Festa del Papà

La Festa del Papà secondo Matteo Corona

Per gentile concessione di Matteo Corona, figlio del celebre ed amatissimo scrittore Mauro Corona, condividiamo con voi i suoi originali ed "avventurosi" auguri dedicati al padre
La Festa del Papà secondo Matteo Corona

MILANO – Oggi 19 marzo è la festa del Papà. Per gentile concessione di Matteo Corona, figlio del celebre ed amatissimo scrittore Mauro Corona, condividiamo con voi i suoi originali ed “avventurosi” auguri dedicati al padre, dal quale si evince il loro speciale rapporto. Auguri che sono stati pubblicati sulla pagina facebook di Matteo.

 

Con mio papà Mauro ho esplorato le montagne di Erto per molti anni, di corsa o camminando. Ma non è sempre stato così.

Prima Mauro camminava con fastidi alla schiena sempre più forti. Un’ernia vertebrale gli impediva di muoversi liberamente. Tentava di guarire col riposo, come gli avevano consigliato alcuni dottori.
Anche se riluttante Mauro si era fermato. Aveva smesso di andare in montagna. Tuttavia non guariva. Anzi, pian piano, peggiorava.

Poco tempo prima incredibilmente avevo sofferto di un problema identico, anche se meno accentuato. La svolta per me fu affidarmi alle cure del dottor Marzaro di Feltre. In un decina di sedute mi aveva rimesso a posto. Avevo cercato di convincere Mauro a farsi dare almeno un’occhiata senza riuscirci.
Rimasi perciò stupito quando me lo chiese lui.
«Ma quel dottore dove vai per la schiena…».
«Marzaro».
«Marzaro si. Quando devi tornare?».
«Domani».
«Vengo anche io. L’altro giorno ero a Belluno e la gamba ha ceduto. Non riuscivo più ad alzarmi da terra. Sono avvilito. È quasi un anno che son fermo e peggioro. Devo fare qualcosa, così non va».
L’indomani raggiungemmo il fisioterapista nel suo studio.
Il Dottor Marzaro gli consigliò di tornare: la sua ernia era da curare. Mauro continuò la terapia.

Ero con Mauro nella tana (il suo laboratorio di scultore e scrittore) quando mi confessò che si sentiva meglio.
«Dobbiamo fare un test, una corsa».
«Facciamo il giro del lago di Erto».
Indossammo una tuta e delle scarpe da ginnastica. Non avevo abbigliamento tecnico. La quantità di marchi e prodotti che si possono trovare oggi, vent’anni fa non esistevano.
Partimmo adagio e, via via, più spediti.
Cento metri prima della falesia di arrampicata difronte alla diga del Vajont svoltammo a sinistra, portandoci sul versante opposto della valle, in vista del lago, trottando in mezzo ai boschi di Rùava.
«Da oltre un anno non facevo più niente» disse Mauro mentre attraversavamo il ponte sopra la Val Mesazzo.
«Incredibile, non ricordavo che si potesse andare così veloce» continuò, mentre infilavamo falcate incerte, entrambi fuori allenamento, col vento a sfavore che ci faceva sventolare le magliette.

Quel giorno, lo ricordo come ieri, iniziò un sodalizio che ci portò a battere tutte le cime della Val Zemola, Val Mesazzo e Val Vajont, esplorando sentieri e varianti, durante la bella stagione o con la neve.
Si sceglieva assieme il tracciato da percorrere in base a lunghezza, dislivello e difficoltà. Erano quasi sempre corse su sentieri regolari anche se a volte capitava di muoversi su terreni non segnati, tratti in cui bisognava fare attenzione per non precipitare nel vuoto.
Un modo per “guadagnarsi la giornata” come ripeteva spesso Mauro.

