Il racconto del doloroso esilio dei popoli perseguitati nei versi di Hans Sahl

''Del dolore del mondo / ho preso atto nella mia poesia / e del mio nel volto degli altri'', così scriveva Hans Sahl in una ''Nota in calce'' riportata a epigrafe della raccolta poetica ''Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l'uomo'', uscito in libreria in questi giorni. Al termine dell'articolo è possibile leggere alcune poesie in anteprima..

In occasione della Giornata della Memoria, è uscito in questi giorni in libreria ‘Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo’, raccolta poetica di uno dei più grandi scrittori del secolo scorso

MILANO – “Del dolore del mondo / ho preso atto nella mia poesia / e del mio nel volto degli altri”, così scriveva Hans Sahl in una “Nota in calce” riportata a epigrafe della raccolta poetica “Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo”, uscito in libreria in questi giorni. Ebreo costretto a fuggire dalla Germania nazista, Hans Sahl è stato uno dei più grandi poeti e scrittori del secolo scorso, di cui ha saputo raccontare nei suoi versi tutti i più grandi eventi e le terribili tragedie.

LA FUGA DALLA GERMANIA E IL “PATTO CON L’ESTRANEITÀ” – Nato nel 1902 in una famiglia di industriali di Dresda di religione ebraica, Sahl fu attivo come critico cinematografico già dal 1920, e tutta la sua vita fu accompagnata dalla scrittura letteraria. Quando nel 1942 dà alle stampe il suo primo volume di poesie “Le chiare notti. Poesie dalla Francia”, Hans Sahl ha quarant’anni. Alle sue spalle l’Europa in fiamme e nove lunghi anni di esilio, trascorsi per lo più a Parigi. Dalla Germania nazista era fuggito, unendosi alla schiera degli emigranti della prima ora, nel marzo 1933, “non solo come ebreo, ma anche come oppositore di Hitler”, riparando dapprima a Praga, poi a Zurigo e infine a Parigi fino allo scoppio della guerra. All’invasione della Francia da parte delle truppe tedesche, fu internato nei campi di lavoro francesi, in uno dei quali condivise la drammatica esperienza con Walter Benjamin. Nel 1941 riuscì a fuggire e raggiungere Marsiglia, uno dei pochi porti d’Europa dal quale era ancora possibile salpare in direzione degli Stati Uniti. Approdò a New York e vi si stabilì, per rientrare in Germania definitivamente solo nel 1989. Cinquantasei anni di esilio in cui Sahl svolse prevalentemente il lavoro di corrispondente culturale da New York per diversi giornali e riviste. Si dedicò altrettanto proficuamente all’attività di traduttore – tradusse autori di rilievo, come Tennessee Williams, Arthur Miller e Thornton Wilder – nell’ambigua consapevolezza di avere ormai “siglato un patto  con l’estraneità”. Tornato in Germania negli ultimi anni della sua vita, si spense a Tubinga nel 1993. Di Sahl era finora uscito in Italia “Memorie di un moralista. L’esilio nell’esilio”, Sellerio 1995.

L’ESILIO, UNA SECONDA PATRIA – Pochi esponenti della letteratura tedesca dell’esilio hanno vissuto l’estraneità con la radicalità di Hans Sahl. A testimoniarlo sono gli scritti autobiografici e la sua intensa e sincera produzione poetica, che evidenzia suoni e vibrazioni di un’esistenza precariamente sospesa tra identità e dispersione. Appena qualche anno prima di rientrare definitivamente in Germania, Sahl scriveva a Joachim Koch, l’editore della rivista Exil: “Esilio – non si tratta soltanto di una definizione politico-geografica, non solo di un luogo dell’estraneità, del confino. L’esilio è quasi diventato un moderno stato di coscienza. Ci sono interi popoli che vivono in esilio nel loro stesso Paese, per altri l’esilio diventa una seconda patria”.

LA POTENZA DELLA PAROLA POETICA – Per Sahl, poeta “dal cuore pieno d’estraneità”, l’esperienza dell’esilio non è dunque semplicemente una contingenza storica, ma una condizione umana generale. Questa dolorosa esperienza riecheggia nei versi di Sahl insieme ai momenti bui del Ventesimo secolo, rielaborati celebrando il coraggio, la tenacia, la forza necessaria all’elaborazione e la potenza della parola poetica.

“Dal tempo e dalla sua rima mi sono estraniato,
il tempo la mia rima mi ha rubato.
Dove i mondi crollano e s’annientano popolazioni,
per addensarsi in rima la parola non ha più occasioni.
Mettere in canto l’orrore non è forse azzardato,
strappare a ciò che non ha rima qualcosa di rimato,
per chi ancora le parole possiede nella parola cacciar
di frodo
per illustrare la carie ossea della lingua trovare il modo,
e dove tutte le parole vengono meno,
scandire in sillabe la danza della morte a cuor sereno?”

(Hans Sahl)

27 gennaio 2014

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