Isabella Vaj, ”Khaled Hosseini mi ha definito la sua traduttrice ideale”

Trovare un registro capace di rispecchiare la qualità orale del suo modo di narrare. E’ questa la principale difficoltà incontrata nella traduzione in italiano delle opere di Khaled Hosseini da parte di Isabella Vaj...

La traduttrice per l’Italia dello scrittore afghano racconta la sua esperienza di traduttrice e scrittrice e l’esperienza a stretto contatto con l’autore di “Il cacciatore di aquiloni”

MILANO – Trovare un registro capace di rispecchiare la qualità orale del suo modo di narrare. E’ questa la principale difficoltà incontrata nella traduzione in italiano delle opere di Khaled Hosseini da parte di Isabella Vaj. La traduttrice per l’Italia dello scrittore afghano parla della sua esperienza di traduttrice e scrittrice e racconta alcuni aneddoti relativi ai suoi incontri con l’autore di “Il cacciatore di aquiloni”.

Come nasce la sua esperienza di traduttrice per Hosseini?
Il mio rapporto con la traduzione di narrativa in lingua inglese nasce del tutto casualmente, come molte cose nella vita. E, come dice Woody Allen in Whatever Works, la vita è insensata, ma a volte il caso può essere fortunato. Da qualche anno traducevo per la casa editrice Piemme e quando la mia editor di allora, Francesca Cristoffanini, ha ‘comperato’, come si dice in gergo, The Kite Runner, ha affidato la traduzione a me, forse perché, grazie alla mia conoscenza della civiltà islamica,  sarei stata sensibile al mondo culturale centro-asiatico.   Era il primo libro di un ignoto scrittore della diaspora afghana e nessuno poteva immaginare il successo planetario che avrebbe incontrato. Il successo del traduttore, invece, in quanto autore invisibile, è rimasto umbratile, anche se nel 2007 mi è stato attribuito il premio Procida, Isola di Arturo- Elsa Morante per la traduzione di Mille splendidi soli. Riconosco un debito di intelligente collaborazione nei confronti delle  mie redattrici,  Linda Kleinefeld per Mille splendidi soli e  Gianna Re per E l’eco rispose.

Quali sono le difficoltà che si incontrano nella traduzione di un testo dalla lingua originale alla lingua straniera?
Dipende dal testo. Ogni testo pone problemi diversi. Credo che per Khaked Hosseini la difficoltà sia stata  trovare un registro che rispecchiasse la qualità orale del suo modo di narrare. Hosseini è erede di un mondo dove, alla fine degli anni 70, quando la sua famiglia ha lasciato l’Afghanistan in seguito all’invasione sovietica, il 90% della popolazione era analfabeta, ma questo non significa che fosse ignorante: molti afghani conoscevano a memoria il Testo Sacro e migliaia di versi appresi dai cantastorie nei mercati. Chi è immerso in una civiltà prevalentemente orale sviluppa una memoria straordinaria. Hosseini possiede la magia del raccontare, è una Shahrazade che fa di ogni ascoltatore/lettore un sultano curioso di sapere come andrà a finire la storia. Penso che la mia conoscenza della poesia e dell’arte persiane, così radicate nella cultura dello scrittore, mi abbia facilitato la comprensione del suo mondo spirituale.  Hosseini, come Idris, un personaggio dell’ultimo romanzo con molti tratti autobiografici, ha fatto propri i valori della società americana attuale, ma il ricordo della sua cultura d’origine continua a fermentare nella sua mente e nel suo cuore, tanto da creargli un profondo senso di colpa per aver rinunciato al ritorno. Hosseini non è un Ulisse.

Ha avuto modo di conoscere Hosseini? Cosa ci può dire di lui che di solito non trapela all’interno dei suoi libri?
Sì, ho incontrato Khaled Hosseini un paio di volte: a Roma quando è stato presentato il film tratto da Il cacciatore di aquiloni — titolo di cui vado fiera — e lo scorso settembre, quando è stato invitato a Milano  da Piemme per presentare il nuovo romanzo E l’eco rispose, un altro titolo di cui mi compiaccio e che l’autore stesso ha definito ‘wonderful’. E’ un uomo di grande amabilità, molto attento agli altri, conversa con un garbato senso dell’umorismo, aspetto che invece è presente solo raramente  nella sua scrittura. Ha doti di spontaneità che mi hanno commossa: alla fine dell’incontro mi ha abbracciata dicendo che sono la sua traduttrice ideale, perché sono un essere appassionato. La seconda parte dell’affermazione è certamente vera, sulla prima solo i lettori possono giudicare.

Non solo traduttrice, ma anche scrittrice. Ha in programma la scrittura di un nuovo libro?
Scrivo solo quando che mi preme comunicare qualcosa a mio parere significativo. Così è stato per Desiderata, una storia ambientata nella Cividale del Fiuli dell’VIII secolo, che ho scritto dopo aver studiato gli  stucchi del celebre Tempietto longobardo. Avevo avuto l’intuizione (poi confermata dalla ricerca archeologica) che la decorazione gipsea fosse opera di maestranze medio-orientali e questa intuizione aveva messo in moto la fantasia, dettandomi una versione della vita di Desiderata, l’Ermengarda manzoniana, ben diversa da quella che abbiamo conosciuto a scuola.  Per  Il Cacciatore di storie, ho seguito un percorso inverso:  ho approfondito lo studio della storia centro-asiatica e della letteratura persiana, perché ritenevo indispensabile conoscere in modo non dilettantesco quanto andavo traducendo nei romanzi di Hosseini. Così è nato Il cacciatore di storie, un companion book,  un libro che vorrebbe aiutare il lettore a comprendere le numerose allusioni alla cultura afghana contenute nei  libri di Hosseini. Sappiamo che la maggior parte degli occidentali, anche colti, ferma il proprio sguardo a Istanbul. Le grandi civiltà aldilà del Caucaso sono inesistenti per il lettore comune. Eppure Herat, l’antica capitale del Khorasan, nel XV secolo era un centro intellettuale di grande creatività che produceva capolavori  in tutti i campi dell’arte, dall’architettura alla calligrafia, dalla miniatura alla legatura dei codici. Una sorta di Firenze orientale.
No, non sto scrivendo nessun nuovo libro. Collaboro tuttavia regolarmente con Rivista tradurre on line, con scritti su temi traduttivi legati al mondo dell’arte islamica, dal lessico dell’architettura timuride alla nomenclatura della legatura dei manoscritti mamelucchi. Come diceva Stendhal: è felicità fare il mestiere della propria passione e forse in questo sono aiutata dalle tinte ossessive del mio carattere. Quando un difetto diventa un dono…

5 dicembre 2013

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