Jane Yolen, ”Non apprendere certe lezioni che la storia ci insegna sminuisce la nostra umanità”

Una riscrittura moderna della Bella addormentata nel bosco ambientata nelle foreste della Germania durante la seconda guerra mondiale. E' questo ''Rosaspina'', l'opera della scrittrice ebra Jane Yolen e pubblicato per la prima volta in Italia da Leone Editore in occasione della giornata della memoria...

La scrittrice ebrea, autrice di “Rosaspina”, parla del suo libro e constata come, a distanza di oltre mezzo secolo dall’olocausto, ci siano ancora parecchie lezioni che il genere umano stenta a imparare

MILANO – Una riscrittura moderna della Bella addormentata nel bosco ambientata nelle foreste della Germania durante la seconda guerra mondiale. E’ questo “Rosaspina”, l’opera della scrittrice ebra Jane Yolen e pubblicato per la prima volta in Italia da Leone Editore in occasione della giornata della memoria. Protagonista del libro è Rebecca, una giovane ragazza che decide di indagare sul passato della sua defunta nonna Gemma. Jane Yolen parla del suo libro, inserito dall’American Library Association nella lista dei ‘100 Best Books for Teens‘, e constata come, a distanza di oltre mezzo secolo dall’olocausto, ci siano ancora parecchie lezioni che il genere umano stenta a imparare.


Da cosa nasce l’idea di rielaborazione la favola della Bella Addormentata ambientandola ai tempi dell’olocausto?

Nel corso delle ricerche per un mio precedente romanzo, mi sono imbattuta nel documentario Shoah, in cui si raccontava del campo di concentramento di Chelmno, punto di transito per gli ebrei condannati all’eliminazione costruito in una specie di castello, circondato da filo spinato.  Una storia orribile, che racconta di innocenti sterminati col gas e interrati in fosse comuni nella foresta. Fui colpita da una bizzarra analogia con la fiaba della Bella addormentata nel bosco. Come ho avuto più volte occasione di dire, è stata la storia a scegliermi, avevo tutto in mente fuorché tornare a cimentarmi con un tema così doloroso. Spesso la gente impiega poco più di una settimana per leggere storie con cui l’autore ha dovuto convivere per un anno o anche più, durante la gestazione del testo. In particolare poi non è stato facile ricostruire la storia di Chelmo, su cui è stato scritto poco. Per un semplice motivo: al termine della guerra, delle molte migliaia di persone che avevano varcato quei cancelli, i superstiti erano solo quattro.
 
A distanza di oltre mezzo secolo, sembra che l’olocausto non abbia insegnato ancora nulla, basti pensare agli episodi di razzismo che ancora caratterizzano diversi strati della società. Secondo lei perché ciò accade?
Ci sono parecchie lezioni che il genere umano stenta a imparare. L’olocausto purtroppo è una delle tante, forse quella più eclatante. Razzismo e intolleranza sono diffusi a tutti i livelli, in Italia come negli Stati Uniti, ma in particolare penso a quella che è una vera piaga nel mio paese, la violenza causata dalle armi da fuoco. Rifiutare di apprendere certe lezioni è un gesto che sminuisce la nostra umanità.
 
Che contributo hanno avuto la cultura e i libri nel combattere l’ignoranza che porta all’intolleranza tra i popoli?
Il ruolo di chi scrive non è da sottovalutare. L’importante è non smettere mai di raccontare storie, e di farle conoscere a un numero di lettori sempre più grande: la gente comincerà ad ascoltare, a prestare attenzione sempre maggiore, fino ad arrivare a capire e a conoscere.
 
Una delle frasi simbolo del giorno della memoria è “non dimenticare”. Cosa occorre fare per mantenere il ricordo e non ripetere più certi errori?
Beh, se avessi una risposta a questa domanda sarei la regina dell’universo conosciuto! In ogni caso, una regina buona…

 

26 gennaio 2014

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