“I virtuosi” (Sellerio) è un romanzo di Yasmina Khandra ambientato in un’Algeria che non è ancora “destinazione letteraria”, ma è già un campo di forze: colonia francese, mondo multietnico, promesse d’Europa e trappole di terra. Siamo nel 1914: la Grande Guerra esplode, e con lei esplode l’idea stessa di un destino lineare. Il protagonista, Yacine, è “giovane, ingenuo e virtuoso”, uno che non vuole deviare dalla legge divina, ma che non sa nemmeno come si attraversa un mondo che, della legge divina, si serve come di un alibi.
È un romanzo di formazione che non si limita a far crescere un ragazzo: lo costringe a capire che la modernità non arriva come una conquista, ma come un urto. E che la bontà, se non vuole trasformarsi in stupidità, deve diventare intelligenza.
Una storia che ti prende alla gola
Un ragazzo “perbene” in un mondo che non premia i perbene
Yacine parte povero, senza protezioni reali. Intorno a lui c’è la legge degli uomini travestita da destino: il potere di chi “ha diritto di vita e di morte”, i ricatti sociali, le fedeltà comprate. Poi arriva la guerra, e non è solo un fronte: è una macchina che inghiotte identità e le risputa in forma di sopravvivenza.
La traiettoria è quella di un eroe sbalzato dagli eventi: dal villaggio alla trincea, dal fango alle città, dal “noi” comunitario alle solitudini private. Khadra costruisce un cammino pieno di soglie: ogni incontro è una biforcazione, ogni promessa ha un doppio fondo. E il romanzo fa una cosa interessante: non trasforma Yacine in un cinico, non lo rende “adulto” nel modo in cui spesso la narrativa intende l’età adulta (disincanto, distanza, durezza), ma lo porta a chiedersi come restare umani senza rimanere ingenui.
Modernità: macchine, macchinazioni, tradimenti
Sellerio parla di “macchine e macchinazioni”, di fedeltà e tradimenti, di promesse ingannevoli: parole che sembrano quasi un sommario morale, ma che in realtà descrivono il ritmo del libro.
Il mondo “moderno” che Yacine scopre è un catalogo di tecniche: tecniche di dominio, di seduzione, di controllo. La colonizzazione fa da sfondo, ma non come scenario immobile: è una pressione continua, un modo di distribuire ruoli e colpe. La guerra amplifica tutto: rende l’ingiustizia più rapida, la paura più fisica, l’amore più necessario.
Un romanzo dal respiro ottocentesco (con una ferita novecentesca)
C’è una formula, nel testo di presentazione, che centra l’impressione di lettura: “un romanzo dal respiro ottocentesco, denso e commovente, pieno di empatia”.
Ottocentesco non perché nostalgico, ma perché ampio: perché ospita una schiera di personaggi e un’idea di destino che si scrive camminando, inciampando, attraversando classi sociali, città, stazioni, soglie. È un libro che crede ancora nel piacere del racconto, nel movimento, nel “che cosa succede dopo”, senza ridursi a pura trama.
Ma la ferita è novecentesca. La colonizzazione e la guerra non sono messe lì a caso: cambiano la postura dei corpi, il valore delle parole, perfino l’alfabeto emotivo con cui i personaggi si spiegano l’amore e la lealtà.
Khadra miscela brutalità e poesia con dialoghi vivi, descrizioni liriche, empatia.
È una scrittura che sa essere piana quando serve, e improvvisamente verticale quando deve dire l’irripetibile: la paura che perseguita, la memoria dei compagni, quel senso di “vagabondare” tra prigionia e libertà che è anche una metafora politica, ma prima ancora esistenziale.
La critica estera
Les Vertueux e la “rentrée” francese
In Francia il romanzo esce come Les Vertueux e viene presentato come un ritorno “grande”, da stagione letteraria: L’Express lo colloca nella rentrée, sottolineandone l’ambizione epica e la cornice storica (Algeria 1914, Grande Guerra, colonizzazione), con un lancio importante anche sul piano editoriale.
Questo dato conta per capire il posizionamento del libro: Khadra non sta scrivendo un romanzo “di nicchia” o un frammento sperimentale, ma un’opera che vuole parlare a un pubblico largo senza perdere densità. È uno dei paradossi che gli riescono meglio: essere leggibile e, insieme, stratificato.
E qui vale la pena ricordare un altro elemento spesso citato nei profili internazionali dell’autore: Khadra (pseudonimo di Mohammed Moulessehoul) è uno degli scrittori algerini più conosciuti al mondo, con una bibliografia ampia e una circolazione in molti paesi.
Questo “peso” internazionale si sente: I virtuosi non ha l’ansia di dimostrare, ha la calma di chi sa costruire una grande storia e lasciarla lavorare sul lettore.
Chi è Yasmina Khadra
Un nome scelto, una voce riconoscibile
Yasmina Khadra è lo pseudonimo di Mohammed Moulessehoul, autore algerino che scrive in francese e vive in Francia.
La sua figura è spesso raccontata a partire dal nome d’arte (che ha contribuito a creare un’aura, quasi un “personaggio-autore”), ma la cosa davvero utile, per entrare nei suoi libri, è un’altra: la sua capacità di passare dal politico all’intimo senza farli diventare compartimenti stagni.
Nei romanzi più noti al pubblico internazionale, Khadra ha esplorato l’Afghanistan dei talebani (“Le rondini di Kabul”), l’Algeria della memoria e delle fratture (“Cosa deve il giorno alla notte”), il terrorismo e le sue zone grigie (“L’attentatrice”). Titoli diversi, ma con una costante: la Storia non è mai “tema”, è sempre pressione sui destini individuali.
In “I virtuosi” questa costante trova una forma più ampia e romanzesca: meno tesa sul concetto, più fedele al viaggio. È come se Khadra si concedesse il lusso del tempo narrativo: lascia che le vite si complichino, che i personaggi siano contraddittori, che il lettore entri e resti.
La virtù come terza via
È una formula che potrebbe sembrare consolatoria, se non fosse che il romanzo la mette continuamente a rischio. Perché saggezza e coraggio, in questo libro, non sono virtù “pure”: sono compromessi interiori. Sono ciò che resta quando la fede non basta e la violenza non salva.
La guerra e la colonizzazione producono un’educazione sentimentale distorta: insegnano a diffidare, a calcolare, a scegliere il silenzio. Yacine attraversa tutto questo senza diventare un simbolo. Ed è proprio qui che “I virtuosi”si fa potente: non chiede di ammirare il protagonista, chiede di riconoscere il prezzo della sua resistenza.
E in mezzo, quasi contro ogni retorica, c’è l’amore: “semplice e puro, unico faro”, dice la scheda.
Non un amore da cartolina, ma un amore che somiglia a una scelta morale: restare fedeli a qualcuno significa, spesso, restare fedeli a una parte di sé che il mondo vorrebbe corrompere.
