Da oggi in tutte le librerie

”Il bacio di Giuda”, arriva in libreria il romanzo autobiografico di Sveva Casati Modignani

E’ un mondo che non si trova nei libri di storia, un mondo fatto di piccoli avvenimenti, quotidianità, aneddoti, racconti di famiglia. Così viene presentato il nuovo libro di Sveva Casati Modignani, ''Il bacio di Giuda''...

Dopo il grande successo de ” Il diavolo e la rossumata”, che ha venduto 150 mila copie, Sveva Casati Modignani torna a ripopolare le librerie con un nuovo romanzo, un altro piccolo spaccato dell’infanzia dell’autrice: ”Il bacio di Giuda”

MILANO – E’ un mondo che non si trova nei libri di storia, un mondo fatto di piccoli avvenimenti, quotidianità, aneddoti, racconti di famiglia. Così viene presentato il nuovo libro di Sveva Casati Modignani, “Il bacio di Giuda”, da oggi in tutte le librerie per Mondadori Electa, seguito del precedente romanzo di successo (con 150mila copie vendute), “Il diavolo e la rossumata”.

IL BACIO DI GIUDA – E’ il seguito del suo primo racconto autobiografico, che era ambientato durante la guerra: un nuovo viaggio alla ricerca del tempo perduto, nell’Italia in macerie che si preparava a ritrovare una nuova identità. Ecco, allora, che il racconto si muove su due piani: la dimensione privata, intima, della piccola Sveva con le sue storie familiari, le vicende di scuola, il rapporto complesso con la madre. E, sullo sfondo, un vero e proprio affresco di costume della Milano negli anni della rinascita: una città martoriata che cerca di risollevarsi a fatica, in cui c’erano “persone che – scrive l’autrice – pur di avere un po’ di calore, bruciavano i mobili di casa, letto compreso”, e poi il senso del pudore, il perbenismo legato alla Chiesa, il ruolo degli uomini.

IL FILO DEI RICORDI – Ne Il diavolo e la rossumata, Sveva Casati Modignani raccontava degli anni di guerra, quando Milano era sotto i bombardamenti alleati e la sua famiglia costretta a sfollare in campagna, a Trezzano. Un’infanzia al riparo dalle bombe, vista attraverso gli occhi di una bambina con la guerra come scenario lontano eppure segnata da disagi quotidiani come la penuria di cibo, il freddo e la solitudine di un esilio forzato. Il bacio di Giuda riprende il filo dei ricordi. E lo fa partendo da dove si era interrotto: il rientro a Milano, la Liberazione, l’immediato dopoguerra. La scrittrice, maestra nel raccontare i sentimenti più impalpabili e profondi, torna dunque a rivolgere il suo sguardo verso il passato e il mondo degli affetti. Stimolata dalla curiosità dei due nipoti, Lapo e Luna, e decisa a  “riacciuffare gli esili fili della memoria e riprendere il racconto della vita di tutti i giorni di un Paese devastato dalla guerra”. L’obiettivo, dichiarato nella Premessa, è raccontare ciò che non si trova in nessun libro di Storia: una quotidianità fatta di piccoli fatti, aneddoti, di personaggi che animano il quartiere in cui viveva e dove vive tutt’ora. Quei ricordi che ne Il diavolo e la rossumata affioravano come con la celebre madeleine di Proust: e avevano il sapore di uova, zucchero e Barbera – la rossumata, appunto – preparata dalla nonna. 

LA STORIA – il romanzo si snoda tra la Storia e le tante storie dimenticate. Sullo sfondo c’è la Milano che cerca di risollevarsi a fatica, in cui c’erano “persone che, pur di avere un po’ di calore, bruciavano i mobili di casa, letto compreso, e dormivano sulle reti metalliche posate a terra”. Episodio dopo episodio, ricordo dopo ricordo, quello che affiora è il ritratto di una società stremata, impoverita emarginata. Ma mentre la Storia si srotola sullo sfondo, il lettore viene condotto per mano, con uno stile di narrazione quasi liberatorio, attraverso un racconto intimo, privato, nel quale campeggia il rapporto difficile, sofferto, con la madre: una donna severa, imprigionata nelle convenzioni, dalla religiosità un po’ bigotta (il titolo del romanzo si riferisce proprio a una frase pronunciata dalla madre durante un litigio). Pagina dopo pagina rivivono la scuola e le marachelle dei compagni, come quando l’inchiostro non scrive perché i maschi della classe hanno riempito i calamai di pipì. La prima comunione con il vestito, i boccoli, gli inviti, la foto da fare per forza anche se la piccola Sveva è febbricitante, il clistere come rimedio contro tutti i mali, o quel burro cacao rosa trovato nel cassetto dalla madre.

RITROVARE LA BAMBINA CHE SONO STATA – È un intero mondo perduto, che ritorna in vita capitolo dopo capitolo: ci sono le feste per le nozze d’oro e le vecchie stoffe da riutilizzare al rovescio, il visurìn, ovvero il sonnellino del pomeriggio, gli uomini visti come “male necessario”, che non sono necessariamente “cretini viziosi”, la piccola bicicletta Velox, regalo di papà, il bacio “sconveniente” di due fidanzati, la promessa della prima biancheria di seta. “Ora che ho iniziato a scrivere – rivela l’autrice – mi viene il sospetto che lo stia facendo per me stessa, per ritrovare la bambina che sono stata e che avevo dimenticato per troppo tempo”. Per il lettore, uno spunto prezioso per ripensare la nostra contemporaneità, con le sue conquiste e le sue perdite. Gli affetti familiari intorno ai quali ruota il romanzo, alcuni fatti e personaggi raccontati nel libro sono visti anche attraverso un altro sguardo: quello del fratello dell’autrice, Carlo. È lui, infatti, l’autore dell’appendice finale del libro intitolata La versione di Lucio (questo il nomignolo che gli ha dato proprio la sorella). In questa sorta di “completamento” dei ricordi d’infanzia affiorano altre piccole storie: le giostre con lo zio Giovanni, il lavoro estivo in fabbrica e il primo piccolo stipendio, nonno Cesare che è il suo primo maestro, le serate in cortile, e il rapporto con la sorella Sveva: una seconda mamma, “la mia paladina”.

9 settembre 2014

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