LIBRI - Intervista all'autore

“L’Amalassunta”, il romanzo dell’esordiente Pier Franco Brandimarte che intreccia letteratura e arte

Abbiamo intervistato Pier Franco Brandimarte, autore del romanzo “L’Amalassunta”, edito da Giunti. Una storia in bilico tra arte e letteratura, tra passato e presente, che ripercorre le orme dell’artista Osvaldo Licini e che è valso all’autore...

Intervista a Pier Franco Brandimarte, autore del romanzo “L’Amalassunta”: un romanzo/inchiesta che intreccia arte e letteratura e che è stato insignito del Premio Calvino 2014

 

MILANO – Abbiamo intervistato Pier Franco Brandimarte, autore del romanzo “L’Amalassunta”, edito da Giunti. Una storia in bilico tra arte e letteratura, tra passato e presente, che ripercorre le orme dell’artista Osvaldo Licini e che è valso all’autore il Premio Calvino, il prestigioso riconoscimento conferito ai nuovi migliori scrittori italiani. ”Un oggetto inusuale, ‘L’Amalassunta’, perfetto nel suo genere” si legge nella motivazione. Un romanzo-inchiesta magico, leopardiano, che lascia il segno di una prima prova matura e ricca di suggestioni come di rado accade.

 

“L’Amalassunta” si svolge su pianti temporali diversi, in cui un giovane di oggi indaga su un’artista di ieri: com’è nato questo intreccio particolare che coinvolge narrativa, arte e inchiesta?

I primi avvisi li ho avuti nella mia vecchia Peugeot, che purtroppo ho dovuto far rottamare; tornavo dal paese di questo pittore e quanto avevo visto mi aveva lasciato una scia di fascinazione con delle direzioni precise, o meglio: dapprima erano vaghissime, ma c’erano. Poi, schiarendo quella forma con le parole, è venuto il resto. Ho scritto come mi sembrava più giusto e come pensavo potesse esaurire quanto c’era da dire. E soprattutto quanto mi piaceva ci fosse da dire. L’inchiesta, se c’è, è falsissima. Cioè, se per inchiesta intendiamo il perseguire rigoroso dei fatti, abbiamo il perseguire rigoroso dell’invenzione, cioè un ossimoro. in definitiva è un romanzo, che assolve e benedice ogni definizione.

 

Lei ha studiato Scienze Politiche: come si è avvicinato al mondo della scrittura?

Uno scrittore che mi piace molto aveva raccomandato ai giovani che volessero scrivere di scegliere la facoltà di gemmologia, o qualcosa di simile. Siccome a me piaceva molto Bologna, ma a Bologna non c’era gemmologia, ho ripiegato su Scienze Politiche. Di vene aurifere, zirconi ecc. non ho poi saputo molto, invece ho potuto approfondire le vicende della Prima Repubblica, i metodi della ricerca statistica per campione e le varianze della forma partito: discipline che non sono da buttare e che mi hanno dato una certa autorità dove vado a fare l’aperitivo.

 

Cosa rappresenta per lei l’arte? Che cosa significa per lei l’opera di Osvaldo Licini?

Per capire il significato dell’opera di Licini, almeno la mia personale versione, ho impiegato qualche annetto e svariate pagine, più fotografie annesse, e davvero non saprei ripeterlo diversamente da come l’ho scritto. Per sintetizzare, potrei dire che è stata una sorta di emblema, un simbolo da decifrare, una serie di quesiti, di rovelli. Ogni opera artistica ha in sé, che sia consapevole o meno, una riflessione sul significato dell’arte, quindi su se stessa. Se non fosse una dichiarazione troppo pomposa, potrei dire che l’arte rappresenta per me un mistero, o qualcosa di simile, ma ci devo pensare.

 

Il suo romanzo d’esordio è stato insignito del Premio Calvino 2014, un importante riconoscimento assegnato agli scrittori esordienti: che tipo di soddisfazione è stata per lei?

Vincere il Calvino è stato fondamentale. È stato guadagnare un’identità di scrittore. Non è che tu dici a tutti “sono scrittore”, magari lo dici a te, nella tua cameretta, ma poi alla lunga, se non pubblichi un libro e dici sempre che sei uno scrittore diventi un disadattato. Invece se vinci il Calvino e pubblichi un libro, anche gli altri poi ti credono, e così quando tutti dicono che fanno gli scrittori o qualcos’altro di artistico tu, a richiesta, puoi fornire delle prove e vivi meglio. Certo, è un’occupazione vista con sospetto, ci vuole cautela. L’ultima volta che m’è scappato di dire che facevo lo scrittore, ci ho rimesso un bellissimo bilocale con vista. La proprietaria si è affrettata a farmi sapere mezzo agenzia che non se ne faceva nulla (e io che pensavo di far colpo!). Al proprietario scafato, scrittore può suonare come insolvente, si può capire. Poi, e innanzi tutto, vincere il Calvino ha significato la possibilità per quest’opera, poco conforme al “classico” esordio e al “classico” romanzo, di essere ben pubblicata e trovare i suoi lettori.

 

Nel proseguo della sua produzione narrativa pensa ci sarà ancora spazio per questo intrecciarsi di arte, narrativa e inchiesta?

Non lo so davvero, tutto dipenderà dall’oggetto e da che tipo di forma avrà quell’oggetto. Magari ci metterò dentro anche la gastronomia, la fusione delle campane, il bondage (questo mi sa che è un argomento già frequentatissimo, in questo periodo) e altre cose. Dipende.

 

24 aprile 2015

 

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