Non avevamo nessuna concezione di riscaldamento, di preparazione, di corretta alimentazione o idratazione.
Puntavamo sulla velocità.
C’erano solo due regole: partire subito in corsa e non portare cibo o acqua. Anche per uscite di sei, otto ore. Si beveva solo nei pressi di torrenti o sorgenti, se li incrociavamo.
Mio padre era fissato col fortificare la sua volontà. Io lo imitavo. Mi pareva sensato allenarsi a resistere alla fatica, alla fame e la sete, al caldo o al freddo.

Si indossava solo l’indispensabile e lo zaino era vietato, così come i bastoncini per aiutarsi in salita.

Non si controllava il meteo. «Al sta», «nol sta» (“regge”, “non regge”) erano le uniche previsioni. Così mi son ritrovato sotto acquazzoni formidabili indossando t-shirt e pantaloncini.

Anni fa io e Mauro correvamo sulla dorsale sopra forcella Lodina, una schiena di pini mughi ed erba rada. Un mantello verdastro sbrecciato da profonde fenditure nel terreno e ricoperto qua e là dagli sfasciumi delle quinte rocciose a ovest.
Su uno di quei grandi massi è affissa una targa con la foto di un ragazzo di Erto. Vi si legge nome e cognome: Tita Danella. Data di nascita e morte. Circa trent’anni fa una valanga lo seppellì, uccidendolo in quel luogo.
Mauro mi raccontò che l’anno prima della morte di Tita, anche lui, nello stesso punto, era stato travolto da una valanga.
«Mentre rotolavo in mezzo ai lastroni di ghiaccio e neve pensavo che era finita, che non avrei più rivisto te e le tue sorelle. Invece ne sono uscito per miracolo con due costole rotte. La valanga mi ha sputato fuori un istante prima di inghiottirmi».
«L’inverno successivo ho visto Tita con gli sci. Mi disse che stava venendo dove siamo noi adesso. Gli dissi di stare attento al terreno traditore. Di non passare di qui».
Mauro riprese a correre. Guardai ancora la foto di Tita, cercando di immaginarlo sciare sui pendii davanti a me. Con la coda dell’occhio mi accorsi che Mauro si era allontanato, così ripresi a correre anche io.

Dovevamo raggiungere il rifugio Maniago prima del buio: eravamo partiti in ritardo.

Avevamo superato il pezzo più duro, una salita che serpeggia fra grandi massi e cunette di ghiaia, perdendosi a volte in trame intrecciate d’erba, muschi e fiori gialli.
Una rampa di terra e pietra che risale attorcigliandosi fino al monte Duranno, la colossale piramide dolomitica che mette fine al corso settentrionale della Val Zemola.
L’aria fredda di novembre tagliava il fiato.
La valle trasudava vapori opachi sospesi sopra di noi. Tutto era mischiato dentro una luce pallida, senza direzione, senza ombre. Nuvole grigie nascondevano la cima del il monte Cornèt dall’altra parte del cielo. Più salivamo e più l’aria si faceva sottile, raffreddandosi in gola. Avevo le mani intirizzite dal freddo.
Il vento aveva smesso di sibilare. Il sentiero era scomparso.
Blocchi di roccia rotolati chissà quando dagli spalti della “busa dei Vedie” riposavano come misteriosi sarcofagi. Un profondo silenzio aveva fatto capolino tra me e il babbo.
Ci fermammo, come se avessimo varcato la soglia di un mondo sospeso.
Mauro disse: «È bella la nostra terra. L’energia della natura in qualche modo ci parla. Lo senti? Ci è amica. Noi facciamo parte di tutto questo».
Mi pareva di sentire le stesse voci, ma non erano voci amiche.
Mi sono sempre sentito un estraneo, in natura.
Come se gli elementi del pianeta considerassero la mia appartenenza al genere umano una colpa.

A Mauro non risposi nulla.

Attaccammo l’ultima rampa, quella che ci avrebbe portato alle tribune rocciose prima di forcella Duranno.
Dietro di noi filava una coppia di corvi imperiali.
Dal fondo, via via, salivano le nebbie. Si preparavano a nascondere la valle prima della notte.

 


Matteo Corona

 

 

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