“Il senno perduto”, scritto da Nikolas Dau Bennasib, è un libro che guarda apertamente all’Orlando furioso, ne assorbe l’energia mitica e la traduce in un fantasy oscuro, fisico, visionario, capace di parlare tanto agli appassionati del genere quanto a chi cerca una narrazione ambiziosa, stratificata, profondamente letteraria.
“Il senno perduto” non è un esercizio nostalgico né un semplice retelling. È un confronto diretto con l’epica, con la follia, con l’eroismo e con la perdita di senso. E soprattutto con una domanda antica quanto attuale: che cosa accade quando un cavaliere perde il proprio centro, la propria misura, la propria ragione?
“Il senno perduto” L’orlando furioso fantasy e moderno che tutti stavamo aspettando
“Il senno perduto” è, senza forzature, l’Orlando fantasy che molti lettori stavano aspettando. Un romanzo che dimostra come il fantasy italiano possa essere colto, ambizioso e profondamente radicato nella nostra tradizione culturale. Nikolas Dau Bennasib firma con “Il senno perduto” un’opera oscura e potente, che non cerca scorciatoie e non semplifica l’epica, ma la ricostruisce passo dopo passo.
Un libro che ricorda, come Ariosto prima di lui, che perdere il senno non è solo una caduta: è spesso l’inizio di ogni vera avventura.
La casa editrice Lunien: cosa fa e perché conta
La casa editrice Lunien è una realtà indipendente che negli ultimi anni si è imposta come uno dei poli più interessanti del fantastico italiano. Il suo progetto editoriale è chiaro: pubblicare un fantasy adulto, curato, non derivativo, capace di dialogare con la grande tradizione letteraria e artistica senza rinunciare alla potenza dell’immaginazione.
Lunien lavora anche sull’idea di libro come oggetto narrativo totale. “Il senno perduto” ne è un esempio evidente: illustrazioni interne, apparato grafico simbolico, materiali extra come il tarocco ufficiale del romanzo. Non semplici ornamenti, ma strumenti che ampliano il mondo narrativo e lo rendono un’esperienza immersiva. In questo senso, Lunien non pubblica solo storie: costruisce mitologie contemporanee.
“Il senno perduto” di Nikolas Dau Bennasib
“Il senno perduto” si apre con un prologo che chiarisce subito le intenzioni dell’autore: niente indulgenze, niente comfort. Sangue, fatica, dolore fisico, paura. Il narratore è un cavaliere ferito, in fuga, privo di certezze e, come presto si intuisce, privo di memoria. Fin dalle prime pagine, “Il senno perduto” impone un tono preciso: questo non è un fantasy ornamentale, ma un racconto corporeo, in cui ogni passo pesa, ogni ferita brucia, ogni decisione ha un prezzo.
Il nucleo narrativo di “Il senno perduto” è una missione solo in apparenza semplice: recuperare qualcosa che è stato perduto. Ma, come nella migliore tradizione epica, l’oggetto della ricerca si carica subito di un valore simbolico. Il “senno” non è soltanto un elemento da ritrovare, ma una condizione esistenziale: identità, lucidità, direzione. Il cavaliere che attraversa lande desolate e gole oscure non sta soltanto combattendo nemici esterni, ma sta cercando di ricostruirsi come individuo.
Il dialogo con Ariosto è costante, ma mai pedante. “Il senno perduto” non riscrive l’Orlando furiososcena per scena: ne rielabora il cuore tematico. La follia come rottura dell’ordine, la caduta dell’eroe, la fragilità dell’identità cavalleresca diventano strumenti per raccontare un presente inquieto. In questo senso, “Il senno perduto” guarda più alla tradizione letteraria che alle mode del fantasy contemporaneo, avvicinandosi alla tragedia, all’epica classica e persino a certe atmosfere gotiche.
Lo stile di Bennasib è denso, controllato, spesso spigoloso. La scelta di un io narrante ferito e confuso genera una tensione continua: il lettore sa solo ciò che il protagonista riesce a ricordare o percepire. Questo crea un effetto di immersione totale, quasi claustrofobico, in cui il mondo emerge per frammenti, sensazioni, immagini improvvise. In “Il senno perduto” nulla è superfluo: ogni descrizione serve a costruire un senso di precarietà, di minaccia costante.
Particolarmente interessante è la rilettura dell’eroismo. In “Il senno perduto” non c’è celebrazione della forza né compiacimento della violenza. Il cavaliere è stanco, ferito, dubbioso. La spada non è garanzia di vittoria, l’armatura non è protezione assoluta. L’eroe, qui, è colui che continua a muoversi nonostante la paura, non perché ne sia immune.
“Il senno perduto” è anche un romanzo fortemente visivo. Le illustrazioni interne non accompagnano semplicemente il testo, ma ne amplificano la dimensione simbolica: teschi, geometrie, figure spezzate. L’immaginario dialoga con l’arte sacra, con l’esoterismo, con la tradizione cavalleresca, creando un ponte potente tra Medioevo e sensibilità contemporanea.
Con le sue oltre cinquecento pagine, “Il senno perduto” non è una lettura rapida, ma è una lettura esigente e necessaria. Un romanzo che chiede attenzione, ma restituisce profondità, stratificazione e memoria letteraria.
