prosegue con il loro racconto delle varie querele ricevute. Tra quelle a Gian Antonio Stella, del Corriere della Sera, c’è la querela di Salvatore Cuffaro, ex presidente della regione Sicilia, causa in cui il giornalista fu rappresentato proprio da Caterina Malavenda. Stella racconta che in quell’occasione aveva appreso dall’Ansa di essere stato condannato a un risarcimento a Cuffaro per diffamazione: “A quel punto ho risposto a mia volta con un comunicato all’agenzia di stampa in cui dicevo che speravo di andare in appello e di avere la possibilità di difendermi questa volta, visto che non sapevo nemmeno di essere stato processato.” Com’è andata a finire? “In appello abbiamo vinto: è bastato portare le dichiarazioni del maggior alleato dell’ex presidente della regione Sicilia, Gianfranco Micciché, che parlava della potenza clientelare di Cuffaro.”  Aldo Grasso, dal canto suo, dichiara: “In ventitré anni al Corriere della Sera ho avuto ventitré cause, la prima contro Sandro Ciotti.” In un’altra occasione ebbe tre querele a causa di quanto aveva scritto su “un noto direttore sportivo di una nota squadra di calcio”, prima che scoppiasse tutto lo scandalo di calciopoli. “È stata la causa che è durata più a lungo: per due volte il GIP ha detto che non si doveva procedere, e per due volte il capo della procura di Torino ha avocato a sé il caso.” E ancora, racconta di quando fu citato da una giornalista Rai di cui non aveva nemmeno fatto il nome: “Sul forum del Corriere on line arrivavano delle lettere firmate a nome ‘Massimo Della Penna’, e presto si capì che venivano dall’interno degli ambienti Rai. Chi scriveva, raccontava delle abitudini deprecabili dei giornalisti che lavoravano lì: abbiamo pubblicato un po’ di queste lettere, e una giornalista, evidentemente sentitasi chiamata in causa, mi querelò e denunciò all’ordine dei giornalisti.”


ANCHE LA SATIRA PUÒ FARE DEL MALE
– Roberto Zaccaria, ex presidente della Rai, racconta invece di un caso in cui avanzò lui querela: “La Rai aveva venduto il 49% delle torri di trasmissione agli USA, un’operazione del tutto lecita. Dopo che il ministro Gasparri bloccò l’operazione, su Il Foglio di Giuliano Ferrara uscì una vignetta satirica in cui si diceva: ‘Adesso la Rai dovrà restituire i soldi’ ‘E anche le tangenti’. Questa frase, ovviamente riferita ai vertici della Rai, era già abbastanza offensiva di per sé. Per di più, il ministro Gasparri e un altro parlamentare dichiararono: ‘Non vorremmo che il vignettista, scherzando, avesse detto la verità’. Avanzammo querela per diffamazione. Il procuratore fece partire tre procedimenti: uno contro Gasparri, uno contro l’altro parlamentare e uno contro Giuliano Ferrara e il vignettista. La Cassazione sentenziò che anche la satira, che è la più libera delle forme di espressione, può fare del male.”

 

31 gennaio 2013

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