La trilogia di Viktorie Hanišová, pubblicata in Italia da Voland, appartiene a questa categoria rara e necessaria. Tre romanzi autonomi ma profondamente connessi, che affrontano il nodo della maternità, della violenza domestica e delle conseguenze psicologiche che si trasmettono di generazione in generazione.
Non si tratta di una trilogia “di trama”, ma di una trilogia tematica e morale. Ogni libro esplora una diversa declinazione del trauma, mettendo al centro figure femminili complesse, fragili, spesso scomode. Non ci sono vittime perfette né carnefici rassicuranti. Solo esseri umani che agiscono, sbagliano, sopravvivono e, a volte, distruggono.
Una trilogia sul trauma che passa attraverso i legami familiari
“Agnes”, “La cercatrice di funghi” e “Ricostruzione” compongono una trilogia dura, coerente e profondamente necessaria. Tre romanzi che interrogano il concetto di maternità, smontano i tabù della famiglia e mostrano come il trauma non sia un evento isolato, ma una struttura che si perpetua nel tempo. Leggerli significa accettare di non essere rassicurati, ma finalmente messi di fronte a ciò che spesso la letteratura preferisce evitare. Una trilogia che non consola, ma illumina.
“Agnes”di Viktorie Hanišová, Voland
In “Agnes” Hanišová mette subito il lettore davanti a una domanda disturbante: cosa accade quando il desiderio di maternità diventa un progetto ossessivo, una costruzione razionale che ignora completamente il futuro dell’essere umano coinvolto? Julie è una donna efficiente, organizzata, abituata a ottenere ciò che vuole. Ha una vita stabile, una relazione apparentemente solida e un bisogno improvviso e totalizzante di diventare madre. Quando la maternità biologica le viene negata, sceglie l’adozione come soluzione pratica, non come atto di accoglienza.
Agnes, la bambina rom che Julie adotta nascondendone le origini, diventa così il centro di una menzogna fondativa. La maternità, invece di essere uno spazio di cura, si trasforma in un territorio di controllo. Julie plasma la figlia secondo un’idea astratta di normalità, cancellandone le radici e riscrivendone l’identità. Il romanzo procede come una lenta erosione del legame madre-figlia, mostrando come l’amore, quando è privo di ascolto, possa diventare una forma di violenza.
La forza di “Agnes” sta nella sua spietata lucidità. Hanišová non giudica, ma osserva con precisione chirurgica. Julie non è un mostro, bensì il prodotto di una società che idealizza la maternità e rimuove completamente il diritto dei figli a essere altro da ciò che i genitori desiderano. Agnes cresce dentro un silenzio che pesa come una condanna, e il lettore assiste al deteriorarsi del rapporto con un senso di inquietudine costante.
“La cercatrice di funghi” di Viktorie Hanišová, Voland
Se “Agnes” racconta una maternità esercitata come dominio, “La cercatrice di funghi” esplora l’eredità di un’infanzia segnata dall’abbandono e dalla violenza psicologica. Sára vive ai margini, in una casa isolata nella selva boema, mantenendosi raccogliendo funghi. La sua vita è scandita da rituali ossessivi, da un rapporto disturbato con il corpo e da controlli psichiatrici regolari. Il passato incombe come una presenza muta, pronta a riaffiorare.
Il romanzo si muove su un confine sottile tra realismo e allegoria. I funghi diventano simbolo di un nutrimento ambiguo, qualcosa che può salvare o avvelenare. Così è la memoria per Sára. Ogni evento presente riapre una ferita antica, legata a una madre incapace di proteggere e a un ambiente familiare dominato dal silenzio.
Hanišová costruisce una protagonista che non cerca redenzione, ma comprensione. “La cercatrice di funghi” è un romanzo sull’impossibilità di “guarire” davvero, e sulla fatica quotidiana di convivere con ciò che è stato. Non c’è catarsi, solo una lenta e dolorosa presa di coscienza. È forse il libro più claustrofobico della trilogia, quello che rende più evidente come il trauma infantile continui a vivere nel corpo adulto.
“Ricostruzione” di Viktorie Hanišová, Voland
Con “Ricostruzione” la trilogia raggiunge il suo punto più esplicitamente investigativo. Elìška, da bambina, è sopravvissuta a una tragedia familiare che la sua mente ha cercato di rimuovere. Da adulta, mentre studia architettura, sente l’urgenza di tornare su quel passato irrisolto, di ricostruire non solo una casa o una storia, ma se stessa.
Il romanzo procede come un’indagine psicologica. Ogni frammento di memoria recuperato mette in crisi l’equilibrio mentale della protagonista, mostrando quanto sia fragile il confine tra protezione e rimozione. La madre, figura centrale e ambigua, emerge come simbolo di una maternità spezzata, incapace di sostenere il peso della propria violenza.
“Ricostruzione” non offre risposte pacificanti. Al contrario, afferma con forza che comprendere il passato non significa necessariamente superarlo. La scrittura di Hanišová è asciutta, precisa, quasi chirurgica. Ogni parola è misurata, ogni scena costruita per scavare, non per consolare. È un romanzo che chiede molto al lettore, ma restituisce una verità rara: non tutte le ferite possono essere rimarginate, ma possono essere finalmente nominate.
Perché leggere questa trilogia
Leggere la trilogia di Viktorie Hanišová significa affrontare uno dei temi più rimossi della narrativa contemporanea: la violenza che nasce all’interno dei legami familiari e che si trasmette sotto forma di silenzi, aspettative e colpa. Questi libri sono necessari perché smontano il mito della maternità come spazio naturalmente salvifico e mostrano invece quanto possa essere fragile, ambigua e persino distruttiva.
È una trilogia che parla soprattutto a chi ama la narrativa psicologica, sociale e femminile, ma senza mai scivolare nella retorica. Hanišová scrive romanzi che non cercano di piacere, ma di dire la verità. Ed è proprio per questo che restano addosso.
