Laura Imai Messina, ”Nel mio libro racconto la sensualità nascosta, dolceamara, di Tokyo”

''Tokyo è una città di forti contrasti, qui ho vissuto storie profondamente amare e un grande desiderio di dolcezza''. Così Laura Imai Messina descrive la capitale giapponese, la città dove vive da dieci anni e dove si intrecciano le storie, anche queste fortemente contrastate, dei quattro protagonisti del suo libro, ''Tokyo orizzontale''...

L’autrice ci parla del suo romanzo d’esordio, “Tokyo orizzontale”, storia d’amore e dolore ambientata in una città immensa e piena di contrasti

MILANO – “Tokyo è una città di forti contrasti, qui ho vissuto storie profondamente amare e un grande desiderio di dolcezza”. Così Laura Imai Messina descrive la capitale giapponese, la città dove vive da dieci anni e dove si intrecciano le storie, anche queste fortemente contrastate, dei quattro protagonisti del suo libro, “Tokyo orizzontale” (Piemme). Sono quattro giovani che si incontrano per caso una notte a Shibuya, il quartiere più folle della città, e decidono di avvicinarsi per provare a colmare l’invisibile distanza che separa inesorabilmente tutti gli abitanti di quell’immensa città. Sara, Hiroshi, Carmen e Jun desiderano trovarsi, in un incontro che è sesso ma anche qualcosa di più profondo e vitale: è salvezza, calamita che allontana dall’abisso, casa.

Ci può raccontare com’è nato questo libro?
L’idea è venuta sei mesi dopo che mi ero trasferita in Giappone, a Tokyo. Mi ero appena lasciata con un ragazzo italiano allora.
Avevo in mente questi due personaggi femminili, Sara e Carmen, ma quelli maschili non erano ancora affacciati alla mia immaginazione.
Poi, un po’ perché mi sono concentrata sugli studi, un po’ forse perché la storia non era ancora matura, mancava la presenza maschile, ho accantonato l’idea e l’ho ripresa in mano solo due anni dopo.
Ho impiegato un anno e mezzo a portare a termine il libro. Scrivevo nei caffè – nelle catene in stile Starbucks, che sono molto frequentate –, in metro, in treno, in generale in luoghi affollati e rumorosi. Quelli silenziosi non mi stimolano, nel silenzio non riesco a concentrarmi. Ho passato intere giornate sulla linea Yamanote della metro, la circolare di Tokyo che gira attorno al centro città.

Lei vive a Tokyo da 10 anni. Cosa l’ha colpita di più della città, quali sono quei caratteri che ha voluto catturarne nel suo libro?
È stranamente eterogenea, non c’è un solo centro, ce ne sono tanti. A prima vista sembra tutta uguale, ma in verità ci sono differenze profonde. I quartieri sono immensi e molto diversi uno dall’altro – la parola “quartiere” in giapponese è la stessa che indica la città: ognuno di questi è come una città nella città.
Ci sono tantissime persone, Tokyo contiene tutte le storie del mondo. A livello di legami però, ci vuole moltissimo tempo per avvicinarsi agli altri.

Tra i quattro personaggi, quale sente più vicino a sé?
Sara, la più triste. Dopo la rottura ho avuto un anno di discesa negli inferi. Come lei, quando sono arrivata qui sentivo il fortissimo desiderio di essere amata, di perdermi nella folla. Quando mi sentivo troppo sola, anche io mi infilavo in questi luoghi pieni di gente che sono come centrifughe.
Sento vicina anche Carmen, l’altro personaggio femminile, e il suo desiderio di dimenticare, di lasciarmi tutto alle spalle. La città mi ha accolta proprio come ha fatto con lei.
Mi immedesimo meno nei due personaggi maschili, Hiroshi e Jun. Li ho creati a partire da storie che ho ascoltato più che vissuto, storie di amici e persone che ho incontrato.

La sensualità viene dipinta qui come qualcosa di dolce e amaro insieme, proprio come Tokyo. Crede che questa visione le derivi proprio dal fatto di abitare in questa città?
Non so se sia così in generale, ma per me lo è stato, qui ho vissuto il contrasto tra storie profondamente amare e un grande desiderio di dolcezza.
Tokyo è una città di forti contrasti. Raccoglie tutto il Giappone, i tokyoti sono pochi: da una parte c’è una grande fretta di conoscersi, anche nei rapporti sentimentali, dall’altra c’è una grande pazienza che è tipica del carattere giapponese. Ci si incontra, poi passano magari settimane prima di sentirsi di nuovo, la relazioni vanno avanti lentamente.
C’è una profonda sensualità, ma nascosta, mai gridata o ostentata. Di primo impatto, tutti indossano una spessa maschera di formalità, ma è solo una facciata.

Lei tiene anche un blog, Giappone mon amour: com’è nato e cosa vuole raccontare?
Il blog è arrivato dopo il libro, nel marzo 2011, nel pieno dell’emergenza Tsunami. È nato da un’esigenza di comunicazione: sentendo e leggendo quello che si diceva sui media, come veniva deformata la realtà, sentivo il bisogno di raccontare cosa stava veramente accadendo. Poi il blog è diventato qualcosa di diverso nel tempo.
Il nome “Giappone mon amour” dichiara già quella che è la linea editoriale. Quello che scrivo qui vuole essere il racconto di una persona che è riuscita a integrarsi in questo Paese, che ha capito come interpretare tanti comportamenti e consuetudini dei giapponesi difficili da comprendere in un primo momento. Mentre nel libro sottolineo tanti aspetti critici della vita qui e parlo di una Tokyo che può sembrare inospitale, il blog mira a una lettura positiva. 

17 febbraio 2014

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