Il Premio Nobel alla Letteratura 2009 incontra il pubblico italiano

Il Premio Nobel Herta Müller, ”Non sono una politologa, ma solo una scrittrice”

Quando Herta Müller sale sul palco di Collisioni Festival, l’emozione trattenuta durante l’attesa esplode in un lungo applauso del pubblico. A presentare il premio Nobel è Luca Rastello...

BAROLO – Quando Herta Müller sale sul palco di Collisioni Festival, l’emozione trattenuta durante l’attesa esplode in un lungo applauso del pubblico. A presentare il premio Nobel è Luca Rastello, che attraverso le parole di “In viaggio su una gamba sola” narra ai presenti la vita della scrittrice, una vita sotto condizionamento dei servizi segreti, quotidianamente scandita dalla reale possibilità di morte e dalla persecuzione concreta: non è permesso dunque ai fotografi fare foto oltre i primi tre minuti a loro dedicati ed è necessario rispettare integrità di spazio e silenzio.

I PROFUGHI – Rastello prosegue, racconta come la Müller abbia confessato di aver più volte pensato di togliersi lei stessa la vita e come abbia invece tenacemente deciso di resistere e vivere. Nessun autore, nella scrittura contemporanea, è stato capace di mettere in parola la situazione estraniante del profugo al pari di lei. Mai un esempio così efficace, preciso, dettagliato e allo stesso tempo così razionale, privo di giudizio. Le prime domande vertono sull’attualità: le viene chiesto cosa ne pensa di quel sta avvenendo in Europa con le frontiere e il trattamento dei rifugiati. Con tono pacato e deciso, le risposte della Müller sono piene di umanità e acutezza: «La problematica dei profughi è estremamente difficile. Per un profugo che scappa dal proprio paese è terribile essere esposto alle minacce, affrontare disperazione e morte per arrivare in un nuovo paese che quasi sicuramente non gli concederà l’asilo. È tragico quando la vita che abbiamo, che è una sola, viene gestita come un pallone da gioco. Una vita sola. In Romania, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, il primo ordine del giorno era la fuga. Tutti volevano fuggire, anche a costo della morte. C’era una sorta di isteria della fuga perché non c’era speranza».

L’IMPORTANZA DELLA LINGUA – L’opera della Muller si compone di parole scelte, di attenzione al linguaggio, di estrema precisione linguistica. È sul concetto di lingua che prosegue: «In Romania sono tedesca e in Germania sono romena. In Germania i tedeschi sentono che non sono tedesca e in Romania i romeni sentono che non sono romena. Quando arrivai in Germania mi trovavo spesso in una situazione strana: tutte le volte che entravo in farmacia le persone davanti a me venivano servite, pagavano e uscivano. A me chiedevano prima di dove fossi. Ero stufa di dare spiegazioni, non lo sopportavo più. Quando rispondevo che venivo dalla Romania mi dicevano “però, parla già abbastanza bene il tedesco!”. Questo per dire che ho sempre avuto l’impressione che la lingua non fosse la mia, non mi appartenesse. Ecco, la lingua è qualcosa che ci viene dato in prestito, non ci appartiene. Se sei un profugo è un’umiliazione non poterti esprimere, far capire che sei un essere pensante e una persona integra. Ti rende insicuro». Il linguaggio diventa, per lei, un terreno di etica.

NAZIONALISMO – Luca Rastello la esorta successivamente a parlare di nazionalismo. Lei sorride, risponde di non essere una politologa ma solo una scrittrice. «Io rifletto sulle questioni, ma non so dare soluzioni. Il nazionalismo c’è sempre stato, la differenza risiede nel quanto è diffuso e politicamente strumentalizzato. È un’ideologia. E l’amore per un paese – e dico paese – è diverso da un’ideologia». L’incontro prosegue lungo la tematica della memoria e il buon uso di questa. Si parla di Primo Levi, dell’Ucraina, dello stalinismo. La Müller contesta Putin, ribadisce che per democratizzare un paese sia necessario sviscerare il problema e parlare della dittatura, che tutto questo non sarebbe successo se in Russia si fosse aperta una discussione sullo stalinismo. Putin e la sua nuova grande Russia le fanno venire la pelle d’oca.

L’IMPORTANZA DELLA QUOTIDIANITA’ – Leggere Herta Müller è scoprire la forza del dettaglio, il significato dei gesti, l’importanza della quotidianità. Nella sua scrittura e nelle sue analisi fondamentale è la precisione. «Non si può né scrivere né parlare in modo diverso, se non dici il dettaglio non dici nulla. I dettagli compongono l’insieme, il tutto. Che cos’è la storia? È una parola astratta, sono fatti che si sommano. Sono gli individui che hanno vissuto un attimo diverso dall’altro a fare la storia. È  sul valore buono o cattivo che si dà alla società, alla politica, ai diritti, che si può misurare cosa è la libertà. Lo scrittore deve scrivere sulla base dei dettagli, sulla precisione, e se viene fuori qualcosa di buono è infine la visione dell’insieme. Un testo letterario è una realtà costruita artificiosamente, ma ciò non significa che si tratti di menzogne. E lo stesso vale per la vita: se voglio la verità devo prestare attenzione alle colpe dei singoli, a cosa hanno detto o fatto. Ma allo stesso tempo devo considerare sempre l’insieme, il tutto, altrimenti il mio non sarebbe un giudizio responsabile».

LO SGUARDO STRANIERO – La parola poetica severa ma piena di tenerezza che appartiene alla scrittrice si riflette nel suo modo di essere, di pensare, di stare su quel palco. L’incontro si conclude con una riflessione sulla sorveglianza su tale lingua poetica. Rastello le domanda cosa sia per lei lo sguardo estraneo, che nella critica letteraria in tanti hanno cercato di spiegare. Herta Müller, nella sua vita, ha provato a definirlo dopo averlo vissuto. Le deriva dalla Romania, e dalla sua realtà, dalla paura che ha gli occhi grandi e fa vedere le cose in modo diverso, dal tornare a casa e sapere che i servizi segreti sono stati di nuovo lì da un quadro o una sedia spostati: «Diventi surreale se tutto questo lo vivi per dieci anni, tutto cambia. Tutte le cose e la percezione delle cose cambiano, si guarda con occhi diversi e le cose sono effettivamente diverse. Se succede qualcosa non sei mai sicuro se sia successo per caso o sia stato programmato dalla polizia segreta. Se senti il rumore dell’ascensore mentre sei in casa a leggere un libro ti viene il panico perché credi che siano venuti a prenderti. Tutto perde la sua ovvietà, cambia la visione e la percezione delle cose. In Romania ero così estranea che ero devastata da quella che provavo. Non c’è niente di più orribile che essere estranea in una patria che ti vuole morta».

Così come è iniziato, l’incontro non fa in tempo a concludersi che il pubblico commosso si alza in piedi e applaude a lungo alla scrittrice. Alla sua persona e a quello che ha scritto, alle cose che ha vissuto e alle parole che ha detto in questa pacifica piazza di un giorno di mezza estate.

 

Clara Rizzitelli

24 luglio 2014

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