Prima del mito, prima della ricchezza e dell’ascesa industriale, c’è la fame. C’è la perdita. C’è una famiglia che lotta per restare in piedi quando tutto sembra congiurare contro di lei. “L’alba dei leoni” nasce esattamente lì: in un tempo di necessità, non di gloria. Con questo romanzo, Stefania Auci apre la saga dei Florio scegliendo consapevolmente di raccontarne le origini, evitando ogni idealizzazione e restituendo al lettore una storia di fatica, resistenza e trasformazione.
Pubblicato da Nord, “L’alba dei leoni” è un romanzo storico che funziona come racconto di fondazione: non celebra il successo, ma ne indaga le radici profonde, mostrando come ogni destino nasca da una frattura, da una perdita, da una necessità che si trasforma lentamente in visione.
“L’alba dei leoni”: il romanzo delle origini
“L’alba dei leoni” è un romanzo sulle origini, sulle radici e sulla trasformazione. È il racconto di come si diventa ciò che si è destinati a essere attraversando la perdita, la fatica e il cambiamento. Stefania Auci firma un esordio di saga solido e coinvolgente, capace di restituire dignità narrativa alla nascita di un mito senza mai dimenticare il prezzo umano che quel mito ha richiesto. È davvero, in tutti i sensi, l’alba di una storia destinata a lasciare il segno.
All’inizio di “L’alba dei leoni” c’è Bagnara Calabra, un luogo aspro, stretto tra mare e montagna, dove la vita non concede tregua e ogni scelta ha un peso definitivo. Qui vive la famiglia Florio, segnata dalla povertà e da un orgoglio ostinato che diventa l’unica forma possibile di resistenza. Vincenzo Florio è un uomo temprato dalla necessità, mentre Rosa, sua moglie, incarna una forza silenziosa e tenace, capace di tenere insieme affetti, lutti e speranze.
La scrittura di Stefania Auci è attenta ai gesti, alla fatica quotidiana, al lavoro come misura morale dell’esistenza. In “L’alba dei leoni” nulla accade per caso: ogni decisione nasce da una pressione, da una mancanza, da un’urgenza che lentamente si trasforma in possibilità. Quando l’equilibrio precario della famiglia si spezza, la partenza verso Palermo diventa l’unica via di sopravvivenza.
L’arrivo in Sicilia segna uno spartiacque decisivo. Paolo e Ignazio Florio portano con sé non solo la memoria di ciò che sono stati, ma anche una consapevolezza nuova: quella di chi ha perso tutto e proprio per questo non ha più nulla da temere. Il romanzo racconta questa trasformazione senza retorica, mostrando come ogni conquista sia pagata in solitudine, sacrifici e rinunce.
Chi è Stefania Auci
Stefania Auci è una delle voci più riconoscibili della narrativa storica italiana contemporanea. Con la saga dei Florio ha saputo unire rigore documentario e profondità emotiva, restituendo alla grande storia economica e sociale dell’Ottocento un volto umano, fatto di fragilità, ambizione e contraddizioni. Il suo sguardo narrativo privilegia le origini, i margini, le zone d’ombra in cui i destini si formano prima di diventare leggenda.
Intervista a Stefania Auci
In “L’alba dei leoni” lei sceglie di raccontare i Florio prima del mito, quando sono ancora una famiglia povera e segnata dalla perdita. Quanto era importante partire dall’origine e non dal successo?
Raccontare questa parte della storia significava individuare le motivazioni profonde che hanno spinto Paolo e Ignazio Florio ad andare a Palermo. Volevo capire quali fossero i segni iniziali di quella spinta che li avrebbe portati ad avere un approccio completamente diverso nella gestione del denaro e nella concezione stessa del potere. Era un aspetto che mi affascinava e allo stesso tempo mi incuriosiva molto.
La Sicilia che attraversa “L’alba dei leoni” sembra una forza viva. Che tipo di dialogo ha voluto costruire tra i personaggi e questa terra?
In realtà la vera protagonista di questa storia non è tanto la Sicilia quanto la Calabria. La Sicilia rappresenta inizialmente una sorta di terra promessa, soprattutto per Paolo. All’inizio è semplicemente un luogo dove trovare sbocchi commerciali per le sue attività; solo successivamente, nell’ultima parte del romanzo, diventa la terra del sogno e dell’opportunità. È un passaggio che si realizzerà pienamente ne I leoni di Sicilia.
Nel romanzo la libertà appare come qualcosa di desiderato ma costoso. Crede che “L’alba dei leoni” racconti anche il prezzo umano dell’ambizione?
Assolutamente sì. Il prezzo della libertà è un tema centrale e a pagarne le conseguenze è soprattutto Francesco, il figlio secondogenito di Rosa e Vincenzo Florio. È un ragazzo ribelle che fatica a comprendere i confini tra volontà, desiderio e possibilità. Solo con grande difficoltà capisce che la libertà implica responsabilità. Francesco è ambizioso, come Paolo e Ignazio, ma la sua ambizione da sola non basta a portarlo lontano.
Le figure femminili hanno una presenza forte e silenziosa. Che ruolo hanno le donne in “L’alba dei leoni”?
Queste donne calabresi, aspre e apparentemente monolitiche, sono in realtà fondamentali nella costruzione della famiglia. Rosa, in particolare, rappresenta la vera spina dorsale dei Florio. È con la sua morte che l’equilibrio familiare si spezza definitivamente. La sua presenza, silenziosa ma determinata, è lo strumento attraverso cui i figli riescono a trovare una propria realizzazione nel mondo.
Come ha bilanciato la documentazione storica con l’intimità emotiva dei personaggi?
“L’alba dei leoni” è forse più sbilanciato sull’interiorità dei personaggi. Questo anche per compensare una certa scarsità di fonti storiche relative a quel periodo specifico. Era importante colmare quei vuoti con un lavoro profondo sull’emozione e sulla psicologia.
Quando ha capito che questa storia non poteva esaurirsi in un solo libro?
È successo almeno un anno, un anno e mezzo dopo la fine della scrittura de L’inverno dei leoni. Durante le riprese televisive molte idee che avevo in testa hanno iniziato a trovare una forma più chiara. A quel punto sono riuscita a presentare una sinossi al mio editore, che poi è stata approvata.
